DoctorWriter [25] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

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IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 15

Sedeva sulla panchina all’ombra degli alberi, dietro la casa. Gemma passeggiava lenta, accarezzava le foglie e parlava, inseriva lunghe pause quando tentava di leggere le sue risposte dai gesti o dall’espressione del viso.
– Ci vuole pazienza, lo dico sempre. Pazienza. Non possiamo forzare le cose, la voce ritornerà perché non hai danni organici: butterai fuori tutto e riprenderai a vivere. Tutto è destinato a cambiare, evolverai. Vorrei solo che il processo fosse meno traumatico possibile. Non un’esplosione, insomma.
L’esplosione: la sentiva, sapeva che sarebbe arrivata. La melma nera aveva raggiunto la gola, la solleticava quando il pensiero di Riccardo diventava intollerabile: doveva buttare fuori per non morirne. Gemma lasciò colare il silenzio, con lo sguardo su una foglia che aveva raccolto e teneva in mano.
– Senti, un’altra cosa. Sono rimasta sorpresa quando sono arrivata qui perché ho incontrato Giuliano. E’ passato molto presto a trovarti o hai dormito con lui? Non voglio interferire, non l’ho mai fatto: so che tra voi c’è da un rapporto affettuoso ed è preoccupato per te, ma non mi sembra normale. Insomma, va bene l’affetto ma il fatto che si sia fermato da te tutta la notte va fuori dai miei schemi mentali. Oltretutto c’è la storia della lettera, Valeria e Riccardo e il resto: non vorrei che si creasse una situazione umanamente comprensibile ma sbagliata per la vostra salute psichica. Hai capito quale, vero?
La quiete si dileguò. Accidenti a Giuliano, non era riuscito ad andarsene prima che Gemma arrivasse: la pace rilassata e ottusa che li aveva confusi aveva rallentato il risveglio, perfino Gennaro era stato costretto a suonare più volte per farsi aprire il cancello.
– Cosa c’è? Sei arrabbiata?
Si affrettò a scuotere la testa per rassicurarla, ma lo fece senza convinzione.
– Già, non facciamola lunga. Ti sei offesa. Ho sbagliato a dirtelo, era un parere personale senza importanza. Le tue scelte vanno bene, le accetto, basta che siano positive per te, anche se questa mi pare frettolosa, malata e pericolosissima. Senza andare oltre nell’immaginazione, hai dormito con lui: non ho dubbi, avete solo dormito, ma non cadere in situazioni scomode. Una storia tra voi non potrebbe funzionare, ti creerebbe solo dolore.
Si alzò, camminò nervosa per qualche metro e ritornò indietro. Sentiva addosso lo sguardo, non voleva ricambiarlo. Gemma sospirò.
– Lasciamo perdere, dai. Ho fatto male a dirtelo. Comunque non puoi continuare a rifiutare il contatto. Secondo me qualche volta eviti volontariamente di collaborare.
Arrossì, scosse la testa. Mosse pochi passi verso un cespuglio.
– Non vorresti andare a riposarti da qualche parte? Se vuoi ti posso fare compagnia: andiamo al mare, passiamo qualche giorno in barca oppure a casa mia in Olanda.
Rifiutò, non voleva andarsene. Respinse l’abbraccio che tentò di darle.
– Va bene, ti lascio in pace. Chissà che il nervosismo ti aiuti, ormai faccio affidamento anche sull’incazzatura. Qualunque cosa purché ti dia una spinta a uscirne. Vado al mio studio, vengo a trovarti domani.
Si incamminarono insieme fino all’automobile. La seguì con lo sguardo finché fu fuori dal cancello, poi entrò in casa e vide lampeggiare la spia rossa della segreteria telefonica. Premette il pulsante per ascoltare.
– Ciao, sono Valeria. Mi piacerebbe passare a trovarti. Se non ricevo tuoi messaggi al cellulare arrivo entro venti minuti.
La sorpresa la scaraventò indietro, crollò su una poltrona e cercò il telefono cellulare, compose il numero con le mani che tremavano. La segreteria telefonica si inserì immediatamente: Giuliano stava lavorando, non poteva rispondere. Provò con Gemma, ma anche il suo telefono era spento. Il rumore del citofono la spaventò, fece cadere il cellulare e lo raccolse, si alzò e se lo infilò in tasca. Doveva aprire: dalla finestra aveva riconosciuto l’automobile di Valeria; spinse il comando accanto al citofono.
Sul vialetto Valeria fece uno strano giro: evitava di passare sopra al punto esatto dove Riccardo era morto. Scese dalla macchina, reggeva tra le braccia una scatola di cartone blu.
Non si avvicinò per abbracciarla, tese la mano senza sorridere: Valeria le poté offrire solo il mignolo, la scatola era ingombrante. La precedette in cucina e le indicò il tavolo perché la appoggiasse e iniziò a preparare il caffè. Provò a fermare il tremito delle mani quando vide che un po’ di caffè cadeva sul ripiano della credenza.
– Stai tranquilla, Gianna, non ti faccio niente. Quando avrai visto penserai che sono una stronza, ma voglio davvero aiutarti. Non stai andando da nessuna parte e non è giusto per te. Non è giusto per nessuno, a dire la verità. A mali estremi, estremi rimedi.
La aiutò con il caffè, poi sedette e scoperchiò la scatola: Gianna notò buste e fotografie e qualche piccolo involucro che non riuscì a identificare. Non le dedicò attenzione finché ebbe servito il caffè in due tazze che appoggiò sul tavolo insieme alla zuccheriera e a un piccolo cartone di latte. Scelse la sedia di fronte a lei, che parlò subito.
– La notte scorsa mio marito ha dormito qui.
Aveva accentuato i toni su “mio marito”.
– Non dirai niente e questo ti fa comodo, ma anche se riuscissi a parlare lo proteggeresti. Negheresti, ti conosco. Non preoccuparti, non serve: non mi interessa. Dovete però sapere che non ho creduto neanche per un istante che fosse in albergo. Come ho già detto a lui, siete patetici e tutto ciò che sta succedendo era prevedibile. Tuo marito e io siano stati più sinceri, abbiamo vissuto la nostra passione, voi l’avete rimossa. Riccardo e io eravamo attratti e ci siamo comportati come la nostra natura ha previsto, tu e Giuliano non avete osato farlo e adesso, maldestri, tentate di tirare fuori qualcosa da un rapporto che rischia di distruggere la famiglia intera. E mi state facendo incazzare perché scegliete il momento più orribile per scoprirvi attratti l’uno dall’altra, è una squallida ripicca. O una vendetta, decidi tu.
Sciolse un cucchiaino di zucchero nel caffè e bevve un sorso. Posò una mano sulla scatola che occupava una parte del tavolo.
– Quando ti ho vista dopo l’attentato ho pensato che fossi sotto shock, credevo fossi disperata per la morte di Riccardo. Lo eri, effettivamente, ma come tutti noi sei andata avanti e hai affrontato il lutto, e adesso non ti credo più. Adesso penso che il tuo mutismo sia un modo facile per evitare la realtà e attirare l’attenzione. Soprattutto quella di Giuliano, nato con l’istinto del samaritano: quando una donna è debole o finge di esserlo si butta e la consola.
Fece una pausa, toccò qualche busta.
– Non credevo che Riccardo avrebbe raccontato a tutti la nostra storia, certo non potevo immaginare che l’avrebbe fatto in quel modo. Sono stata sveglia notti intere, non sono riuscita a riconoscerlo in un gesto così cattivo nei confronti tuoi, di Giuliano, ma anche miei: ero preparata al fatto che la nostra relazione venisse scoperta, ma non così. Probabilmente avevo sottovalutato la sua complessità, ha sempre manifestato i sentimenti in modo contorto.
Annuì, non potè farne a meno: condivideva l’idea che Riccardo avesse agito in modo strano, non consueto. Anche a lei il gesto della lettera era sembrato troppo crudele, anche lei aveva pensato che la cattiveria maggiore fosse nei confronti di Valeria. Distolse lo sguardo e portò alle labbra la tazza con il caffè.
– Tu non hai mai voluto vedere la realtà. Hai vissuto per anni illudendoti che Riccardo amasse solo te e dedicasse scarsa attenzione alla donne con le quali viveva relazioni fisiche passeggere. Non è stato così.
Questo però non era vero, aveva sempre intuito che l’amore avesse un ruolo nelle infedeltà di suo marito: Riccardo faceva l’amore, era sesso e sentimento insieme. Era difficile da accettare, ecco tutto. E che fosse lei, Valeria, la donna più amata le era sfuggito perché inaccettabile. Su tante buste nella scatola riconobbe la grafia di suo marito.
– Mi costa mostrartele, sono solo mie e di Riccardo, ma stai distruggendo il poco che resta della famiglia. Stai lì imbambolata mentre gli altri soffrono; tutti sono in pensiero per te, hai scelto il mutismo e fai finta che non sia mai successo niente. Sei ipocrita e cattiva. Chiara chiede in continuazione cosa si possa fare per te, mio marito non ritorna a casa perché deve controllare che tu sia viva e possa cavartela: in questo modo l’interesse che ha sempre provato si sta trasformando in ossessione. Non posso permettere che vada avanti. Devi svegliarti e accettare ciò che è successo. Riccardo mi amava e io amavo lui! Riccardo è morto!
Disse le ultime due frasi alzando la voce.
– Prendi queste lettere. Prendile e leggile. Adesso!
Con una mano le porse tre lettere. Sentì la nausea crescere ma non poté fare a meno di prenderle. Obbligò gli occhi a fermarsi sul primo foglio.
“… Ho provato a stare lontano da te pensando che tutto questo non è giusto, ma non è possibile. Non posso vederti vicino a me senza desiderarti ogni minuto. Penso a te anche nei momenti meno opportuni, non riesco a liberarmi dalla tua immagine nei pochi istanti solo nostri…”
Si sentì morire. Tentò di restituirle.
– Vai avanti. Devi leggere. Abbi almeno questo coraggio! E non fare scene. Non vado via finché non hai capito esattamente la situazione. Sii donna per una volta! Finché fai finta di niente non riparti. Non vivi neanche tu!
Le piazzò davanti altra carta, altra grafia minuta o grossa, blu, nera o verde. Leggeva qua e là, spostava sul tavolo, faceva scivolare con il respiro corto.
“… Non pensavo si potesse amare qualcuno tanto da desiderare di possederne la mente e non solo il corpo o le emozioni…”.
“… Gianna non è consapevole di ciò che mi lega a lei. E’ affetto, è la gratitudine di chi ha trovato una donna capace di darsi completamente nonostante la consapevolezza di non essere sufficiente…”.
“… Non devi temere che ti sia infedele: le altre donne durano un istante, e quel poco sesso che faccio con Gianna è segno di affetto. E’ triste, a volte. Squallido. Nessuna riesce a darmi il tuo calore e la passione che mi lega a te…”.
“… I due giorni che abbiamo passato insieme mi hanno fatto desiderare di vivere con te la quotidianità, le notti nella stessa casa. Sto sognando l’impossibile. La soluzione delle vacanze insieme sarà solo una pallida ombra di ciò che realmente desidero, perché non potremo essere soli e saremo costretti a dividere il tempo e le notti con altri…”.
“… Non devi ferire mia moglie perché tu hai molto più di lei: hai l’amore, il desiderio e la passione. Lei è la tranquillità, la serenità, la purezza, tu sei tutto ciò per cui vale la pena vivere…”.
Avanti, oltre. Parole, frasi, piccoli disegni, baci e cuori, sorrisi colorati. Qualche corpo stilizzato con l’inchiostro, e il sesso. I capelli lunghi di Valeria sul suo petto tracciati nel mezzo di una lettera. Ormai leggeva a caso: ogni lettera urlava l’amore. Non era erotismo, non solo: c’era l’amore e sarebbe bastato appoggiare le mani sulla carta ammucchiata sul tavolo, senza il bisogno di leggerla. L’avrebbe sentito, quell’amore, vibrava ancora. ”… Il senso di colpa più grande è nei confronti di Giuliano, ma lui mi conosce e sa che lo amo nonostante non riesca a fare a meno di te…”.
“… Partirò per dieci giorni. Portarti con me sarebbe un sogno: ti accompagnerei a vedere tutto ciò che vuoi e saremmo liberi di fare l’amore dove e come ci piace…”.
Le parole danzavano, erano stupide e profonde e intime e crudeli come tutte le parole dell’amore. Valeria la teneva d’occhio, forse temeva che strappasse le sue lettere: riponeva quelle già lette nelle buste e poi, come un rito, nella scatola. Le porse alcune fotografie.
Vide suo marito vivo e felice con Valeria: abbracci, baci, sorrisi, immagini prese anche tra le coperte di un letto che non riuscì a riconoscere.
– Penso tu abbia capito. C’è solo un’altra cosa che devi sapere.
Tese la mano: altre due lettere.
– Leggi prima quella più breve.
Obbedì, come un automa.
“… Non sono un uomo fedele e lo sai. Gianna mi ha sempre perdonato, tu no. Ho sempre preferito la tua gelosia alla sua passività. Mi sono reso conto che sei la donna che avrei voluto sposare; anni fa avrei dovuto capire che sarebbe stato meglio vivere insieme a te…”.
Controllò la data: due mesi prima dell’attentato.
– Prima di leggere la prossima sappi che se tenterai di distruggerla ti farò molto male. Non te lo permetterò.
Esausta, lesse l’ultima lettera che Valeria le aveva passato: era sulla carta intestata di Riccardo.
“… Voglio un figlio da te. Ho provato a dirtelo in molte occasioni, ma mi sono mancate le parole. Voglio che il nostro amore sia tanto meraviglioso ed eterno da vivere con te l’esperienza di un figlio. Le difficoltà non sono importanti: ho meditato molto su questo. Affronteremo tutto. Starò sempre vicino a te e a nostro figlio: sarà solo nostro anche se decideremo di non dirlo a nessuno…”.
La appoggiò sul tavolo. Abbandonò le mani sulle gambe. Non si accorse che Valeria raccoglieva fogli e fotografie e li riponeva nella scatola, non la sentì salutare.
– Mi dispiace, Gianna. Dico sul serio, mi dispiace averti costretta a vedere queste cose. Non mi sono divertita e non l’ho fatto per una rivincita. Ma dovevi vedere, era necessario. Finiscila con le ipocrisie. Riccardo era passionale, tormentato, impossibile da controllare. E mi amava. Non sono stata la puttana di qualche notte che l’ha coinvolto contro la sua volontà: ha fatto con me solo ciò che ha desiderato di fare. Elena compresa. Devi convincerti e andare avanti, ma usa la dignità. Svegliati, piangi e incazzati, ma piantala di fare la vittima. Sei una donna, come me.

© Mariagiovanni Luini, 2016

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