Strada panoramica

Era diventata una stradina piena di curve che si inerpicava in mezzo a una boscaglia sempre più fitta, formata da smilzi alberi dalle chiome rosse e arancioni, spazzate da quelle incredibili folate di
vento invernale e perfettamente visibili nonostante i vapori di nebbia che si stavano addensando intorno alla vettura. C’era un’urgenza non dichiarata nell’andatura isterica che sosteneva il guidatore mentre la sua compagna stringeva forte la maniglia dello sportello e cercava di manifestare nel modo più incisivo tutta la sua irritazione nei confronti dell’inettitudine di lui «almeno hai capito dove stai andando?»
Erano chilometri che non parlavano, a quella velocità qualunque disattenzione sarebbe stata fatale e lui lo aveva imparato molto bene.
Insisteva «le stai puntando proprio le buche o non ne stai mancando una solo perché io sono una sfigata di dimensioni bibliche?»
Non voleva risponderle. L’aveva amata per vent’anni e a un certo punto quella passione stordente si era trasformata in un bisogno di accudirla, di soddisfare esigenze e desideri di quel buco nero che si
nutriva di attenzioni, cresceva come un tumore e lo risucchiava dall’interno, cibandosi dei suoi succhi vitali. Tuttavia non poteva fare a meno di proteggerla, quello era il suo ruolo e la sua responsabilità.
Nell’abitacolo cominciava a fermentare un fetore pestilenziale che dava alla testa.
Lei era sempre più insofferente «ho visto il gesto che hai fatto, non me ne frega niente se non mi sopporti, portami fuori da questa fogna», diventava lagnosa e la voce cominciava a salire di tono «sto soffrendo cazzo, mi fa male la macchina, tra poco vomito, allora magari mi dai retta e grazie tante.»
Non sopportava di sentirla sofferente, era fatto così. Sterzava rabbiosamente per non urtare le sporadiche auto che occupavano la corsia inversa e uscivano all’improvviso dalla nebbia solida, mossa da quelle orrende folate di vento che formavano onde nell’aria densa e pesante. Con la coda dell’occhio osservava un lembo di pelle che sbatacchiava stupidamente sulla fronte della compagna e odiava la sensazione di fastidio e irritazione che quell’immagine grottesca gli comunicava, perché desiderava con tutto sé stesso
poterla consolare e salvare da quella situazione.
Lei osservava con aria attenta e disgustata le pozze di fanghiglia sul ciglio della strada. Quell’acqua sporca sembrava una fonte infetta che avrebbe impedito per sempre il proliferare di qualunque forma
di vita buona, generando solo miasmi e nebbia solida. Ogni buca nel terreno affrontata a quella velocità le provocava dolorose fitte nella schiena, le costole le pungolavano qualcosa restituendolo una
sensazione terribilmente soffocante. Era tutto sbagliato. Lei soffriva e sbraitava «dovevi subito girare verso dalla parte illuminata, era chiaro, sotto il cavalcavia, verso la strada grande e piena di luce». Lui si sentiva responsabile di quel casino quindi cercò di trattenere la rabbia suscitata dal senso di colpa e le rispose con tono controllato «sono convinto che non si debba andare verso la luce, mai andare verso la luce». Un sobbalzo doloroso, una curva a manica, la testa di lei che ciondolava con quel lembo di pelle grottesco e irritante che ballonzolava sulla fronte mentre urlava «deficiente, quello è Poltergeist, è un film, porca puttana! Se sei in mezzo a un tempo di merda come questo, con la nebbia che ti mangia, tu vai verso la
luce, capisci?». E si sentiva proprio un deficiente perché era vero, si era lasciato confondere da un film mentre cominciava quella corsa folle e si lasciava alle spalle l’unico svincolo a disposizione per immettersi in una strada che avrebbe percorso per sempre, con lei vicino, che non avrebbe mai taciuto, sballottando quell’orrendo lembo di pelle causato dall’incidente che li aveva uccisi.

©Ale Ortica

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