
È meglio non scavare troppo nella vita di R., due anni, morto in
tragiche circostanze. Non esistono bambini che muoiono in
circostanze serene, quindi fin qui non ho fatto rivelazioni eccessive.
Aveva una grave anemia e i postumi di una polmonite malcurata, i
medici non erano stati capaci di intervenire in maniera incisiva per
bloccare l’infezione e R. era entrato in una sorta di torpore sempre
più profondo, scivolando dentro sé stesso senza possibilità di
aggrapparsi alle sporgenze della vita.
La mamma si chiamava M. ed era una donna coraggiosa, non
intendeva arrendersi all’evidenza.
Aveva preso il bambino e aveva detto al marito: io parto.
Quello non si capacitava del fatto che una donna potesse anche solo
immaginare di attraversare il mondo da sola insieme a un bambino
malato. I medici avevano emesso una sentenza di morte e gli
sembrava veramente assurdo questo tentativo di rifiutare la realtà da
parte della moglie. Quanto tempo si può sopportare di dire addio a
un figlio la sera e ritrovarlo esanime, ma vivo, il mattino dopo? Ogni
volta che incontrava la sottile fessura dei suoi occhi, il bianco che
traspariva come chiarore sotto una porta di notte, si domandava se
covasse dei pensieri, dei sogni, dietro quella voragine.
Il lutto quotidiano. Ogni giorno rimandato a quello successivo.
Quanto R. percepisse del mondo esterno era un mistero.
La mamma gli raccontava ancora le favole dei bimbi vivi, avventure
e misteri che dovrebbero generare un piccolo brivido e poi il
sollievo di una risata liberatoria, ma lui era un pubblico difficile. A
volte sembrava quasi che tentasse di sorridere col lato destro del
labbro superiore, il papà era convinto solo un leggero spasmo. La
mamma continuava a cantare un ritornello facile da interpretare
anche quando la voce è rotta dal pianto, uno stratagemma
interpretativo. Una ninnananna per un bambino addormentato.
Il marito la guardava mentre si dedicava intensamente a quelle
attività, curva sotto il peso del dolore e si interrogava sulla tenuta
psicologica della donna.
Il piccolo fagotto rinsecchito, con quella testa che ormai sembrava
sproporzionata rispetto al corpicino, non somigliava più al bel
bimbotto venuto al mondo poco tempo prima. Una tonda promessa
di vita divenuta un brutto involucro di dolore.
Tu canti a te stessa, donna. Così avrebbe voluto dirle. Ma quella
donna lo spaventava.
Il bambino l’aveva trasformata quasi per osmosi in una sorta di
strega capace di lanciare strali con lo sguardo. Lo sguardo, un cielo
stellato che è così bello da guardare, ma solo se non permetti a te
stesso di pensare che in realtà ci stai nuotando dentro, perché
quando succede ti atterrisce.
Ormai lui tirava avanti fingendo di non vedere che c’era un’estranea
in casa con una piccola mummia in braccio.
Solo così puoi sopravvivere.
Fuori da quella casa c’erano altri bambini, i figli dei vicini, che
correvano respirando aria ed espirando vita pura. Facevano un
chiasso infernale fino a notte fonda eppure non riuscivano a coprire
l’orrendo silenzio emesso dall’esserino. Se solo lui avesse potuto
smettere di sentire il chiacchiericcio insensato di quella donna ormai
perduta.
Io parto, gli disse.
Fu un sollievo.
Egli non volle neanche rispondere, per paura di rendere reale la
donna con la mummia in braccio.
Lei partì.
E sapeva due cose fondamentali.
La prima era che esistevano ospedali grandi come città in cui le
persone guarivano e a volte venivano anche riportate in vita dalla
morte. “Coma”, lo chiamavano. E R. non era certo in coma,
respirava da solo, pochissimo, ma il suo piccolo petto sottile come
una cialda si alzava e si abbassava continuamente.
La seconda era che avrebbe dovuto percorrere una distanza che non
sapeva misurare, ma qualcuno le avrebbe sicuramente indicato la
direzione, tanto bastava.
M. attraversò la porta con il piccolo R. contenuto nel gomito destro
e un grande sacco della spazzatura appeso alla spalla sinistra, come
fosse una shopper extra-large riempita durante il Black Friday, fuori
tutto, spese pazze.
Il marito era rimasto dietro una finestra polverosa a fissare la piccola
sagoma fluttuante che si allontanava con passo incerto. Non la
salutò nemmeno col pensiero, erano mesi che aveva celebrato il
funerale della sua bella moglie e di quel bimbo, nato sano.
M. seguì una direzione senza strade. La fiducia e il sogno di
quell’enorme polo ospedaliero la sorressero, spinsero i suoi passi
come se non fosse più padrona del suo corpo. Lei si occupava di
raccontare favole e addormentare il bambino assopito, mentre uno
strano sortilegio la spostava nel mondo, guidava il suo cammino.
Quando quelli le furono sopra, R. non poteva capire ciò che
succedeva e questo pensiero aiutò M. a sopportare il peso di quel
sopruso. Durante tutto il tempo la donna fissava gli occhietti vacui
del figlio che non vedevano niente e serrava le labbra per ingoiare il
dolore affinché le piccole orecchie non udissero. Perché M. era
assolutamente convinta che R. non fosse sordo, altrimenti non
sarebbe stata in grado di provare sollievo quando si esibiva in favole
e canzoncine.
Quando M. fu rinchiusa le fu permesso di portare R. con sé, sempre
chiuso nell’incavo del gomito sinistro. La grande bag shopper era
sparita da tempo. Solo l’essenziale per lei.
Quando arrivò a destinazione lo seppe per istinto.
R. non emetteva suoni da mesi, neanche il rantolo che inizialmente
veniva esalato dal suo flebile respiro. Per essere sicura che fosse
ancora vivo, la mamma tratteneva il fiato e fissava il suo piccolo
torace per 30 secondi: la sua soglia della paura. Quando intercettava
una piccola piega sulla camicina del bimbo, allora riprendeva a
respirare. C’era qualcosa di profondamente sbagliato nel fatto che
una mamma continuasse a riempire i polmoni sebbene il suo
bambino non potesse più farlo. Così pensava, così regolava la sua
vita.
Quando il sogno del grande polo ospedaliero si trasformò in una
struttura che la osservava dall’alto, troppo grande per essere
contenuta dai suoi occhi,
Mouna fu avvicinata da due signori gentili che indossavano vestiti
blu scuro.
Non ci fu spazio nella sua nuova stanza per Ryan, che era morto
due giorni dopo, nello stesso CPR dove era stata imprigionata lei.
La burocrazia non aveva ancora deciso chi avesse la responsabilità di
occuparsi del minore.
©Ale Ortica