
Si alza presto come ogni mattina, vorrebbe essere abbastanza
rilassata da girarsi dall’altra parte e rischiare di riaddormentarsi.
Come faceva Lilla che odiava la sveglia, la guardava con sguardo
furente, prima o poi ti spacco, e con un atteggiamento di sfida
richiudeva gli occhi raccontandosi sempre la stessa bugia, saprò
controllarmi, saranno solo due minuti. Nel sogno irrompevano le
urla della madre che aveva già preparato il conto per tutte le
magagne presenti, passate e future, firmi qui, grazie. Lilla si alzava
provando una sensazione di enorme ingiustizia perché la sera prima
era crollata come sempre dopo mezz’ora dall’inizio del film in prima
serata che le sarebbe tanto piaciuto guardare e si era svegliata due
ore dopo, il tempo necessario a spegnere la tv, fine. Tutti i suoi
amici vedevano un film prima di addormentarsi e lei non ci riusciva
mai, per questo aveva una collezione infinita di videocassette dove
registrava chili di programmi che le venivano sottratti da quel sonno
infinito.
La donna benedice ogni secondo di sonno profondo, lo invoca,
prega Dio tutte le sere che gliene conceda un po’ di più. Anche
stanotte risvegli lievi, risvegli coscienti, turbolenze e avarie, un paio
di pipì, tutto come sempre. Va in bagno barcollando per la
stanchezza, tenta di strizzarsi la vescica ben bene, ogni gocciolina
potrebbe fare la differenza, poi sale sulla bilancia ottemperando a
tutti i riti che si è creata nel tempo: non guardare subito, trattieni in
respiro, aspetta il beep e fingi che non te ne freghi nulla, non
dargliela vinta, qualunque cosa accada. Lei detesta la bilancia ma ne
ha bisogno perché se smette di monitorarsi il suo lato superstizioso
comincia a soffocarla, si spaventa e se si spaventa ha bisogno di più
energia mentale per tornare a verificare che il suo peso non sia
aumentato, questo non può permetterselo. Oggi va bene ma sperava
meglio, forse domani, chissà fra un mese, speriamo che arrivi presto
per uscire da questo stallo, pensa, poi vorrebbe cancellare ogni
parola. Si sente in colpa. Si sente nuda sotto un cielo che urla “dove
sei? perché ti nascondi?”. Sa di aver espresso un desiderio stupido e
insensato, l’esistenza la sente scorrere come una manciata di sabbia
tra le dita e non vuole che il tempo le sfugga ancor più velocemente.
Qualunque cosa succeda, i secondi sono preziosi, tutti. Spera che
Dio non valuti quello stupido pensiero come una forma di
disprezzo nei confronti della vita che ha ancora da vivere. Ha letto
su una rivista scientifica che il cervello a volte sogna e pensa cose
che non corrispondono affatto alle sue reali convinzioni, è un
meccanismo attraverso il quale “mette in ordine la stanza” dunque
non dobbiamo mai preoccuparci né sentirci in colpa quando ci
passano per la testa delle orrende amenità. Sono solo automatismi,
però… Dio vorrei chiarire questo aspetto, non desidero che il
tempo fugga via veloce, amo e apprezzo ogni istante.
Lilla invece cominciava il conto alla rovescia dal giovedì mattina,
quando si alzava salmodiando il suo pensiero di incoraggiamento
“domani è già venerdì, la vigilia del sabato”, così le giornate di
merda più puzzolente si riducevano a tre, anche se aveva imparato
ad apprezzare un po’ anche il mercoledì che aveva scoperto essere
“mezza settimana” quindi dopo l’ora di pranzo praticamente il più
era fatto, si andava in discesa. Il sabato era il giorno delle quattro
ore di scuola e delle promesse: l’unica uscita libera settimanale con
le ragazze e forse, se si fosse davvero sforzata tanto, lasciando la
luce accesa e disegnando le sue intrepide fantasie sul blocco rigido
di fogli porosi, sarebbe riuscita a vedere un film in prima serata.
Uno intero, fino ai titoli di coda. Non pensava ad altro seduta al
banco, mentre le ore si addensavano penosamente trascinandosi a
stento come un soldato ferito che non ha intenzione di arrendersi.
Alla fine era mezzogiorno e il rimestare sommesso sotto i banchi
faceva immancabilmente esasperare il professore, ragazzi smettetela
di prepararvi, manca ancora mezz’ora, state attenti. Un rimbrotto
avvilito e poco convinto, era sabato pure per lui e, in definitiva, quei
ragazzi li comprendeva. La bellezza di quella morsa nello stomaco al
pensiero del pomeriggio con le ragazze a caccia di sguardi, la gioia
della settimana di scuola che scivolava dalle spalle, i progetti per
occupare un numero sconfinato di ore di festa, quel senso di
infinito, Lilla non lo sapeva ma non lo avrebbe più provato. Dio dei
giovani, ti prego, proteggi quest’illusione.
La donna si è vestita e ha predisposto tutte le tisane e gli integratori
che spera la aiutino a perdere peso: ogni volta che ingoia una
pasticca lo fa con la solennità di chi sta cambiano il futuro. Si siede
al tavolo della cucina. Ha preparato dei fogli, un paio di immagini in
testa da ricostruire ma è molto difficile sgorgare il tubo della sua
mente per far fluire la creatività, quindi valuta l’idea di fermarsi un
attimo ad ascoltare qualche canzone della sua playlist per rilassarsi.
Sta per toccare lo schermo del telefono, il dito trema, resta sospeso,
non è una buona idea. La musica fa volare il tempo, è una droga che
si impossessa della tua volontà, ti porta solo dove desideri andare e
poi non vuoi più smettere. Sono passati 18 minuti e non ha fatto
nulla, valuta l’idea di leggere qualcosa ma arriva alla stessa
conclusione di prima, i libri fanno correre il tempo, meglio seguire la
solita tabella di marcia: si legge solo dalle 16 alle 19, con
moderazione, con consapevolezza. Dopo 22 minuti appoggia
svogliata la punta della matita sulla carta, pensa che facendola
roteare a caso l’immagine uscirà da sola e prenderà il sopravvento.
Lilla disegnava sferzando la carta, grandi solchi e poi dita inumidite
con la saliva per creare ombre, adorava seguire le curve dei corpi
nudi, creare immagini la faceva sentire Dio. Si accaniva sul foglio
come un direttore d’orchestra fatto di cocaina, che strappa l’aria con
la sua bacchetta per sculacciare la musica, così come piace a lei. Le
cuffie sulle orecchie suonavano a volumi disumani, le immagini
fluivano da un punto della spalla destra come lo spruzzo di una
conduttura rotta, dopo un’ora le doleva fin dietro la schiena.
Disegnava per ammazzare il tempo, quando si annoiava apriva
quella vena creativa come fosse la cosa più naturale del mondo, un
balocco da usare durante i pomeriggi interminabili che non si
chiamavano “sabato”, in quella vita che non sarebbe mai cambiata.
Madonna era vestita di rosso sul suo vinile preferito, così sarebbe
rimasta per sempre. Altri cantanti la circondavano impressi sulle
pagine strappate dai giornali, persino dalla guida tv e dai paginoni
centrali delle riviste per ragazzi, vegliavano su di lei. Non c’era un
motivo al mondo per sospettare che quella stanza si sarebbe
sbriciolata appena avesse guardato altrove, verso la vita adulta.
Qualcosa le soffiò sulla nuca, una specie di respiro caldo, affannato.
La donna sta per avere un attacco di panico, sono passati 30 minuti
e non si è risolta a far nulla, solo scarabocchi, nessuna notizia letta
sul suo quotidiano online, avrebbe almeno potuto portarsi avanti
con il pranzo. Lui sarebbe tornato all’una e dopo il pasto via di
corsa, il figlio avrebbe mangiato qualcosa alle due, poi le lezioni
pomeridiane, la palestra. Alla fine ci si rivedeva tutti a ora di cena, e
a lei? cosa sarebbe rimasto se non avesse fatto qualcosa che le
appartenesse? Tutti le vorticavano intorno, le vivevano vicino, non
si faceva a tempo a guardare queste persone passare che subito le
sfuggivano. Questo pensiero la riempie d’angoscia, insieme
all’immagine del suo corpo invecchiato precocemente, piegato dalle
cure più che dalla malattia. Ha deciso di riportarlo indietro, con
tutte le sue forze, con tutta la sua volontà, con ogni mezzo, perché
le è impossibile continuare a vivere cercando di restare in equilibrio
su un piano inclinato e oleoso, quindi ha deciso di smettere di
mangiare. Si lascerà morire piuttosto che rinunciare al corpo
longilineo che aveva a 16 anni. Al corpo di Lilla. Così infila le cuffie
e si immerge nella sua sostanza allucinogena, il liquido amniotico
che la immerge fino agli occhi e le mostra la stanza col vinile di
Madonna vestita di rosso, è qui che vuole stare. Sente la presenza di
Lilla che però non vede altro che i suoi sogni. Lo specchio vicino
all’armadio è tappezzato di ritagli di giornale e fotografie piene di
ragazzi che sorridono, fanno smorfie buffe, salutano, resta poco
spazio per guardarsi, eppure Lilla non dovrebbe far altro che
ammirare quel suo corpo prefetto. La donna si avvicina a quello
specchio, comincia a piangere, non sa perché, forse gli ormoni o
meglio la loro assenza. La donna urla, Lilla non lo fare, smettila di
perdere tempo, questo momento non durerà più a lungo di una
manciata di canzoni, assapora ogni secondo, tienilo stretto finché
puoi.
Lilla sentiva spesso dei leggeri aliti di vento soffiarle dietro il collo
ma capiva che erano solo correnti leggere che si insinuavano sotto la
porta della sua stanza, la casa era vecchia, gli infissi chiudevano
male.
Dopo un’eternità Camilla divenne grande, perse l’abitudine di
disegnare, si ammalò e smise di mangiare.
©Ale Ortica