
Era una ragazzina timida, carattere introverso, curiosità intelligente,
una fragilità del tutto in linea con l’età. Alessia aveva dieci anni,
scriveva bene e la matematica non era un problema. Emanuele lo
era. Il ragazzino era un suo compagno di classe, belloccio, occhi
orientali che promettevano una bellezza elegante una volta divenuto
giovane adulto. Figlio unico molto desiderato da genitori che
amavano il proprio lavoro e avevano già pianificato di orientare ogni
particella della loro infinita adorazione sull’unica creatura che
avrebbero avuto.
Alessia attirò da subito tutta l’antipatia di cui era capace Emanuele.
Lei non faticava a scuola e lui viveva questa attitudine allo studio
come un affronto personale, inoltre era facile e delizioso insultare la
ragazzina che restava inerme, incapace di rispondere. Lo scherno
diventava collettivo e questo lo aiutava a far gruppo con i compagni
più irrequieti. Alessia era un bersaglio prelibato sul quale scagliare
parolacce e accuse, ha copiato, mi ha dato un calcio, ha sporcato il
mio zaino.
Un giorno Alessia tornò a casa e diede sfogo a un pianto stanco e
senza speranza perché, dopo anni di soprusi, sua madre non aveva
saputo far altro che minimizzare le aggressioni e le umiliazioni
ricevute a scuola, incoraggiando la ragazzina a non ascoltare quei
compagni e a non dar loro importanza, ma era importante. Mamma
non viveva nella situazione di costante tensione, nella paura di ciò
che le potevano scatenare contro al cambio dell’ora senza lo
sguardo protettivo dei maestri, cosa ne poteva capire? Le compagne
di classe erano solidali con lei solo in maniera tiepida, alcune
temevano di finire in quel vortice insensato di rabbia. Una certa
Alba, piglio da leader e torace da tenore, era infastidita
dall’atteggiamento di quella mandria maschile che accerchiava
Alessia con l’eccitazione stupidita di un cane che monta la gamba
del padrone, non perché avesse sviluppato una coscienza
femminista o fosse sua amica, ma solo perché la irritavano le
espressioni idiote di quei ragazzini. Era l’unica che a volte
denunciava l’atteggiamento aggressivo dei compagni ma in generale
Alessia si sentiva sola ed esposta.
Quel giorno si sfogò con una disperazione inusuale, sotto il peso di
anni di umilianti vessazioni, urlando che odiava i genitori perché
non sapevano proteggerla, così la mamma prese un’iniziativa del
tutto irrazionale e le suggerì cosa dire al momento giusto. Alessia era
perplessa, non capiva il significato di quelle parole ma avvertiva
dentro di sé che sembravano interessanti, avevano un corpo quasi
fisico, pesanti, si imbracciavano quasi con difficoltà. La bambina
trascorse una notte insolitamente tranquilla e si addormentò con
una sensazione di speranza. Prima di chiudere gli occhi fantasticò
sul momento in cui avrebbe rivisto quel gruppo di cagnetti stupiditi,
un brivido di tensione le contrasse lo stomaco, si sorprese a pensare
che quel regalo misterioso della mamma potesse funzionare.
La mattina dopo arrivò in classe e naturalmente Emanuele la
aspettava, un po’ per divertirsi a torturarla come si fa con una
mosca alla quale stacchi le zampette mentre si dimena inutilmente e
un po’ per sentirsi quello importante che fornisce divertimento ai
suoi compagni: quelli ormai se lo aspettavano e lui era ubriaco di
attenzione. Alessia gli passò accanto per raggiungere il suo banco e
ovviamente lui la insultò usando un termine volgare che neanche
aveva capito cosa volesse dire, ma sembrava molto cattivo. Lei si
fermò, curiosa ed eccitata all’idea di sguainare l’arma della mamma.
Assaporò quell’attimo di attesa, incerta sul risultato perché,
diciamolo, quella cosa non l’aveva ben compresa e un genitore cosa
ne sa di come ragionano i ragazzini? Metti che fosse la solita
scemenza che funziona solo nella testa di un adulto, poi che si fa?
Ma comunque era abbastanza esasperata da provare qualunque
formula magica, sapeva essere anche superstiziosa se serviva, quindi
incrociò bene le dita dietro la schiena, pensò al suo numero e al
colore preferito, fece una smorfia tirando su metà della bocca e con
un misto di disprezzo e superiorità disse «encefalogrammapiatto».
Non era sicura che sarebbe riuscita a dirlo bene, tutto d’un fiato,
perché la parola era lunga, ostica e dal significato oscuro. Aveva
provato a dirlo a voce bassa tutta la mattina, come affilando
un’arma scomoda e mai usata prima, con timore reverenziale e un
approccio quasi esoterico. Aveva continuato a ripeterselo in testa
per non rischiare di dimenticarlo durante il tragitto. La mamma la
vide seria e pensierosa e non sapeva come interpretare
quell’atteggiamento che tuttavia rappresentava un miglioramento
rispetto alle lacrime lamentose e strascicate del giorno prima.
Alessia ritenne un successo il fatto di essere riuscita a dire quella
parola senza inciamparci sopra, non aveva mostrato esitazione,
scoprì successivamente di aver persino provato un piacere fisico nel
farlo. Sembrò che Emanuele fosse stato investito da un forte
spostamento d’aria che destabilizzò la sua postura, dovette
riprendere l’equilibrio con un leggero aggiustamento della posizione
dei piedi, inspirò metà dell’aria che potevano contenere i suoi
polmoni e ripose «che cazzo hai detto, ‘sta puttana?»
«Encefalogrammapiatto. Sei tu. Sei un encefalogrammapiatto.»
Stava sorridendo Alessia e neanche ne era consapevole. Avvertì un
piacere tiepido e rassicurante irraggiarsi dallo stomaco e raggiungere
ogni parte del suo corpo, un senso di trionfo ed euforia la stava
abbracciando mentre il ragazzino scivolava visibilmente nel baratro
dell’incertezza. Per la prima volta vedeva in lui un chiaro
smarrimento. Si avvicinò un gruppo di sodali incuriositi e uno di
questi cercò di accaparrarsi il ruolo di leader strappandolo a
Emanuele, visibilmente scosso: «maiala!»
Alessia era troppo inebriata dalla vista dello sconcerto negli occhi di
Emanuele per sentirsi sfiorare da quell’insulto e pensò che la cosa
che desiderava di più in quel momento era sparare sul gruppo di
omuncoli prima che potessero rialzare la testa, «oh guarda, un
“sorcio”» rispose fissando pesantemente gli occhi del ragazzino
insolente che di nome faceva Adolfo, «Adolfino-topolino, che
carino che sei, piccino piccino» gli diceva con un sorriso di trionfo
che annientò immediatamente le pretese dell’avversario. Quello non
si rese neanche conto di aver accusato il colpo e ci riprovò con la
disperazione dell’uomo in mare «tu… tu sei una maiala…»
«Ma cosa vuole questo sorcetto di fogna? Questo cucciolo con la
faccia da topo? Ma sei picciiiiinooo piccinoooo» continuò lei
giganteggiando sul compagno che era più basso della media ed era lì
che lei affondava l’arma del dileggio. Si avvicinò il terzo con
l’intenzione di calare l’asso e prendersi tutto: «oh ma che cazzo vuoi,
faccia da scrofa…», ma una sorta di incertezza nell’ultima fase di
lancio dell’insulto tradì un timore profondo nel ragazzino che si
chiamava Corrado e andava davvero molto male a scuola. Lei
afferrò immediatamente il lampo di genio che vide scorrere davanti
ai suoi occhi e disse sorridendo di vera felicità: «E tu che vuoi
asinello? Vediamo, cosa starebbe bene con quelle belle orecchione
che porti? Ma certo, Corradasino! Che bello che sei, Corradasino.
Da oggi ti chiamerò così, sempre.» I compagni si erano assiepati
intorno alla ragazzina come se fossero in fila per comprare zucchero
filato. I tre cagnetti stupiditi, minati nelle loro insicurezze più
profonde, erano visibilmente disorientati e terrorizzati all’idea che
gli epiteti coniati dalla compagna diventassero marchi indelebili coi
quali gli altri avrebbero preso l’abitudine di appellarli. Le
confraternite maschili si sciolgono in fretta quando i leader perdono
la presa sulla mosca, così, sghignazzando divertiti dallo spettacolo
del re nudo, raggiunsero i propri banchi e dimenticarono
quell’inusuale scambio di insulti nel giro di un rimprovero da parte
della maestra di matematica e un’interrogazione alla lavagna.
Passarono alcuni giorni, Alessia era più serena, aveva continuato a
rispondere al tiepido fuoco di artiglieria leggera dei tre compagni ai
quali aveva imposto un nuovo battesimo laico, rideva e reiterava
quei nomignoli che evidentemente essi temevano come la peste. Si
sentiva finalmente autosufficiente.
Una mattina sua mamma venne convocata a scuola dalla maestra di
italiano che era anche coordinatrice di classe. Questa esordì
caldeggiando i buoni risultati scolastici della ragazzina, la sua
educazione e la capacità di stare attenta, però era sorto un problema:
la mamma di Emanuele si era presentata a scuola per lamentarsi
degli insulti ricevuti dalla compagna. Quel giorno era tornato a casa
in lacrime, chiedendo disperatamente cosa volesse dire
“encefalogrammapiatto”. La maestra sembrò quasi scusarsi, era
consapevole delle pressioni ricevute da Alessia, ma sa signora, non
possiamo mica metterci in mezzo a queste situazioni, più che
ripetere che devono andare d’accordo e rispettarsi cosa possiamo
fare?
«Capisco, però mia figlia era esasperata, da subiva le cattiverie di
quel ragazzino e che poteva fare? È forse un problema se alla fine
ha reagito?»
La maestra assunse un’espressione stupita, accennò un sorriso che
subito congelò in una neutrale seriosità, «certo che no. Ha fatto
bene a rispondere, intendevo dire che purtroppo non potevamo
farlo noi maestre. Volevo solo avvisarla del fatto che la mamma del
ragazzino è venuta a lamentarsi perché lo ha visto in difficoltà negli
ultimi giorni, lui le ha raccontato piangendo di essere stato insultato
e poi le ha chiesto…» esitò qualche istante poi si abbandonò a una
leggera risata, «le ha chiesto che vuol dire “encefalogramma piatto”,
ecco, mi scusi, non dovrei ridere ma è divertente.»
Il giorno dopo il colloquio con la coordinatrice di classe la mamma
di Alessia venne nuovamente convocata a scuola, stavolta era
Alessia che la aspettava in segreteria.
«Amore, che succede? Ti senti male?»
La ragazzina tremava, sembrava non riuscisse a parlare, i prodromi
di uno di quei pianti di esasperazione, «no, non è quello…»
«E cosa allora? Mi hai fatto venire di corsa, io devo lavorare, ma che
succede?»
Alessia tentennava, non voleva rispondere e nello stesso tempo era
chiaro che avesse la necessità fisica di liberarsi di un dolore, «è
uscito un articolo sul giornale, me lo ha detto Silvia, c’eri anche
tu…»
«Quale giornale?»
«Quello locale, è una cosa schifosa, c’era una lista…»
Il viso di Alessia era contratto, le mani stritolavano una massa
inesistente. Una piccola vena azzurra sulla tempia della ragazzina si
faceva spazio quasi volesse spaccare la tenera cute che la
proteggeva, la mamma la fissava come se quel particolare potesse
rivelarle cosa stesse accadendo.
Alessia riprese a parlare con la bocca innaturalmente piegata verso il
mento in una posa di disgusto «dicono che i carabinieri hanno
scoperto una lista di… prostitute… e c’eri pure tu, nella lista, nel
giornale…»
La mamma si accorse di aver trattenuto il fiato mentre la figlia le
stava riversando addosso tutto il peso della sua afflizione, espirò
profondamente e lasciò che l’ultimo soffio sibilasse un sorriso.
«Amore, ti prego, io devo lavorare. Era questa l’urgenza?» disse
unendo le sopracciglia in uno sguardo incredulo e nello stesso
tempo sollevato, «Silvia ti ha fatto uno scherzo, veramente
antipatico, no anzi, davvero imbecille…» sentiva che il sollievo stava
lasciando spazio alla rabbia.
«Non lo dice lei, lo stanno dicendo tutti e lei me lo ha riferito, non è
colpa sua.»
«Amore, ti sei fatta prendere dall’eccitazione per questa cretinata e
non hai ragionato. Adesso pensa: hai visto questo giornale? Te lo
hanno mostrato?»
Le guance di Alessia avvamparono nel momento stesso in cui valutò
la possibilità di essere stata ingannata, la vena sulla tempia fremeva
impaziente, «no, non ho visto niente, ma lo dicono tutti, capisci?»
Stava cominciando a vedere il quadro generale ma ancora si sentiva
legata all’urgenza di spronare la madre a capire e agire per risolvere
quell’orrendo malinteso.
«E dimmi, ricorda bene cosa ti ha detto Silvia, da chi ha sentito
questa scemenza? Chi gliel’ha riferita?»
«Ne parlavano i maschi, gli schifosi, Emanuele e gli altri, hanno
chiamato le femmine e hanno detto a tutte la notizia, dicono che lo
hanno sentito a casa, lo dicono i genitori, quindi…»
«Allora, io devo tornare in ufficio ma prima ti racconto velocemente
una cosa.»
Le riferì che il giorno prima era stata avvisata dalla coordinatrice di
classe che la mamma di Emanuele si era infuriata perché lei aveva
chiamato suo figlio “encefalogramma piatto” facendolo piangere,
povera creatura, così non era difficile immaginare che quella fosse
una sciocca rappresaglia. Non le sembrava sensato?
Alessia capì.
Trent’anni dopo Encefalogrammapiatto, Sorciadolfo e Corradasino
divennero membri molto attivi di un gruppo facebook chiamato
“Mia moglie”.
©Ale Ortica