DoctorWriter [18] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini

Il romanzo del magistrato

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.

Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.

E il blocco si scioglie, voilà.

 

Capitolo 8

A macchie dense e profumate i fiori riempivano gli spazi ombrosi tra gli alberi. Gianna amava che il giardino fosse pieno di fiori senza un ordine: passeggiava e toccava il tronco degli alberi più robusti per ascoltarne la saggezza, ne annusava la resina e sedeva appoggiata con la schiena per ritrovare l’equilibrio quando si sentiva persa, respirava l’energia della natura che le sembrava tanto più viva quando più era libera di crescere come voleva. Riccardo invece studiava la disposizione delle piante, dei colori, perfino dei profumi disegnando il giardino su enormi fogli che poi conservava arrotolati accanto alla scrivania, fiero di costruire ogni anno un mondo naturale diverso e simmetrico: le aiuole erano il suo vanto, le stesse aiuole che nessuno aveva più sistemato dopo la sua morte.
Un rumore, un clac metallico interruppe i pensieri di Gianna mentre era china sui sassi piccoli del vialetto davanti alla casa. Si rialzò, la macchina di Giuliano entrava dal cancello. Quando scese le andò incontro con un sorriso che si intuiva appena: la abbracciò, accarezzò i suoi capelli.
– Ciao, come stai? Hai dolori?
Scosse la testa. Sempre le stesse domande. Certo che aveva dolore ma non riguardava le costole o qualsiasi altra parte del suo corpo: riguardava l’anima, e per quella niente poteva funzionare.
– Bene, cosa stavi facendo? Una passeggiata?
Fingeva di non avere notato la sua posizione nel giardino, il punto esatto della morte di Riccardo. La prese sottobraccio e, azzardando commenti vaghi sui fiori e sulle farfalle che avevano iniziato a farsi vedere, la accompagnò sul retro della casa.
– Hai notato se per caso ti è tornata la voce? Che ne so, un colpo di tosse, un urlo che ti è scappato. Qualcosa.
Buttò fuori l’aria in un sospiro che non fece rumore, scosse la testa. Adorava Giuliano ma aveva l’ingenuità maldestra di tanti uomini, soprattutto quando tentava di avvicinarsi a lei avendo paura delle sue difficoltà: sembrava che allungasse la mano incapace di toccarla, spaventato e attratto insieme. E si preoccupava troppo per il suo silenzio: non aveva danni organici, doveva solo decidersi a parlare non avendone voglia.
– No, sul serio. Vederti così zitta fa impressione. Pensa che Valeria ha ammesso di sentire la nostalgia delle chiacchierate con te. Chiacchierate tra voi? Non ne avevo notizia, anche se siete sempre andate abbastanza d’accordo. Vero? Andate d’accordo, no?
– Meno male che non ho la voce.
La frase non uscì, fu solo un pensiero ma Giuliano dovette intuire.
– Che sorrisino cattivo. Non è così male, dai. Lei dice che chiacchieravate, sai che considera chiacchierata anche il monologo: basta che l’altro dia segno di avere ascoltato. In fondo mi sono innamorato di lei anche per questo, in qualche modo ricorda mia madre e Riccardo: pieni di parole, travolgenti. Sono capaci di ribaltare in cinque minuti il mio pessimismo.
Gli sorrise: faticava a mettere insieme le frasi, fingeva una serenità che non aveva. Sedette su una panchina di pietra in una piccola radura vicino a una fontana vuota, con un gesto lo invitò a imitarla.
– E’ bello qui. Quando avete comprato questa casa mi sono seduto con Riccardo su questa panchina a fare conti e previsioni economiche, la fontana accesa ha reso tutto più bello. Forse è stata l’acqua a farci decidere il mutuo, alleviava l’animo e ha reso tuo marito più audace.
Mosse le mani come per disegnare la scena, poi le lasciò ricadere sulle cosce. Lei indovinò il seguito.
– Gianna, i tempi di Riccardo sono finiti. Adesso è un gigantesco dopo. Dopo di lui, dopo la nostra vita di prima. Ma qualcosa dobbiamo fare. Pensa a Chiara, con lei hai un legame molto forte. E’ preoccupata: sa che lo shock richiede la calma e un certo tempo per passare, però è adolescente e non sempre accetta le spiegazioni degli adulti. Si accende e si spegne, ragiona da donna e da bambina. Insomma, voglio dire che le farebbe bene stare di nuovo con te, ma anche a te farebbe bene occuparti di lei, la tua vita non è finita e hai la famiglia, noi siamo la tua famiglia.
Allungò una mano di lato, la appoggiò sulla sua.
– Poi ci sono io, che annaspo. Mai sentito così incerto, nemmeno agli inizi della carriera. Il lavoro non sta andando bene. Si aspettano tanto da me, forse troppo. Non riesco a concentrarmi. Ho visto il presidente, che ovviamente comprende la situazione e non ha niente di negativo da dirmi, però ho capito che qualcuno vuole approfittare della situazione per attaccarmi e dire che non posso gestire l’azienda con sufficiente lucidità. Ho rinunciato a qualche viaggio, disertato riunioni importanti. Mi sono un po’ perso, in effetti.
Il sorriso non nacque ma tentò di affiorare: l’insicurezza di Giuliano era evidente e non c’era pericolo reale, temeva per sé allo stesso modo almeno cinque o sei volte ogni anno poi dimenticava di essersi preoccupato o fingeva che lei avesse frainteso, esagerato nell’interpretazione delle sue confidenze.
– Non posso permettermi di ritirarmi a casa come qualcuno sta consigliando. Sarebbe una mossa sbagliata. Certo che si è creata una situazione difficile.
Lo bloccò scuotendogli il polso, lo costrinse a guardarla. Lui sorrise.
– Ecco, anche da muta dici le stesse cose. Sto esagerando e vedo pericoli che non esistono. Saprò affrontare il momento di apparente difficoltà. Ma soprattutto sto cercando di evitare l’argomento, vero? Il lavoro non c’entra niente.
Annuì, accarezzò ancora la sua una mano. Vide che distendeva le dita e afferrava le sue.
– Hai ragione. Il lavoro è la scusa che prendo per non pensare ad altro. La verità è che non ho mai creduto che potessero ucciderlo, pensavo che esagerasse con i discorsi sulla morte. A volte ne parlava così spesso da annoiarmi. Credevo che non l’avrebbero mai colpito a Roma: quando eravate in Sicilia, anni fa, vivevo nel terrore, poi mi sono fatto andare bene la regola per cui fuori dalla Sicilia non ti ammazzano. Credevo bastasse non ritornarci, anche se sapevo che Riccardo non avrebbe accettato un esilio utile per salvarsi. Sarebbe ritornato là ogni volta che fosse stato necessario. Ma credevo che a Roma non succedesse e quando parlava di morte mi infastidiva. Adesso leggo e rileggo i giornali che parlano dell’attentato per convincermi che è vero: non mi è bastato vederlo morto!
Con un gesto goffo la abbracciò, appoggiò il mento ai suoi capelli.
– Non ce la faccio, sono cieco e forse un po’ stupido. Riccardo è morto e tu non parli, è calato un silenzio che non mi aspettavo: lui era il più forte di noi due, tu un’amica saggia che compensava le sue follie e mi dava consigli ed equilibrio. Siete spariti entrambi. Mi hai sempre dato la tua opinione sulle scelte che facevo. Che cosa devo fare adesso?
Gli si abbandonò addosso, rassegnata: non aveva l’energia per aiutarlo, non più. Se fosse stato con loro Riccardo avrebbe potuto risolvere il momento con una battuta, un urlo rabbioso, un gesto energico. Ma non c’era.
– Certo che ci sono!
La voce fu così potente e improvvisa che Gianna saltò in piedi scostando Giuliano con una spinta.
– Cosa c’è? Cosa succede?
– Sono qui, e tu lo sai benissimo. Aiutalo, mio fratello ha bisogno di te. Lui non saprebbe vedermi.
Giuliano le danzava davanti spaventato, incapace di capire: non poteva rispondergi, e non perché mancasse la voce. Dietro di lui una luce vaga ma visibile si stagliava contro il verde delle foglie, e nella luce c’era Riccardo! Era più giovane e sembrava felice, la osservava con un amore che non poteva essere umano.
– Ci sono cose che devo dirti, amore. Ci sono cose che devo dirti, hai capito? Finché non le saprai non posso andare. Non posso passare nella luce se non ti ho raccontato la verità.
– Gianna, che cazzo succede? Parla santo cielo, parla!
I due fratelli riempivano il suo campo visivo, Giuliano a meno di venti centimetri da lei e Riccardo subito dietro: era vivo, non poteva essere un’allucinazione!
– Anche lui mi perdoni, diglielo. Mi dovrà perdonare altrimenti non posso partire. Vi amo, Gianna, vi amo tantissimo e qui è così bello.
La visione svanì come se non ci fosse mai stata. Gianna chiuse e aprì gli occhi tre o quattro volte, la sensazione attonita di perfetto amore e meravigliosa energia non la abbandonò.
– Ti prego, vuoi farmi capire?
Fissò lo sguardo su Giuliano: avrebbe potuto tentare di raccontargli ciò che era accaduto ma non avrebbe ottenuto altro che una visita psichiatrica, l’ennesimo consulto con Gemma. Meno male che poteva nascondersi dietro l’assenza della voce. Allargò le braccia, esibì il sorriso più rassicurante che poté trovare.
– Porca miseria, credevo avessi un infarto o qualcosa del genere. Ma cosa vedevi là dietro?
Scosse la testa: niente, non aveva visto niente. Quando la abbracciò chiuse gli occhi e un ricordo le affiorò alla memoria. Rivide se stessa anni prima, in un periodo triste: Riccardo amava un’altra donna, si capiva dall’imbarazzo quando la toccava. I loro rapporti erano ridotti al minimo, le uniche manifestazioni di affetto alcune lettere che le faceva trovare nelle tasche dei vestiti o sulla scrivania: le chiedeva perdono per la distanza tra loro e ribadiva un sentimento forte ed eterno “al di là della confusione di questi tempi”. Usava un linguaggio che avrebbe voluto essere affettuoso ma evocava tribunali e interminabili sedute polverose davanti ad avvocati pagati troppo. Le bugie non si contavano. Lei aveva deciso di partire, era salita su un aereo per Amsterdam e si era rifugiata da Gemma. Riccardo, frenetico anche nella rabbia, aveva telefonato molte volte per convincerla a ritornare ma non si era mosso da Roma; invece, era arrivato Giuliano. L’aveva riportata a casa senza commenti e a Schiphol aveva chiesto, con un’occhiata obliqua:
– Vuoi che andiamo subito in Italia o li freghiamo tutti e ci lanciamo in un viaggio esotico? Da noi non se lo aspettano, lasciamoli con la bocca aperta e la bava che scende sul mento. Partiamo e basta, dai!
Era riuscito a farla ridere. Il colpo di testa non si addiceva né a lui né a lei, sarebbe stato tipico di Valeria e Riccardo. Però qualcosa, un’elettricità istantanea, li aveva uniti: avevano dovuto scacciare la sensualità, la sensazione molesta di volere partire sul serio. Poi Riccardo era ritornato da lei, o almeno così era sembrato, era nata Elena e i drammi si erano sciolti.
Chissà perché il ricordo arrivava proprio il quel momento.
Poi Giuliano fece un passo indietro.
– Ci sarebbe un’altra cosa. Giovedì siamo convocati dal notaio per l’apertura del testamento.
Spalancò gli occhi in una smorfia stupita: non si aspettava un notizia del genere, ignorava che esistesse un testamento.
– Riccardo ha voluto che tu, io, Valeria e Gemma fossimo presenti.
La sorpresa diventò preoccupazione. Gemma non era di famiglia: era un’amica molto intima che aveva saputo aiutarla in qualche momento difficile, e l’aiuto era stato reciproco quando il figlio di Gemma era morto. Il fatto che dovesse essere presente alla lettura del testamento la inquietava.
– Gianna, dovremmo parlare di alcune cose prima di andare a sentire. Hai idea se ci fossero questioni sospese dal punto di vista economico o ereditario?
Scosse la testa. Non c’erano. Riccardo non aveva beni da lasciare, aveva ceduto tutto a lei molto tempo prima di morire: l’aveva fatto perché sapeva che prima o poi la mafia l’avrebbe raggiunto, ma anche perché non era certo del destino del loro matrimonio.
– Non voglio possedere nulla, ti ho sposato e non desidero che le mie intemperanze ti mettano a rischio economicamente.
Diceva così. Le intemperanze erano i tradimenti, le passioni che lo divoravano. Non potendole regalare fedeltà fisica era stato irremovibile nel dipendere economicamente da lei: un modo per legarsi quando la tentazione di andarsene era forte. No, non esistevano questioni economiche sospese.
La consapevolezza che ci fosse qualcosa da dire di fronte a un notaio, in presenza di Gemma, la gettò nell’incubo.
– So cosa stai pensando, c’è qualcosa che non ci ha mai detto. Temo che sia spiacevole. Altrimenti perché coinvolgere Gemma? Sono molto preoccupato, era imprevedibile perfino per me. Un testamento che spunta fuori così, e una convocazione che coinvolge un’estranea che, guarda caso, fa lo psicoterapeuta e, guarda caso, gli ha salvato il culo con te decine di volte. Scusa, avrei il dovere di tranquillizzarti ma la realtà è che mi aspetto una sorpresa. E non sono certo che sia positiva.

©MariaGiovanna Luini, 2015

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