Briciole per i passeri [18] di Katia Colica

cupcake

SENZA PRETESA

Cinquecentotrenta. Le calorie sono fatte di numeri cosa credi, dice la dietologa on line, da qui prendi e da lì togli. Poi, se proprio vogliamo, nell’etichetta c’è pure scritto che ci stanno dentro vitamine a gogò. Aspetta però… ma no, non mi fregano mica. Sono conteggiate a porzione quelle, mica su cento grammi. Ma certo, chi può crederci che la Nutella è una fonte di vitamine, giusto io che sto qui ferma come una deficiente a leggere fiduciosa; cercando un appiglio per mandare a puttane tredici giorni riuscitissimi di dieta mentre la voce in filodiffusione mi dice che si avvertono i signori clienti che tra dieci minuti il supermercato chiude, si prega quindi la gentile clientela di affrettare gli acquisti.
La compro, ma sì. Ma no, meglio no; no. Sì.
Tanto  non c’è nessuno che viene a controllarmi se sgarro: la dieta l’ho letta su Vivibene dove le donne grasse come me si fanno fotografare senza tutti questi problemi perché poi in tre mesi perdono quindici chili e si mettono i jeans del liceo. A me basterebbe meno, a me basterebbe quasi nulla, per esempio lo sguardo che mi sta lanciando questo signore che sceglie il caffè, ecco, io lo vorrei moltiplicato addosso a Pietro. Ma nemmeno moltiplicato, che dico; in fondo mi basterebbe quasi uguale. Anche per una volta sola, tanto poi me lo farei durare ripetendolo centinaia di volte nella mia mente. Come faceva quella canzone sui complimenti del playboy che non valgono più se c’è chi non te li fa più? Forse non fa proprio così ma ho sempre avuto poca memoria, anche prima di sposarmi, quando nei jeans del liceo ci stavo giusta per davvero. Ché poi, a dirla tutta, non ricordare è una benedizione, così ti cacci da dosso i malumori e le ferite che la vita ti fa e li stendi fuori come il bucato al sole, a evaporare.
A me non piace ricordare com’ero e soprattutto non mi piace ricordarmi cos’ero. Ho scelto di replicare la vita di mia madre, pari pari, e questo può bastare, potrebbe. Anche lei ha vissuto per un uomo che non c’era anche se non è mai andato via.
I sogni delle donne della mia famiglia sono bassi come me e come lei, loro sì che lo sanno come stanno veramente le cose, loro lo sanno meglio di noi che più di qua non si va. Io mi merito quello che ho e quello che ho è quasi niente. La vita con me, si può affermare in tutta onestà, è stata giusta e se mi aspettavo qualche sorpresa extra l’ho fatto con la stessa disillusione che hai quando speri che lui prima o poi ti regali quell’anellino visto nella vetrina della gioielleria al centro commerciale. Anellino che ti sei fatta piacere più per il prezzo basso che per il modello, tanto per non cedere a sogni inappropriati. I miei sogni volano bassi.
Alcune cose sono fuori della mia portata e desiderare è, assieme, il minimo e il massimo che mi concedo. Perché io sono una specie di scatolone da imballaggio, allo stesso modo proteggo qualcosa che porto dentro ma che non so cosa sia; non so la forma ma ne sento l’odore acre del trasporto, il sudore del viaggio. La fatica di un autista di tir senza servosterzo. O di uno stercorario che spinge in salita la sua importantissima palla di merda.
In tutto questo mi sforzo di far funzionare il resto della mia esistenza: il lavoro, i figli, la vita con Pietro… ah sì Pietro. Forse è per lui che sto qui a tentennare con un barattolo di millemila calorie in mano, perché in fondo ho già perso un chilo e mezzo e mi viene da pensare che se diventano tre e dopo sei e dopo nove potrebbe guardarmi ancora, magari mentre gli passo apposta in mezzo, là, tra il suo sguardo e la tivù.
Ma in fondo io lo capisco il mio uomo, capisco il perché le sue voglie non passino sopra il mio corpo, capisco persino che piuttosto che farle passare sul mio corpo preferisce le fantasie sulle sue donnine facebook.
Certo che mi vuole ancora bene, e molto anche; ma ho scoperto tardi che l’amore, in una coppia, è la parte più semplice. Ho scoperto che è tutto il resto a essere un casino. Ho scoperto che, in fondo, gli uomini hanno bisogno di donne che si accontentino di accudirli mentre loro fanno altro. Donne che si prendano cura di loro senza essere troppo appariscenti né ai loro occhi né agli occhi degli altri altrimenti diventerebbero un peso da badare, un obbligo che non hanno la voglia né la forza di prendersi. Donne che si intaglino a loro formato senza tuttavia occupare troppo impegno.
Per questo ci scelgono e ci fanno subito credere di essere bellissime per poi abbandonarci inevitabilmente con lo sguardo poco tempo dopo, e così diventiamo scolorite.
Gli serviamo belle solo lo spazio di un attimo, il tempo che basta per convincersi che hanno scelto bene, che non hanno sbagliato. Dopo ci percepiscono a malapena e noi li aiutiamo in questo cammino diventando la truffa per il loro cuore, chiudendoci nei nostri angoli di cucina, sotto i tappeti a far compagnia alla polvere. Perché questo percorso è sempre stato il nostro e noi lo sappiamo fare a memoria, senza pretesa.
Se c’è un consiglio che ho sempre trovato scellerato è quello che raccomanda alle donne di curarsi, vestirsi, truccarsi solo per se stesse; ci vuole ben altro, dico io. Ci vuole la giustizia dell’attenzione di chi, per passare oltre, sulla nostra bellezza reale ci si pulisce le scarpe come sopra uno zerbino.
Ciononostante io la mattina mi alzo, passo l’ombretto sugli occhi, un rigo di matita nera, il fard rosa a colorare il pallore. Anche se lui non se ne accorgerà – preso com’è dal rosa delle altre – e polvere di cipria sul viso e nuvole di profumo di iris e vaniglia. Questo lavoro non verrà sprecato, mi dico, qualcun altro mi guarderà al posto suo, fosse solo un attimo, anche se la polvere di cipria resisterà sul viso senza finire sui polpastrelli di una carezza, dentro i sapori di baci avidi. Ma piuttosto volerà via, in parte, come minuscole briciole abbracciate al vento – a quello sì – e ciò che ne resterà sarà tirata via da acqua e sapone, stasera – ogni sera – a riscoprirmi il pallore.
È che tante cose assieme io non le so fare: essere magra, essere sicura di me, essere fiera di me, essere fiduciosa. Uscire la sera, vestirmi e truccarmi, sorridere. Sentirmi ignorata. E sorridere. E dimagrire.
Non ce la farò mai a impegnarmi solo per me stessa. È un obiettivo troppo mediocre.
E adesso comprerò questo vasetto e gli chiederò di farmi posto. E dopo, solo dopo, sarò io a fargli posto dentro l’imballaggio che so portare così bene, qui al sicuro; e troveremo una via d’uscita. Una soluzione. In fondo le calorie sono fatte di numeri, mi hanno spiegato, da qui prendi e da qui togli, questo so. Questo ho imparato anche se non sono all’altezza di rincorrere queste regole per farne qualcosa di utile. Perché se qualcuno non è buono a diventare qualcos’altro, qualcosa di migliore intendo, non lo sarà mai. Non lo sarò mai.

© Katia Colica, 2016

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