Doctorwriter [17] di Mariagiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 7

Il calore della casa lo colpì, Giuliano rischiò di addormentarsi appena oltre la soglia. Il funerale era stato penoso, una fatica pazzesca: non c’era solo la gente, erano orrendi l’oppressione delle litanie e la disperazione muta di Gianna, il fetore pesante dei fiori. Un pugnale di dolore spietato gli si era conficcato nella testa.
Si rifugiò in camera da letto sperando che Valeria rimanesse con Chiara o andasse a fare compagnia a Elena: la solitudine sarebbe stata il risarcimento parziale per il caos delle ore appena vissute. Tolse l’abito scuro, la camicia e le scarpe e si sdraiò sul letto, dietro il collo sistemò due cuscini. Oltre alla tragedia esistevano dubbi che lo inquietavano, dettagli che non riusciva a spiegare. E le conseguenze imprevedibili della morte. Cosa sarebbe successo? Cosa avrebbe fatto Gianna? Probabilmente i ricordi sarebbero stati troppo dolorosi, forse sarebbe fuggita. Riccardo aveva amato la casa e il giardino tanto da occuparsi personalmente della scelta dei fiori e delle piante, dei mobili e perfino delle tende: sarebbe stato triste vedere estranei in quelle stanze, in quel giardino. Da bambini ripetevano un gioco speciale: costruivano le loro case nella grande biblioteca del padre, le pareti erano libri impilati l’uno sull’altro. La casa di Riccardo era sempre più grande, ma alla fine abbattevano uno dei muri per vivere insieme. In fondo la scelta di due case vicine era stata la concretizzazione del gioco dell’infanzia.
– Giuliano, posso entrare?
La sentì avvicinarsi. Si sedette sul letto e gli sfiorò la schiena.
– Come stai, amore? Dormi?
– Non dormo, ho male alla testa da questa mattina. Mi si spacca, ho preso tre o quattro bustine di non so cosa, ma niente. Volevo restare un po’ qui al buio. Stavo pensando.
– Posso farti compagnia? Lasciamo fuori i pensieri e stiamo insieme, adesso. Non ne posso più di tragedie e discorsi sempre uguali, sono devastata. Ho bisogno di te, voglio che mi stringi.
Si sdraiò sullo stesso lato del letto. Lo abbracciò.
– Finalmente, in questi giorni non sono riuscita a toccarti. Volevo averti addosso, ne avevo voglia.
La voce roca e bassa sapeva alleviare il dolore, le mani massaggiavano lente il suo petto. Ogni gesto di Valeria era sensuale, anche quando non ne aveva l’intenzione. Con una mano le accarezzò il fianco, lei gli aprì la cintura dei pantaloni.
– Sei eccitato, amore.
– Dai, Valeria. Non è il caso. Non mi va.
Chiuse gli occhi, la sentì armeggiare con i pantaloni, il contatto con la sua mano gli bloccò il respiro.
– Valeria.
– Sì, amore, cosa c’è?
Il tono della voce calava, era sottile e c’era ironia: lo dominava, gli strappava il controllo. Nell’ultimo dei momenti probabili lo stava eccitando.
– Togliti i vestiti.
– Uh, allora il dolore alla testa sta passando.
– Togliti i vestiti, subito.
– Vuoi fare l’amore? Vuoi la tua piccola geisha adesso, vero?
Si voltò, con un gesto le sollevò la gonna. Il profumo che dal suo collo penetrò nel naso e il sapore della pelle quando morse i seni aprendole la camicetta resero ancora più frenetica la voglia di averla. I suoi gemiti gli tolsero la memoria, si spostò su di lei e il sesso premette tra le sue gambe. Spinse, la sentì calda.
Iniziò a muoversi, i suoi polpacci avvinghiati alla schiena e le unghie a graffiargli il viso. Chiuse gli occhi, li riaprì per cogliere il suo piacere. La gonna era arrotolata in vita, con una mano ne afferrò le pieghe, la usò per attirarla e penetrare di più in lei. La sentì sussultare. Vide grosse gocce di sudore caderle addosso e mischiarsi alla saliva, la sentì sospirare e trattenere un grido. L’orgasmo la illuminò, i muscoli si rilassarono mentre, al culmine dell’eccitazione, raggiungeva il piacere e ricadeva pesante, esausto, su di lei.
– Amore, come stai adesso?
La domanda lo raggiunse in un dormiveglia torpido, molto dopo. La sua mano lo spinse delicatamente da un lato, ricadde sulla schiena.
– Avranno sentito?
Valeria rise.
– Un po’.
– Speriamo di no. Quando sei in vena non ti trattieni.
– Chiara è quasi adulta, Elena non capisce.
– Se lo dici tu. Ma Chiara non è adulta, il sesso è lontano anni luce.
– Figuramoci. Ne sa più di te.
Improvvisamente attento, spostò gli occhi su di lei.
– Scherzi, vero?
– Certo, dai, lascia stare. Sono contenta che abbiamo fatto l’amore. Temevo che non succedesse più. Da tanto tempo non avevi interesse per me.
– Non è vero. E’ che con quello che è successo non mi poteva venire in mente di…
– Succedeva anche prima. Non facciamo l’amore da settimane.
Era vero. Il senso di ciò che erano diventati ritornava ora dopo il furore inatteso del desiderio. Non avevano fatto l’amore per molto tempo, era successo perché si erano scoperti distanti. E perché… Valeria interruppe i suoi pensieri.
– Comunque in questi giorni sei stato molto bravo. Ti sei occupato di tutto e hai seguito Gianna in modo fantastico. Però ricordati che la tua famiglia siamo noi. Gianna è sola e le staremo tutti vicini, ma almeno sappiamo che non corre pericolo.
– Cosa vuoi dire?
– Voglio dire che se fosse stata in pericolo l’avrebbero ammazzata insieme a tuo fratello. Era lì imbambolata a guardare Riccardo che moriva e non le hanno fatto niente, non devi preoccuparti per lei.
Decise di prendere il buono del discorso e ignorare il resto.
– In effetti non rischia e neanche noi. Un conto è sparare a un giudice. Sparare a un dirigente di azienda non ha senso. Nessuno di noi è in pericolo. Ma non mi preoccupo per lei perché ho paura che la uccidano, è rimasta sola e l’ha visto morire, deve essere stato straziante.
Valeria si alzò, sistemò i vestiti.
– Vado a farmi una doccia. Poi vieni di là con le bambine. Passiamo il resto della giornata insieme.
– Mi dispiace, non posso. Mi sono riposato, devo andare in azienda. Ho rimandato un viaggio importante a Bruxelles, voglio controllare che i documenti siano a posto e le transazioni siano state fatte come ho chiesto.
Era un errore, ne era consapevole. L’umore di Valeria cambiò in un istante.
– Certo, adesso te ne vai. Come sempre, come se non fosse successo niente. L’azienda non funziona se non ci sei, è tutto fermo, vero?
Mantenne la calma, si mise in piedi e iniziò a vestirsi.
– Non arrabbiarti, amore. Siamo stati insieme, è stato bellissimo nonostante la giornata terrificante. Non rovinare tutto. Tornerò presto, promesso. Starò con te e le bambine. E’ questione di un paio d’ore.
– Non è un giorno come gli altri! Vada farsi fottere l’azienda!
– Calmati, le bambine ti sentono.
Valeria urlò ancora più forte.
– Che sentano! Sei uno stronzo! Il solito stronzo bastardo!
– Valeria, smettila.
– Non la smetto, capito? Hanno ammazzato Riccardo, ti è chiaro? Per una volta riesci a provare sentimenti per qualcuno, almeno per tuo fratello morto? Riesci a dimenticare quella merda di azienda nel nome di tuo fratello?
– Te lo chiedo per l’ultima volta, taci!
– No! E’ morto e tu non provi un cazzo! E’ morto, non hai fatto niente per lui. E’ da solo in una tomba, gli hanno sparato! Ha visto sua moglie non muovere un dito, era solo! Quella santa donna di tua cognata è muta, tutti la consolano perché è traumatizzata e qualcuno l’ha picchiata. Ma che ne sapete voi di che cosa pensasse Riccardo di lei? Che ne sai tu di quel matrimonio? Che ne sai di chi Riccardo amasse davvero?
– Taci!
Lo schiaffo era partito d’istinto, l’aveva colpita senza rendersi conto. E aveva urlato, non era abituato a farlo. Valeria barcollò, una mano sulla guancia: attonita lo fissava e il suo corpo dondolava incerto, il volto rosso e le lacrime che scioglievano gli ultimi residui di trucco.
– Non voglio sentire una parola su Riccardo. Sei tu che non sai niente di lui. Adesso uscirò di qui. Mantieni un briciolo di dignità davanti alle nostre figlie. L’argomento è chiuso definitivamente.
Gli restituì uno sguardo carico di odio: lo schiaffo, il primo in tanti anni, l’aveva sconvolta. Si accasciò inerte sul letto mentre lui usciva dalla stanza.
– Che cosa c’è papà, perché litigate?
Chiara era nel corridoio, gli occhi spaventati e la postura incerta.
– Abbiamo avuto una discussione. Passerà.
– Tra te e la mamma va tutto bene?
– Il matrimonio va bene. Purtroppo non sempre l’atmosfera è ideale e questo è brutto soprattutto per te e Elena, però un matrimonio è per sempre. Se ci sono problemi vanno risolti.
– Tutti i problemi si possono risolvere? Proprio tutti?
– Forse non tutti i problemi si risolvono, ma fidati di me. Il matrimonio tra me e la mamma va bene.
Insieme si diressero in giardino. In macchina le mandò un bacio e chiese a Gennaro di partire.

© MariaGiovanna Luini, 2015

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