Maremoti [9] di Maria Elena Poggi

© illlustrazione di strips&trips

COME DENTRO UN FILM

L’uomo seduto dall’altra parte dello scompartimento ha un volto anacronistico, da attore non protagonista di certi film in bianco e nero.
In questo tardo pomeriggio di maggio, mentre fuori dal finestrino il cielo rovescia tutto il suo malcontento, io devo apparire piuttosto buffa perché lui  non fa altro che guardarmi e ridacchiare.
Mi nascondo dietro alla copia del Courrier International che stringo fra le mani, ma è troppo vecchia e cincischiata per proteggermi dall’universo mondo.
Ostento indifferenza, sfodero la mia miglior faccia da venerdì e sprofondo nel completo d’ordinanza. Contegnosa, leggo a fior di labbra parole scritte in una lingua che amo ma che non mi appartiene.

È tardi: la carrozza è  deserta, fatta eccezione per l’uomo e il suo gruppetto di amici. Parlano ad alta voce, in una lingua straniera: mi sembra un idioma dell’Est europeo. Sono chiassosi e visibilmente innocui.
Per riflesso sollevo lo sguardo: lui mi fissa. Fa una faccia buffa e aspetta una mia reazione.
Mi viene da ridere ma mi sforzo di restare seria. Nella mia testa si materializza un’immagine incoerente: un incrocio fra il Mangiafuoco di Pinocchio e il Groucho di Dylan Dog.  Mi ripeto che è è fondamentale, per una Signora, avere una cultura d’area vasta, ça va sans dire. Il pensiero è veramente  idiota: stronco sul nascere, soffocandolo nella pashmina di chiffon, un intempestivo attacco di fou rire.

Groucho continua a squadrami, con aria curiosa.
L’uomo che amavo mi ripeteva sempre che il mio sguardo è capace di infilzare un’anima al muro; ma questo accadeva qualche diottria fa. A pensarci bene, la sua, di anima, si è volatilizzata da tempo: che sia stato per via della miopia progressiva?

Immersa in queste considerazioni oftalmologiche non mi sono accorta che il treno è fermo nel bel mezzo del nulla. Mi dimeno sul sedile, arrotolando una ciocca di capelli attorno al dito.
Lui segue ogni mio gesto; è una strana sensazione essere oggetto di un’attenzione visiva non richiesta, per quanto non molesta.
Metto a fuoco il mio obiettivo e con un’occhiata, dolcemente miope, gli telegrafo uno sguardo che recita più o meno così: «Guarda, non è davvero cosa; ho trascorso la giornata facendo a pugni con un ricordo. Ha vinto lui. Comunque, grazie per il pensiero…».

Il treno riparte; Groucho guarda altrove e io torno ad immergermi nelle onde vaporose di un idioma che mi sfugge, scivoloso. Fuori piove, un’acqua piccola  e grigia.
Smetto di leggere e mi abbandono sul sedile del treno; mi pervade una stanchezza malinconica e umida, come le gocce che tracciano righe nere di sporco sul finestrino.
Sarebbe bello mollare gli ormeggi, seguire il percorso del treno e farsi trasportare via, altrove.
Saltare la fermata pertinente e anche quella successiva, fino a capolinea.
Conferire seduta stante alla locomotiva il compito di recidere legami, oneri e responsabilità.
Scomparire, ingoiata dal buio di una galleria. Rinascere, altrove.
Come dentro a un film.
Il convoglio rallenta entrando in stazione.
Sono arrivata. Mi alzo e mi appresto a scendere.
Groucho mi apre la porta, rivolgendomi un ultimo sorriso.
Gentilezza da film in bianco e nero.
Exit io.
Piano americano e dissolvenza.

© Maria Elena Poggi, 2017

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