
Mi raccontano di questi programmi televisivi che ospitano con
regolarità Amante (l’autrice utilizza nomi che rappresentano
l’archetipo protagonista della narrazione: non una persona ma un
ruolo e quel ruolo ha ingurgitato la persona).
Amante è personaggio che si autocertifica come soggetto in
relazione amorosa con Vittima, una donna massacrata dal proprio
marito che chiameremo Smembratore. Amante accetta, per motivi a
noi ignoti, di partecipare assiduamente al macabro parlottare
televisivo dello scannamento di Vittima, nonché al vile discettare
sulle motivazioni di Smembratore, chissà, “il troppo amore” lo
aveva portato a non capire più cosa faceva, gli si è annebbiato il
cervello, è come un attacco di fame quando sei a dieta, perdi lucidità
per due secondi e poi ti penti, ma sì, succede spesso, mio cognato
controlla sempre il cellulare di mia sorella, quelli gelosi so’ fatti così.
Durante questi cabaret delle carni esposte nessuno esprime
apertamente il concetto che Vittima si sia creata da sola la
ghigliottina, che abbia agito in maniera incauta e financo impropria
per una brava madre di famiglia, no. Anzi, in questi casi è ancor più
efficace declamare il concetto contrario, che l’assassinio di quella
donna è un fatto atroce, ci riempie di tristezza ma il dovere di
cronaca impone di definire la cornice dei fatti. In questo modo,
affermando che Vittima non ha colpa “nonostante sia una fedifraga,
nonostante avesse consapevolmente eccitato la gelosia del marito
che l’amava tanto da perdere il senno (è colpa dell’amore, tanto
amore, troppo amore, ma quanto cazzo d’amore!), nonostante abbia
illecitamente intrattenuto relazioni sessuali fuori dal sacro vincolo
del matrimonio (e porca miseria, non si può mica fare!)”, si riesce a
bypassare le flebili barriere della decenza contemporanea e a
inculcare nella coscienza distratta dello spettatore il concetto
contrario. Basta ripetere ogni giorno, in tutte le fasce orarie, su ogni
canale dal tasto 1 al 6, che Vittima c’aveva Amante e guarda un po’,
visto che il cervello umano impara meglio attraverso le immagini
che attraverso la scrittura: Amante è qui con noi, in studio.
Guardatelo, sondate la sincerità del suo cordoglio, soprattutto
immaginatelo mentre copula indegnamente con Vittima, sporchi
traditori di sacri vincoli.
Vedete, non c’è bisogno di dire “Vittima se l’è cercata”, anzi, ciò
sarebbe controproducente perché rischierebbe di lambire, forse,
chissà, qualche strato latente di empatia nello spettatore. Spettatore
potrebbe addirittura svegliarsi dal coma televisivo e pensare: un
momento, ma Vittima non era la vittima?
E invece no.
Il pensiero più pervicace, quello seminato nel calduccio delle viscere
più putride nell’intimo dello spettatore televisivo è il pensiero
“laterale”, non esplicitato, cioè il pensiero che Pubblico si illude di
aver partorito autonomamente, senza alcun incoraggiamento da
parte del presentatore, anzi! quello addirittura la difende la traditrice.
L’avvocato di Smembratore è Necrofago, un signore che annusa
l’aria e segue le tracce olfattive delle mani insanguinate degne di
nota. Egli sa prevedere quali storie riusciranno a conquistare i cuori
degli spettatori, riconosce il talento dell’esecutore, è saggio e
lungimirante, possiede le caratteristiche di un talent scout: scopre
talenti in divenire. Smembratore, in sostanza, fa quello che una volta
facevano le case editrici (l’autrice mostra apertamente un
atteggiamento passivo aggressivo nei confronti dell’editoria che non
investe più sugli autori, preferendo l’usato sicuro e i cagafollowers
social e tv). Egli riconosce chi ha le carte per sfondare dall’1 al 6. Lo
abbiamo già ammirato in una straordinaria performance fatta di
maratone televisive, strisciante e inafferrabile concedeva interviste
promettendo praterie di dettagli sgocciolanti di rosso, possedeva il
dono dell’ubiquità, stava in collegamento di qua e stava pure in
registrato “de llà”. Nel caso di Vittima l’avvocato si è subito
prodotto in una serie di salti carpiati spettacolari, volti a far volare la
fantasia di Pubblico verso uno scenario di raptus dettato da
motivazioni sul confine dell’accettabile. Oggi l’opinione di Pubblico
è fondamentale, esso può influenzare tribunali, mettere fretta, creare
imbarazzo, praticamente l’opinione pubblica è diventata come la
giuria popolare di Forum, quella che metteva il sassolino nelle
ciotole e decideva da che parte dovesse pendere la bilancia della
giustizia. Ma la tv è una bestiola molto semplice, un organismo
unicellulare che deve mangiare, sempre mangiare, solo mangiare e
ha persino imparato a coltivare e accudire il bestiame. Il modo
migliore per adescare Pubblico è sventolargli davanti un pezzo di
carne insanguinata e quello accorre come uno squalo. Per coltivarlo
e accudirlo, basta fare in modo che sia sempre in ansia, in attesa del
prossimo aggiornamento sull’omicidio, le prove, il Fruttolo con le
impronte digitali del ‘78, poi bisogna creare un convincente
storytelling al quale ci si possa appassionare come un fotoromanzo:
“Gilda l’amante d’Egitto”, “Pomponio il nordafricano senza
scrupoli”, “Lo sterminatore che veniva da lontano”.
Regola d’oro: mantenere quel brividino negli zebedei che ti fa
sentire sempre un po’ in pericolo, molto indignato e sempre dalla
parte giusta della storia, da quella del sempliciotto che ragiona per
lanci d’agenzia, “Nero uccide Bianco”, sbam! “Donna mette le
corna al marito e quello è vittima di un raptus assassino”, sbam!
(Esatto, l’uomo è “vittima” di raptus, l’autrice è molto orgogliosa
dei sui Lettori).
Mentre la televisione assolve il suo compito facendo scivolare nelle
viscere delle persone il veleno della colpevolizzazione di Vittima, io
chiedo questo: nel nostro ordinamento è prevista la pena di morte
per reato di adulterio? Sì, ho scritto “reato”. Aspettate, chiedo a AI.
Quella mi risponde così: “No, nell’ordinamento italiano l’adulterio
non è più un reato. Il reato di adulterio è stato cancellato dalla Corte
Costituzionale con due storiche sentenze (la n. 126 del 1968 e la n.
147 del 1969), che lo hanno dichiarato illegittimo poiché
discriminatorio (puniva diversamente moglie e marito)”.
Quindi, nonostante da 1 a 6 vi inducano costantemente a
immaginare scene di sesso tra fedifraghi portandovi a
immedesimarvi con Smembratore, l’unica verità è che nessun essere
umano possiede un altro essere umano e la gelosia non legittima un
femminicidio, non ci va neanche vicino.
Intanto, sui quotidiani (l’autrice li identifica come “Testate da 1 a 6”
per pura comodità e si compiace del fatto che, nonostante sia
apparentemente una definizione nonsense, voi Lettori abbiate ben
compreso il riferimento) potete leggere le disamine dei bravi
giornalisti su un caso di omicidio: Sparatore appartiene alle forze
dell’ordine e Ammazzato, la vittima, è il distillato di ciò che sta sul
culo a Lettore e Pubblico. Stesso gioco, il bravo giornalista da 1 a 6
si dichiarerà assolutamente convinto che ogni vita è sacra e proprio
gli dispiace che Ammazzato sia stato assassinato: ma… E vale tutto
ciò che viaggia dopo il “ma”, si trova lì ciò su cui verrà attirata
l’attenzione di Lettore: ma era uno “tutte le declinazioni di non
italiano”, ma era un noto spacciatore (vincitore di vari reality della
delinquenza, una vera star internazionale), ma era brutto come i
cattivi dei polizieschi anni ’70, ma non salutava mai.
Torno a fare quella domandina scomoda che inspiegabilmente non
fa arrossire un mezzo cattolico: nel nostro ordinamento è prevista la
pena di morte per reato di spaccio di sostanze stupefacenti?
Aspettate, chiedo a AI. Quella mi risponde così: “No, nel sistema
giuridico italiano la pena di morte non esiste per alcun reato, incluso
lo spaccio di stupefacenti. L’Articolo 27 della Costituzione ne vieta
espressamente l’applicazione, e la pena di morte è stata abolita nel
codice penale dal 1944. Lo spaccio è punito con pene detentive
(reclusione) e multe, spesso con aggravanti se provoca la morte del
tossicodipendente.”
E allora io calo il jolly e chiedo: nel nostro ordinamento è prevista la
pena di morte per il reato di non essere nato in Italia? (Gli algoritmi
identificheranno l’autrice come una pazza che guarda il tasto 4 per
tutta la giornata ma è necessario sporcarsi le mani). In seconda
battuta: nel nostro ordinamento è prevista la pena di morte?
AI mi risponde così: “No, nell’ordinamento italiano la pena di
morte non esiste. È stata abolita per i crimini comuni con la Costituzione
del 1948 e definitivamente eliminata anche dal codice penale
militare di guerra nel 2007. L’articolo 27 della Costituzione italiana
vieta espressamente la pena di morte e non ammette trattamenti
contrari al senso di umanità”.
Ma allora, perché i quotidiani da 1 a 6 cercano di generare in me il
pensiero che “Giustizia è fatta” ora che Ammazzato che è stato
ucciso da Sparatore?
Continuando a leggere i sopraccitati quotidiani troveremo ampio
spazio dedicato ai commenti espressi via social da Ministrone,
l’archetipo del politico citrullone che ci piace tanto perché è cattivo
come noi e, in quanto tale, sdogana e legittima il nostro lato
peggiore, lo rende di moda, non dobbiamo più nasconderlo, come
quando la figlia di Madonna espone i peli delle ascelle e li rende
fighi.
Ministrone commenta il primo alito di lancio d’agenzia, non sa
ancora cos’è successo ma lo immagina, non ci sono state le indagini
ma lui non ne ha bisogno, non c’è stato un processo ma lui ha già
emesso il verdetto. Egli elabora l’accaduto e ce lo racconta come
uno scrittore che pur non essendo vissuto in una certa epoca la sa
ricostruire usando l’immaginazione. Dalla propria ricostruzione fa
deduzioni e proposte di legge, una sorta di autoerotismo politico. Le
sue zone erogene sono rabbia e paura, passa da uno stato di
eccitazione all’altro, il suo feticcio è la cronaca dei fatti di sangue.
Ministrone scrive che il crimine aumenta e solo le sue proposte di
legge, espulse durante quei meravigliosi amplessi mentali, possono
renderci più sicuri. Ma scusi Ministrone, l’autrice è quasi certa che
lei stia secernendo queste ottime idee dall’ottobre del 2022:
quando potremo noi essere sicuri di stare sicuri?
©Ale Ortica