Natale

24.12.1912
27.12.1983

Natale scende dal treno trascinando con sé una sacca e un borsone. Si ferma sul marciapiede dell’unico binario e si asciuga la fronte dal sudore: è la metà di giugno, ma il sole picchia già mordendogli i pensieri.
“Un passo dopo l’altro,” si dice muovendo le gambe, pesanti come montagne, “un passo dopo l’altro e ce la posso fare”.
Il paese è come lo ricordava. Tira un sospiro di sollievo constatando che è stato risparmiato dai bombardamenti. Lo stesso non è avvenuto per il ponte sul Po a Bressana, come gli hanno raccontato, e nemmeno per il Ponte Vecchio a Pavia, dove mezzo Borgo è stato raso al suolo.
Cammina lento, Natale, e, un passo alla volta, arriva al castello, quindi svolta a destra e punta verso casa.
Qualcuno lo riconosce. Prima una voce, poi due, poi una decina gridano il suo nome e gli si fanno incontro. Come stai? Ma sei arrivato adesso? E a casa lo sanno?
Natale sorride, saluta con la mano, annuisce e forse borbotta qualcosa. Non ha voglia di parlare con nessuno. Non ha voglia di rassicurare chi ancora sta aspettando un ritorno, di confrontarsi con chi è tornato prima di lui.
Ha solo voglia di essere a casa sua e di rivedere sua moglie. “Sempre che abbia ancora una casa e una moglie”, gli dice una voce nella testa.
È un pensiero che dura una frazione d’istante e che gli toglie l’anima.
Qualcuno gli chiede di nuovo come sta tirandogli la manica della camicia. Gli dicono che ha un bell’aspetto e altre cose che lui nemmeno ascolta.
Un passo dietro l’altro e lentamente le montagne che si ritrova al posto delle gambe lo stanno portando sulla strada di casa.
«Andiamo da Marié e l’avvisiamo che stai arrivando!» urlano alcuni ragazzetti dalle ginocchia aguzze e sbucciate e dalle facce impertinenti, prima di sparire sollevando una nuvola di polvere e ghiaietto.
Natale li guarda allontanarsi e sorride. Qualcuno gli offre un bicchiere di vino, la moglie del fornaio gli chiede se ha fame.
«Stai bene,» gli dicono i suoi concittadini battendogli amichevolmente una mano sulla spalla, «stai proprio bene».
“Allora significa che fuori non si vede niente”, pensa Natale con una sensazione di sollievo. Allora significa che niente fa intuire le mille cicatrici nascoste sotto la pelle che tirano da tutte le parti e fanno male e lo lasciano senza fiato.
Dieci anni di guerra. Un corso di addestramento a Pozzuoli e poi Eritrea e Grecia.
Porteremo civiltà e benessere, gli avevano detto.
Lui aveva visto solo morti, distruzione e miseria.
L’immagine che più lo tormenta sono le cataste di corpi in Africa e i cadaveri che bruciano lentamente spandendo nell’aria un odore nauseabondo e le piante dei piedi di uomini e donne abituati a vivere scalzi che si deformano e si arricciano sotto l’azione del fuoco come copertoni di gomma.
Civiltà e benessere.
Non c’era civiltà e nemmeno benessere nel campo di prigionia tedesco dove lui e i suoi commilitoni erano stati rinchiusi dopo l’8 settembre.
Erano stati catturati a Tripoli, una cittadina nel Peloponneso e poi trasferiti e imprigionati in Bulgaria.
C’erano terrore e fame e violenza e grida gutturali. I soldati tedeschi non parlavano: latravano ordini incomprensibili con la bava alla bocca e una furia gelida negli occhi.
Una parola in più, un gesto di troppo ed eri morto. La tua vita valeva meno di quella di un insetto.
Poi la fuga. La folle corsa di uno sparuto gruppo di morti di fame, scheletri impauriti in cerca della sopravvivenza. E la salvezza, almeno dalla fame che li stava scavando fino alle ossa, in un campo di verze.
Sorride, Natale, e ripensa a quel gruppo di ragazzi disperati che si avventa con furore su quei cavoli e se ne ingozza con avidità.
Niente azioni eroiche o gesti gloriosi, nella loro salvezza. Solo cavoli.
Infine di nuovo la prigionia, ma gli inglesi si rivelano un popolo civile e gli ultimi mesi in un campo nel sud d’Italia gli fanno recuperare quell’umanità che pensava di aver smarrito.
Adesso Natale sta entrando in cortile. I vicini di casa sono tutti sull’aia comune ad aspettarlo e, seduto all’ombra, sta suo padre Ottavio. Ha le spalle curve e singhiozza come un bambino.
Marié, sua moglie, è in piedi davanti all’uscio di casa. Quando i ragazzetti del paese l’hanno avvisata che Natalino stava arrivando, subito ha pensato a uno scherzo di cattivo gusto. Sono due anni che non sa nulla di lui, né se è vivo, né se è morto.
Due anni che ogni giorno gli manda una lettera che rimane senza risposta.
Ma adesso Natalino è tornato e sta davanti a lei, con una divisa sgualcita, un paio di scarpe sfondate e la stanchezza di mille uomini negli occhi.
Natale lascia cadere a terra la sacca e il borsone, poi le dice qualcosa ma lei non fa in tempo a capire e si affloscia su se stessa, svenuta.
«Cascata in terra come un sasso» racconterà la donna più volte negli anni a venire.

Dopo il ritorno e per un intero anno, quasi ogni giorno Natale e Marié riceveranno le lettere che lei gli aveva scritto per due anni e che erano state respinte al mittente.
Natale vivrà altri trentotto anni e avrà una figlia e due nipoti.
Riprenderà il suo lavoro in fornace, si costruirà una villetta con giardino, comprerà una Lambretta e una Fiat 850 Coupé. Appassionato lettore, per anni sarà abbonato al Reader’s Digest e a Historia.
Della guerra parlerà molto di rado.
Di alcune medaglie ricevute per meriti di guerra e finite subito in fondo a un cassetto ne rimarrà solo una, ritrovata dopo 40 anni fra vecchi documenti ingialliti.

©Viviana Gabrini, 2024
© Foto Viviana Gabrini

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