Maremoti [4] di Maria Elena Poggi

©foto di strips&trips

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I REMEMBER NOTHING

Eravamo estranei,
siamo stati estranei troppo a lungo,
troppo a lungo
.

Joy Division

Sarà estate.
Lungo la strada ci incroceremo, estranei. Il tuo sguardo resterà impigliato nel mio, così verde, pigro e insolente.
Sarà quello il giorno e tu avvertirai una tensione vibrare alla base della gola.

[Violenti, violenti, eravamo estranei… sono sempre debole, almeno passasse il tempo].

Mi incamminerò e tu seguirai con lo sguardo la mia andatura lenta e svagata, quel modo di incedere proprio di chi finge di non sapere dove sta andando.
I nostri passi, lontani ma sovrapposti, disegneranno improbabili geometrie danzanti.
Attraverserò strade pedonali e vicoli maleodoranti, salutando con un cenno del capo la chiromante che un giorno s’inventò per me un improbabile destino, frugando fra le linee della mia mano.
Io riderò al ricordo, ma tu coglierai solo un fremito lieve nella curva dei fianchi.
Imboccherò un androne scuro e subito a destra una rampa di scale.
Tu ti fermerai nell’ombra, fingendo di controllare il tuo cellulare.
Salirò le scale in punta di piedi, canticchiando una canzone di cui non ricorderò le parole.
Avvertirò la tua presenza, un’ombra nel grigiore disadorno.
Tu, invece, sentirai distintamente l’urto delle chiavi nella serratura, il cigolare petulante del cardine non oliato e solo allora salirai.
Un gradino; un respiro; un gradino.

[io dentro il mio mondo]

Mi raggiungerai

[si, con te accanto… la distanza è enorme, ci scrutiamo da ogni angolazione]

nella fresca penombra dell’appartamento al secondo piano.
Ti avvicinerai esitante, mentre i tuoi occhi si abitueranno alla mancanza di luce. Inciamperai in un ostacolo imprevisto e io tenderò una mano

[siamo stati estranei troppo a lungo… violento, più violento, la sua mano fracassa la sedia]

che tu stringerai, tirandomi a te per furia e per desiderio, feroce nell’insinuarti nei varchi che il tessuto del vestito estivo lascerà aperti sulla pelle.
Ti fermerò, con un solo gesto secco, spingendoti sul letto.
«Sei mio prigioniero», ti sibilerò all’orecchio, gravando sul tuo corpo con il peso del mio, godendo ogni secondo di quel tuo respiro rotto, da animale braccato

[si allontana istintivamente, poi sprofonda nella disperazione chiuso in gabbia e prematuramente rinunciatario].

Avrai occhi sbarrati, dilatati, in cui baleneranno per un attimo, per me miele e fiele, il dubbio di aver commesso un errore fatale e la consapevolezza che lì, in quell’attimo, saremo soli.

Soli, in fondo al mondo

[io dentro il mio mondo, la persona che conoscevi].

Le mie mani

[troppo a lungo, siamo stati estranei troppo a lungo, eravamo estranei]

al buio percorreranno i tuoi confini.

Disegneranno l”arcata sopraccigliare,

(la donna abbronzata indossa un abito rosso a sottoveste e scruta nella flûte come se ne andasse della sua anima immortale)

le tue labbra,

(sai di mare).

Un’esplorazione lenta giù dalla spalla sinistra, indugiando lungo il braccio, seguendo la vena dell’amore, accarezzando la mano, le dita

(prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore).

La mia mano salirà esitante, sostando sul petto, sulla cassa toracica, il pensiero coerente ridotto ad esule danzante, ipnotizzato da quel fremito

(mi sono persa, riportami a casa, ti prego, portami al centro di quel mare di sangue, fondi l’Est con l’Ovest, ancora e di nuovo. Narrami di quando Ishtar discese agli inferi. Uccidi il tempo. Accoglimi. Salvami.)

Mi accoglierai. Mi cullerai, lento. Guarderemo l’abisso riflesso nei nostri occhi. Saremo una sola carne. Terrai strette fra i denti le cinque lettere del mio nome, monco.
La luce del pomeriggio filtrando nella stanza proietterà arabeschi polverosi, il silenzio interrotto dal canto del tuo corpo che si riveste.
Fingerò di dormire. Ti avvicinerai.

(Non parlare, ti prego, non parlare, non emettere un solo suono, no. Non spezzare il cerchio di questo silenzio, non disseminare l’assenza di frammenti affilati con cui finiremo per tagliarci di nuovo).

Attorciglierai attorno a un dito una ciocca dei miei capelli: fili di rame su bronzo. Esiterai, la mano alzata nel solfeggio incerto di una partitura logora.
Non mi bacerai. Ti avvicinerai alla porta, voltandoti ancora.
Resterai fermo, pensando. Piano, tornerai verso di me e con un gesto sicuro disegnerai un piccolo cerchio sulla mia spalla nuda.

(addio)

Te ne andrai.

[Eravamo estranei, eravamo estranei]

Ritorneremo estranei al mondo, ancora.

© Elena Maria Poggi, 2016

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