Scegliere

Ci sono giorni prestabiliti e socialmente codificati durante i quali
siamo tenuti a fare il bilancio della nostra vita. Mi rendo conto che è
ridicolo, come disquisire di segni zodiacali, l’ascendente, la divinità
orientale che ti protegge, la teoria del limone nel caffè che fa passare
il mal di testa, eppure a capodanno ti sorprendi a pensare a cosa sei
riuscito a realizzare durante l’anno. E poi c’è il compleanno.
Compi gli anni, gli amici su Facebook ti ricordano che è un
traguardo importante, come se non si aspettassero di leggerti ancora
in vita, tu stesso ti interroghi sull’emozioni che provi o dovresti
provare, è un giorno importante, la celebrazione di una giornata che
è solo tua. In realtà la condividi con almeno altri 10 profili social
con i quali sei in contatto e diventa un “auguri per il tuo giorno
speciale, che poi è anche il mio”, ma guarda, siamo gemelli, no
guarda io sarei ariete, ma l’ascendente? Allora, in questa storia, visto
che la sto scrivendo io, oggi è il mio compleanno e nessun altro al
mondo lo condivide con me, ho un codice fiscale perfetto, potrei
omettere tutti gli altri caratteri, basta la data.
Faccio anch’io un po’ di conti con me stesso, sono felice e
orgoglioso dei miei traguardi, sono la persona in divenire che mi
piace essere. Questo è il mio pensiero delle 7.00 del mattino. Poi
inizia la giornata.
Alle 8.00 mi sto dirigendo verso l’ufficio, vado a prendere la Metro,
cammino felice immaginando che basti un’occhiata per capire che
sono l’Uomo Delle Nuvole, quello che cammina senza toccare il
suolo, leggero e felice. Perché non dovrei esserlo? I problemi e le
sofferenze del passato non mi toccano più, sono nuovo, rinnovato,
ho superato tutto.
Da ragazzino balbettavo, era orribile, non riuscivo a sputare fuori
dalla bocca neanche il concetto più semplice. Facevo irritare tutti e
lo intuivo già dalla più tenera età, quando mia madre finiva le frasi
per me, mi chiedeva qualcosa e si rispondeva da sola. Solitamente ci
azzeccava, ma a me sarebbe piaciuto riuscire a dire la mia ogni
tanto. A scuola ero quello che non parlava bene ma non vivevo
quella situazione come anomala, del resto, non conoscevo altri modi
di stare al mondo, non mi ero ammalato di colpo, accettavo
tranquillamente il ruolo che mi avevano affibbiato. Gli insegnanti,
durante le interrogazioni, mi davano il tempo di elaborare le mie
frasi anche se percepivo che si sforzavano di mantenere la pazienza,
così mi innervosivo e mi inceppavo ancora di più mentre in classe
aumentava il brusio e i compagni annoiati si intrattenevano facendo
confusione. Ma ce n’era una, una compagna delle medie, che non si
limitava ad atteggiamenti antipatici e battute sulla mia balbuzie, era
proprio perfida, godeva a infliggermi sofferenze e umiliazioni.
Crescendo ho compreso questo atteggiamento ritrovandolo nei
personaggi dei libri e delle serie tv, il piacere puro e istintivo di
calpestare il proprio simile più fragile. Quella amava l’idea stessa di
odiarmi anche se non gli avevo mai arrecato danni, non ci eravamo
mai trovati in competizione, neanche per questioni scolastiche, no,
si trattava proprio di una reazione fisica che le provocavo. Mi
disprezzava come essere vivente, la mia presenza le arrecava offesa,
qualunque suono emettesse la mia bocca innescava in lei un misto
tra irritazione insostenibile e piacere di straziarmi. Era un soggetto
perfettamente nella norma. Odiava solo me.
La memoria funziona in modo indecifrabile, non ricordo il suo
nome di battesimo e non faccio che perdere oggetti, però posso
rivivere perfettamente, come se fosse ieri, il giorno in cui
camminavo tra i banchi in prima media e lei mi si parò davanti. Non
riesco a tornare ai secondi precedenti che potrebbero spiegarmi cosa
facesse lì, proprio di fronte a me, forse fece in modo tale da trovarsi
in quel punto per poter giocare a spezzare le zampe all’insetto
imprigionato. Me la trovai a due passi, togliti, mi disse. Il passaggio
era strettissimo, dietro di me c’erano altri compagni, avrei forse
dovuto volare per togliermi da quell’impiccio. La piccola nazista mi
guardava con occhi feroci, pieni di disgusto, forse si stava chiedendo
se passarmi sopra o scaricarmi nel water. Spostati. Ero un ragazzo,
stessa età, corporatura simile, non certo un cerbiatto fra le zampe di
un leone, eppure una sola cosa faceva la differenza tra me e lei:
l’indole predatoria. Io sono una persona mite, non sono incline a
infliggere dolore e se ciò accade il ricordo diventa un livido dentro il
mio stomaco, non un senso di colpa bensì un crampo, uno spasmo
muscolare, un malessere. La ragazza non si comportava come una
sociopatica, aveva le sue amiche, studiava, copiava i compiti, cose
normali, ma si poteva percepire con forza quel suo godimento
quando soddisfaceva l’istinto profondo di arrecarmi un’umiliazione.
Se alzavo la mano per rispondere a una domanda, mi cercava con lo
sguardo per lanciarmi strali e poi diceva qualcosa di orrendo su di
me alla sua compagna di banco, a voce alta perché potessi sentirla.
Ero arrivato a pensare che desideravo non disturbarla, non essere la
causa della sua irritazione perché era colpa mia. La balbuzie irrita la
gente ma la causa di tutto era il mio essere ridicolo, la mia faccia
sgradevole, mi muovevo come se occupassi il mondo abusivamente
e mi vergognavo. Cominciai a rispondere ai professori solo se
interrogato, limitai al minimo le occasioni in cui rischiavo di
procurare disgusto alla mia aguzzina e restavo il più possibile fermo
al mio banco.
Ma quel giorno stavo facendo qualcosa, dovevo proprio passare da
qua a là, non stavo passeggiando, ne sono sicuro. Ecco, mi sto
ancora giustificando, sto chiedendo scusa a voi che neanche mi
conoscete, perché ci vuole un attimo, un pensiero, un odore, un
sapore e tutto ciò che pensi di aver conquistato ti si frantuma tra le
mani.
Quella stava davanti a me e mi intimava di spostarmi. In un attimo
mi sono guardato intorno e ho capito di aver fatto un errore
enorme, cioè quella era proprio la sua zona, me l’ero cercata. Una
serie di pensieri vorticarono nella mia testa, come quando vedi
l’oggetto pesante cadere da una finestra nella perfetta traiettoria del
tuo corpo e sai che non farai a tempo a scansarti, hai la certezza che

tra poco proverai un dolore incalcolabile e le conseguenze saranno
terribili, è il film della tua fine. Avrei dovuto fare il giro largo,
perché non ho evitato quel banco? accidenti a me e alla mia
distrazione. Demonia ha cominciato a darmi calci negli stinchi
continuando a ripetere che dovevo spostarmi, io non riuscivo a
muovermi, impietrito dal terrore e dalla vergogna. Faceva un male
cane, non era un atto dimostrativo, era proprio desiderio di farmi
soffrire. Mi rendevo conto perfettamente della pelle che si stava
alzando sulla gamba, forse avrei sanguinato, un bruciore terribile,
sicuramente il livido sarebbe stato esteso, tutto questo percepivo
mentre la ragazzina mi batteva con rabbia. Perché non riuscivo a
muovermi? Non vedevo più nulla, i miei compagni tutti intorno
incuriositi dalla scena, anche loro inermi, immagino che non
riuscissero a decodificare quella violenza, ingiustificabile, come
qualunque atto di violenza. Mi odiavo perché non riuscivo a fuggire,
non potevo parlare, non mi difendevo, ero convinto nel profondo
di meritare quel trattamento. Ero penoso. Ero infimo.
Tutto questo mi torna in mente quando mi arriva una notifica e
scopro di essere stato taggato in una vecchia foto di classe della
terza media. Ho lottato duramente per uccidere quel bambino
balbuziente, i corsi di teatro, dizione, il logopedista, lo studio,
l’impegno per diventare un uomo di cui essere fiero e in un attimo
vengo risucchiato nel passato. Mi viene da piangere e questo non è
dignitoso. La cerco tra quei ragazzini tredicenni e la trovo un po’ a
fatica, capelli ricci, niente trucco, la giacca di una tuta e i jeans, non è
neanche in posa, guarda chissà dove, un viso ordinario. Io sono
nell’ultima fila, nell’angolo a destra, guardo verso l’obbiettivo perché
probabilmente era ciò che mi avevano chiesto di fare, sembro
sorridere ma è un ghigno infelice, ho una faccia ridicola, sono
trasandato, sembro disegnato, uno che non c’entra nulla nel
contesto. Voglio che questa foto sparisca, cerco disperatamente un
elenco da cui selezionare “segnala post e sbatti in galera l’utente”,
come si è permesso quell’imbecille di postare una mia foto senza
chiedermelo prima? Non ho neanche più contatti con questo idiota
che non manco saprà che non balbetto più. È un argomento che
continua a farmi incazzare, sono umano, ok? Mi tremano le mani
che per tanto tempo sono state così ferme e rilassate, hanno
accarezzato gambe e abbracciato donne alle quali hanno slacciato
reggiseni e adesso ho le dita intorpidite, su e giù, a cercare un modo
per uccidere quell’immagine. Sono ancora quel ragazzino ridicolo,
dunque? Tanta strada e non è cambiato niente? All’improvviso mi
detesto di nuovo, vedo me stesso attraverso gli occhi di quella
ragazzina.
Il disagio, la vergogna, sono stati piantati molto in profondità e
immagino che non ci sarà modo di estirparne le radici velenose, mi
odierò sempre per non aver reagito. Vorrei tornare indietro nel
tempo, col mio corpo da uomo e proteggere quel ragazzino, fargli
da scudo, difenderlo dalle umiliazioni e lo desidero tanto perché
quel ragazzino è ancora dentro l’adulto. Non passerà mai. Posso
solo decidere come proseguirà la mia giornata: pianterò tutto e me
ne tornerò a casa frustrato e invelenito o resterò nel presente, dove
quel bambino può essere perdonato, accolto e alla fine, forse,
dimenticato.
Scelgo.

©Ale Ortica

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