Fantasmi [7] di Uduvicio Atanagi

© illustrazione di R.Rutigliano

UN ORGANO SIMILE AL CUORE

“Una volta in una poesia ha scritto: “La sua carne è del pallore della luna, i suoi capelli, boccoli rossi, come ricordi sbiaditi nel sangue”, ce l’ho ancora, la tengo sempre con me. Quando l’ho letta la prima volta, il cuore ha sussultato oppure ho sussultato proprio io intera, e la gola si è stretta forte, mi ricordo che un istante prima ero terrorizzata, mi ricordo che il respiro si è fermato di colpo dopo un pesante ansimare.
Io l’ho visto arrivare proprio il primo giorno in cui è arrivato, era come se dovesse per forza finire qui, poi sono successe tante cose, alcune belle e altre bruttissime.
Mi ricordo bene di quando è sceso dall’auto e poi si è trascinato dentro a quella casa, mentre tutto intorno c’era tutto quel rumore e quel correre e quel muoversi che era esploso e poi si era spento come succede in un sogno. Però non ricordo quello che ho pensato. Sono sicura che prima o poi me lo ricorderò, che dirò, ecco, ecco questo è quello che ho pensato, sono sicura che sia importantissimo ma non riesco a ricordarmelo.
L’ho sempre trovato strano, per dire la verità l’abbiamo trovato tutti strano, per dire la verità verità, era davvero strano e cupo e strano, però posso dire che aveva un cuore immenso, forse era anche troppo grande, quindi gli faceva troppo male perché non è tanto facile avere un cuore immenso e sopravvivere con un cuore immenso a tutti i giorni brutti, alla vita, a tutte quelle cose che succedono e a tutte le cose tremende del mondo.
Lui nel cuore c’ha infilato tutto, ogni cosa, le cose sue e anche le nostre. Un giorno qualcuno prenderà quel cuore e inizierà a leggerlo e ci troverà dentro tutto il dolore del mondo.
Mi ricordo di una volta che siamo rimasti a guardare la luce che piano piano si faceva più cupa, proprio oltre la collina, proprio al liminare del bosco. Mentre l’oscurità diventava più pesante, ho visto il suo volto sparire lentamente, i suoi lineamenti liquefarsi di nero, poi è venuto così buio che non riuscivo più a capire dove finivo io e dove iniziava lui.”

© Uduvicio Atanagi, 2017

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