DoctorWriter [55] di MariaGiovanna Luini

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FEDE E CURA: PAROLE AL VENTO (DEL CUORE)

Con la fede scalerai le montagne, senza la fede resterai in pianura: è la rielaborazione di un assunto che conosciamo, arriva alla mente mentre la sfoglio per scovare l’ispirazione e scrivere. Chi ha detto che una montagna vada scalata e non contemplata dal basso? E chi ha voglia di scalare se può volarci sopra? La fede sa farti arrivare in cima senza camminare con uno zaino in spalla, toglie la percezione del peso del fardello e della lunghezza tortuosa del percorso. Altre rielaborazioni, piccoli giochi che portano a mille rivoli e direzioni. Non ci sono regole: il breviario della vita si costruisce con la mente, il cuore, lo spirito, l’istinto. Esattamente come la cura.
Esistono parole che evocano religiosità, altre volte retorica. Fede, perdono, cura, amore: sono parole fortissime che si riducono al nulla di una ripetizione vana alle orecchie di chi le riceve con il cuore chiuso. Anche cuore è una parola così, ora che ci penso. Eppure sarebbero tanto ampie da contenere l’universo: dovremmo lasciare loro il tempo e il modo di accogliere la nostra differenza, senza giudicarle in base alla bocca che le pronuncia o la mano che le scrive.
La fede muove i passi, insieme all’amore. Non esiste eccezione. Si tratta di comprendere che non sia solo religiosa: la religione è un modo per costruire nomi e volti al mistero, rendendolo più afferrabile e forse più vicino. Anche gli atei hanno fede, anche gli agnostici: semplicemente indirizzano emozioni e sentimenti verso altri obiettivi, altri fuochi interiori che spingono e vivificano la creazione. E’ che nel tempo la parola fede è stata riempita di accezioni che rimandano alla parola Dio, e a molti non sta bene. Fede + Dio sono insiemi di lettere e sillabe da respingere a priori. Peccato: per generare un respiro dopo un altro dobbiamo avere fede in qualcosa, ammetterlo è diventare consapevoli e Dio può essere tolto dalla formula magica. Mi viene in mente che gli atei spesso credono ai segni dell’esistenza dello spirito cosciente dei loro cari morti assumendo che persista, dopo la dissoluzione del corpo fisico, una forma di energia che nulla ha di religioso. Basta intendersi, insomma, e non legarsi a un modo unico di vedere le cose.
E la parola cura, ah, quella. Sono annoiata dalle beghe nei social network, ma ho notato che nei post dei deboli (che criticano senza nominare i destinatari) si attaccano i medici o i professionisti della salute mettendo in dubbio la loro conoscenza di cosa sia la cura. “So io come si debba curare, lei/lui non lo sa fare eppure ne parla tanto”. Come se essere stati o essere pazienti bastasse per ricevere la Verità e Profonda Comprensione di cosa sia curare. Come se essere medici bastasse per stabilire Regole e Assiomi con cui giudicare il lavoro altrui. Quanta tristezza e quanta chiusura, quanta ingratitudine e quanto pericolo di perdere l’essenza di ciò che si è. Ogni persona ha un’unica via di cura che si intuisce e si segue grazie alla sinergia creativa del cosiddetto “paziente” (centrale e vera guida) e dei medici e altri guaritori che lo/la circondano.
La fluidità saggia è cura, anche quando si parla di pratiche non convenzionali. Il silenzio è cura, insieme all’ascolto e alla partecipazione da lontano. La posizione di Toro Seduto che mi guarda dal muro e tiene in mano la sua pipa è cura. Accettare ciò che il mondo decide di dire di te è cura, quando lo fai consapevole e certo che le energie che capti non entreranno mai a fare parte della tua. L’amore è cura, così come la fede.
La cura è una: ne esiste una per ogni istante di ogni persona di ogni istante di ogni disagio. Esistono le singole persone con la loro via: a me basta questo per sentirmi nel percorso che ho scelto. Che sia retorica o meno mi interessa niente.

Sia Pace a voi, quella vera.

© MariaGiovanna Luini, 2018

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