
Si toccavano le dita e camminavano su un marciapiede disastrato,
con le erbette che si facevano strada tra le crepe. Il sole era basso
ma nessuno dei due intendeva distogliere lo sguardo dal rosso
spavaldo che degradava in un timido blu. Quel sole procedeva
stanco dietro una coperta di lanuggine violetta. L’ultimo spettacolo
di ogni sera, non ce ne sarebbero stati mai più di uguali.
Una volta Max lo aveva intravisto, per strada, mentre tornava a casa
da solo e immaginava Nina immersa in qualche sua occupazione
pomeridiana. Le telefonò.
«Sei un cretino, che fai, mi chiami mentre guidi?»
«È urgente, ho bisogno di un favore perché non faccio in tempo a
tornare. Devi correre in cucina, ci sei? Perfetto, guarda un attimo
fuori, devi trovarmi una cosa. Fuori dalla finestra, sporgiti verso
ovest. Come dove? Ok, verso l’edificio vecchio, esatto…
Guarda su.»
Camminavano con il viso chinato e gli occhi ostinatamente
socchiusi, puntati verso un cielo che sembrava oscillare avanti e
indietro. Lui avvicinava una mano al fianco di lei che agganciava due
dita all’indice di lui. Un blu più acceso abbracciava le ultime
spennellate di arancione, dei flebili bagliori si propagavano a un
ritmo lento, accompagnati da un suono lontano, come un soffio,
swosh, sssh, swosh, sssh. Pioverà, pensò a voce alta Nina, sta per
arrivare un temporale. Lo pensava anche lui. Procedevano lenti
verso casa e si preparavano a fuggire dall’acquazzone.
Un ragazzo con uno strumento musicale piuttosto ingombrante
sulla schiena, camminava nella stessa direzione con gli occhi sul
marciapiede, inciampava su qualche crepa, era pensieroso. Allungò il
passo temendo che potesse piovere, i lampi lo turbavano sempre.
Istintivamente coordinò i suoi passi con il sibilo del cielo.
Una donna corpulenta che si era costretta dentro un pantalone
attillato e un maglioncino a trama molto larga, se ne stava ferma e
parlava in maniera concitata contro un cellulare sospeso davanti alle
sue labbra. Gesticolava con fare indignato e prendeva una piccola
pausa ogni volta che il cielo inviava un bagliore, quindi si
interrompeva per una frazione di secondo, alzava lo sguardo come
se cercasse di individuare un nemico e continuava la sua
lamentazione.
Max prese la mano di Nina e la strattonò gentilmente. Superò la
donna che intanto aveva dato invio a un vocale di almeno due
minuti, con un sorriso complice diretto al marciapiede. Nina non lo
vide, continuava a osservare il cielo con timoroso stupore ma
sapeva esattamente quale espressione stesse assumendo il viso di lui.
I bagliori si fecero più intensi. La donna al telefono abbassò il
braccio e sembrò valutare la situazione, come se si stesse svegliando
da un sogno vivido. Il ragazzo allungò il passo inciampando
ripetutamente su un laccio slacciato, lasciato penzolare ai lati della
scarpa.
Il rumore del cielo non si coordinava più col ritmo delle vampate di
luce. La dissonanza era diventata fastidiosa.
C’era una struttura, proprio in fondo alla strada, con un’entrata
ampia che dava in un ingresso in ristrutturazione da decenni. Il
solito rudere di belle speranze, cominciato come progetto abitativo
per le nuove famiglie del paese e finito in un perenne “si vedrà”.
Max e Nina decisero che il cielo si fosse pavoneggiato abbastanza e
l’oscurità stesse per prevalere sul blu illuminato dai lampi, quindi si
affrettarono a ripararsi nella struttura vuota. Giusto il tempo di
capire come organizzarsi, visto che lei indossava un tutore al piede e
la sua andatura era claudicante. Nina si sfregava le mani sulle
braccia. Indossava una giacca leggera che era perfetta per la
temperatura del primo pomeriggio, quando avevano cominciato
quella passeggiata, ma il tramonto era arrivato presto. Lui la strinse a
sé.
«Non metterti strane idee in testa, voglio solo scaldarti prima che i
tuoi piedi entrino in fase di ibernazione e vengano a cercarmi
stanotte.»
Lei avrebbe risposto un “vaffanculo, Max”, ma aveva troppo freddo
e il corpo di lui le forniva un ristoro delizioso.
Un lampo forte e prolungato svelò una figura esile e oblunga
proprio sulla soglia dell’ingresso. Il ragazzo procedeva titubante,
timoroso.
«Entra, tranquillo, tra poco verrà giù il mondo», disse sorridendo
Max. Quello bofonchiò qualcosa di incomprensibile con un tono di
voce molto basso, accennò una smorfia che poteva sembrare un
sorriso e si appoggiò a un muro portante dando loro le spalle.
Uno scroscio improvviso rovinò come una cascata e proiettò
all’interno dell’antro una miriade di grossi cristalli. Il ragazzo balzò
verso la coppia con uno strillo acuto e quasi cadde sulla terra battuta
viscida e irregolare. Con aria imbarazzata si allacciò la scarpa. Alle
sue spalle comparve la signora grassa col cellulare in mano: «che
cazzo succede? Piovono sassi!»
La grandine continuava a trivellare i primi metri all’interno della
struttura e guadagnava terreno, più o meno ogni tre o quattro
swosh, sssh. Non si scioglieva. Sembrava ghiaccio sporco e
compatto, appuntito anche, a giudicare da una ferita che la signora
stava massaggiando distrattamente sul braccio che culminava con il
telefono stretto in mano.
«Signora, sta sanguinando», disse Max indicando la donna con un
dito, mentre stringeva con forza Nina, come per difenderla dalla
nuova arrivata.
La signora osservò il rivolo di sangue che scorreva sul gomito ed
emise un urlo stupidito, a cui fece eco un lamento acuto che si perse
nell’oscurità.
«Ragazzo? Dove vai? È pericoloso qui…» Max allontanò Nina di
qualche centimetro e le strinse le mani sulle spalle guardandola con
occhi allarmati, le sopracciglia attorcigliate sulla fronte. Lei respirava
velocemente, gli occhi sgranati, si guardava intorno interrogando
l’oscurità. Le chiese se riuscisse a muoversi e lei balbettò una serie di
oscillazioni della testa che potevano significare qualunque cosa. Era
atterrita.
La signora grassa continuava a urlare, il dito sul telefonino a
comporre numeri alla cieca e il braccio fradicio di sangue.
Impossibile interrogarla sulle sue condizioni, probabilmente sarebbe
rimasta immobile in uno stato di shock telefonico fino al loro
ritorno, quindi Max e Nina decisero di muoversi verso una strettoia
e furono ingoiati dal buio.
Seguivano il calpestio dei passi scomposti del ragazzo che forse
continuava a inciampare nei lacci delle scarpe o nei suoi stessi piedi.
Si trovarono in uno spazio molto ampio a giudicare da flebili
bagliori lampeggianti che penetravano dalle feritoie, poste circa tre
metri più in alto. Max trattenne la corsa di Nina. La donna scivolò
per inerzia e si trovò in ginocchio, trafitta da un dolore istantaneo.
Una lama le squarciò la coscia destra, per qualche istante il piede col
tutore sembrò quasi morto. Poi l’arto assorbì il colpo e lo restituì
come un’onda di strazio che vibrava fin sopra la colonna vertebrale.
Nina lanciò un urlo dirompente che sbriciolò l’aria stantia, un misto
di polvere di cantiere, cemento marcio e verdure in
decomposizione. Gli occhi si incollarono in un miscuglio di lacrime
e polvere, avvertì solo una stretta dietro le spalle.
«Adesso fa come ti dico io», le sibilò Max nell’orecchio, come se le
rivelasse un segreto. Lei mugolò, accecata e con la gamba che le
scagliava strali di dolore fin sopra la nuca, ma lui continuava a
costringerla, la teneva immobilizzata. In quel momento fu certa che
ossa di vetro si fossero infrante nella sua gamba lanciandole schegge
nella carne. Desiderava solo accasciarsi a terra e allungare il piede,
ma lui non glielo permetteva.
«Fai solo quello che ti dico io, quando te lo dico io», le ringhiò
nell’orecchio. Lei non poteva fare altro che ubbidire.
«Alzati restando addosso a me, ti tiro su».
Ma lei non poteva, la sua gamba era avvolta da fiammate
insopportabili di un dolore mai provato prima.
«Alzati adesso, cazzo, alzati subito.»
Lei lanciò un urlo disperato e fu in piedi mentre lui la teneva stretta,
le faceva male alle braccia. Un lampo dalle feritoie illuminò il
pavimento. Una voragine si apriva al centro dell’enorme spazio
vuoto, un occhio cieco, lo spazio per un montacarichi,
presumibilmente.
Il piede sano di Nina era appoggiato sul bordo del precipizio, l’altro
oscillava senza controllo.
Max la tenne ferma finché la gamba smise di oscillare.
Nina era talmente terrorizzata che non emise suoni. La sua mente
cominciò a vagare in luoghi folli. Ricordò il motivetto di una brutta
canzone in diffusione nel supermercato dove aveva fatto spesa nel
pomeriggio, si interrogò su cosa dovesse ancora comprare e cercò di
capire se fosse ora di mettere il vino in frigo, se avesse fatto tardi a
cena non lo avrebbe trovato fresco come lo desiderava.
Un urlo acuto.
Il ragazzo, dio santo, il ragazzo. Era in giro, al buio e c’erano questi
maledetti buchi nel terreno.
Max la sosteneva per un braccio,
«ce la fai a muoverti?»
Ce la faceva.
Barcollavano cercando di seguire le ultime tracce sonore del ragazzo
e lo chiamavano, Nina lo implorava di fermarsi, gli intimava di stare
fermo in quel cazzo di posto dove si trovava e aspettarli.
Avanzavano zoppi come uno strano insetto mutilato da un
predatore, i bagliori penetravano nell’ambiente strappando l’aria
catramosa quel tanto che bastava per vedere gli ostacoli e capire se
esisteva un pavimento. Swosh, sssh, swosh, sssh.
Trovarono un corridoio parallelo al primo che avevano percorso,
diversi ambienti vuoti e angusti si aprivano su entrambi i lati.
Chiamarono il ragazzo ma udirono soltanto, a tratti, la voce
baritonale della signora grassa che non aveva mai smesso di
emettere i suoi lamenti fessi.
Tesero l’orecchio sperando di intercettare i passi sgangherati del
giovane e capirono che quel suono non era mai cessato, li aveva
seguiti fin dentro la struttura, swosh, sssh, swosh, sssh. Quindi
c’erano senz’altro vie di fuga, uscite secondarie. Forse il ragazzo era
già uscito.
Proseguirono nel buio con gli occhi ormai totalmente assuefatti al
bagliore delle feritoie. È tardi, disse Nina, a quest’ora non riuscirò
più a far rinfrescare il vino. Max non rispose. Fu in quel momento
che lei si accorse di non sentire più la stretta e il sostegno di lui, era
sparito. Inciampò, girò su sé stessa, poi la vidi accasciarsi sul
pavimento lurido e soffriva, soffriva terribilmente, ne ero certa.
Lo sapevo perché cominciai a sentire quella ferita nella mia gamba.
Non riuscivo a urlare, i polmoni non rispondevano alla mia
disperata sete d’aria, mi stavo chiudendo dentro il mio corpo, mi
accartocciavo.
«SVEGLIATI»
Nina urlava verso di me e io ricordai una donna sanguinante
all’entrata del palazzo e un ragazzo, sapevo che si chiamava Aldo.
Stava correndo nel buio, inciampava nei suoi lacci, poteva essere
ingoiato dal vuoto. Non volevo, amavo quel ragazzo, era speciale.
Ma non riuscivo a muovermi e respirare, dov’era Max?
Nina mi urlava contro, dovevo svegliarmi, eravamo tutti appesi a
una fragile oscurità.
Swosh, sssh, swosh, sssh.
Svegliati, diceva,
«svegliati, ho bisogno di aiuto. Ce la fai a sollevare il sedere? Devi
solo spingerti un po’ verso il lettino che hai a fianco. Bravissima, sei
a posto». L’infermiera era calma e sorridente mentre mi sistemava
un lenzuolo, rimboccandomi come fa una mamma.
Si avvicinò al mio viso «è andata bene, hai visto? Lo hanno tolto
tutto. Adesso andiamo in rianimazione per un po’ di tempo. Ti
metterò un tubo che emette aria calda sotto la coperta, lo so che hai
freddo. E non parlare, avrai la gola irritata. È normale, ti hanno
appena tolto il respiratore.»
Ero perfettamente consapevole di dove mi trovavo. Durante le sei
ore di operazione avevo sognato, anche se in realtà c’è differenza tra
il sonno e la sedazione. Infatti ero stanca, avevo un sonno
irresistibile. L’infermiera infilò il tubo sotto la coperta e provai
subito un meraviglioso senso di ristoro perché mi resi conto di aver
sofferto un freddo terribile, mi sentivo fragile.
Gli occhi continuavano a chiudersi, poi si aprivano a malapena,
come una feritoia, avrei detto. Scorgevo appena lampi della vita che
mi scorreva intorno, in sala rianimazione. A fianco a me erano stati
parcheggiati altri pazienti che pian piano si risvegliavano.
L’infermiera sistemava loro le coperte e dava indicazioni ai
portantini su chi potesse essere trasportato in reparto. Il mondo si
annullava a tratti, poi riaprivo gli occhi e altri pazienti mi
circondavano.
Passarono diverse ore. Poi ripresi totalmente i sensi.
Un’infermiera che non avevo mai visto si avvicinò e mi misurò la
pressione, l’altra non c’era più, chissà da quanto tempo ero in
dormiveglia.
«Perfetto signora, adesso la portiamo in reparto così può vedere suo
marito. Va bene?»
Non riuscivo a muovermi, mi sentivo troppo stanca, così risposi
con un sorriso.
Mentre mi trasportavano al piano superiore sentii di nuovo la voce
dell’infermiera che mi aveva svegliata. Era sicuramente lei, anche se
non potevo girarmi a guardarla.
Mi pare che disse:
«Stanno tutti bene.»