Abiterò me stessa [6] di Nicoletta Erre

©foto di Susanna Bavaresco

©foto di Susanna Bavaresco

 

ANNI DI SNODO

I mondiali del 1998 mi rimarranno scolpiti in mente.
Ci ripenso adesso, sudata e stanca, mentre in TV scorrono le immagini di una partita dell’Italia.
In realtà non la seguo, se non con mezzo sguardo di tanto in tanto. Davanti ho il notebook, e accanto il libro che mi supplica di “finirlo” prima che sia trascorsa l’estate.
Devo avere avuto un calo neuronale: da grande lettrice son diventata una lettrice mediocre, e non riesco a darmi pace.
Tornando indietro di diciassette anni, chiudo gli occhi e rivivo stralci della mia vita di allora.
Caotica, angosciosa, conflittuale.
Vigilia di un evento importante che ci avrebbe segnati tutti per sempre.
Si giocavano i quarti di finale, l’Italia affrontava la Francia a Saint- Denis.
Avevo fissato un appuntamento in città, ma mi venne il dubbio che il Professore potesse aver deciso di annullarlo; invece alla mia telefonata rispose che ci saremmo potuti vedere nel suo studio dopo la partita.
Riuscii a sincronizzarmi alla perfezione.
Mi accolse aprendomi la porta, come sempre; in sala d’attesa non c’era nessuno, quindi entrai nel suo studio dalle pareti giallo ocra, impregnato tutto di odore di sigari cubani.
Una chiacchierata, fra lui e me la solita scrivania di legno massiccio ricoperta di post-it, fiammiferi, libri e bloc notes per gli appunti.
Non mi sovviene l’argomento di cui dicemmo.
Ricordo solo che c’era un caldo torrido e secco; lui detestava quel clima poichè “materiale deperibile”.
Risi, nervosa.
Nell’aria percepivo una strana sensazione di elettricità, e non mi era mai accaduto prima, nemmeno quando avevo tentato ripetutamente di blandirlo, più per mettermi alla prova che per una reale intenzione di concupiscenza.
Anche quella sera mi alzai per andare via e lui mi venne incontro. Immaginavo che, come sempre, mi avrebbe accompagnata alla porta.
Invece rimase immobile, a guardarmi. Avvicinai la mia guancia alla sua, per salutarlo come sempre, e fu allora che accadde qualcosa che mai avrei pensato potesse accadere davvero.
Mi strinse all’improvviso, attirandomi a sè, e continuò a tenermi stretta farfugliando parole delle quali riuscii a comprendere poco.
“Moglie e figlie al mare”, “questa settimana sono solo”.
Avrei pagato, tempo prima, perchè potesse succedere anche molto meno.
Invece, in preda al terrore più assoluto, lo allontanai bruscamente, farfugliando a mia volta che mi aveva fraintesa, che non volevo approfittare della situazione, che ero un disastro e che lui lo sapeva meglio di me.
Mi catapultai giù per le scale, attraversai l’androne correndo e mi chiusi finalmente il portone alle spalle.
Sì, ero stata brava, pensai convinta mentre percorrevo la strada di asfalto ribollente fino al parcheggio.
Oggi, ripensandoci, mi viene il dubbio di essere stata solo molto, molto cretina.

© Nicoletta Erre, 2016

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