
Antonella è l’orgogliosa madre di Filiberto, un bambino di 4 anni
con i capelli rasati e gli occhi rapaci che ha fatto un diavolerio per
ottenere che la parrucchiera gli scolpisse una bella sfumatura
sull’orecchio a forma di orsetto intento a sbafarsi un vasetto di
miele. Il bambino va in giro con l’immagine dell’Irlanda in
corrispondenza della tempia destra, le penisole del sud-ovest
reggono un oggetto che potrebbe sembrare un contenitore, ma solo
sei molto ubriaco o hai respirato il gas dell’accendino, al limite se hai
guardato la tv sul tasto 4 per troppe ore consecutive, ma a quel
punto l’orso prende l’aspetto di un nordafricano che tenta di
occuparti l’appartamento (e tu vivi in una villetta).
Antonella è molto impegnata, lavora in un negozio di
elettrodomestici, pranza al bar dell’angolo insieme ai colleghi e torna
a casa trafelata in tempo per vedere il quiz serale mentre prepara la
cena. Suo marito lavora nel reparto macelleria di un centro
commerciale, fa gli stessi orari della moglie ma quando torna
considera casa sua un alloggio confortevole ricevuto in prestito da
un amico, quindi si sente esonerato da qualunque tipo di attività
domestica che si svolga tra cucina e soggiorno, è un negazionista
della parità dei ruoli. Il figlioletto è terra di nessuno.
«Flavio, guarda cosa combina tuo figlio in cameretta, ho sentito un
rumore…» urla Antonella mentre si scrosta la farina dall’interno
delle unghie con la concreta possibilità che si intasi il lavandino.
«Non sta succedendo nulla, lascialo stare» risponde il marito dagli
anfratti più remoti di una poltrona situata nel deserto del
Fankazzistan.
«Laccia ‘tare» ribadisce il giovane Filiberto che urla dalle profondità
di un tumulo fatto di giocattoli, la testa inclinata sotto una spalla, le
ginocchia appoggiate al mento e un braccio teso nel tentativo di
strozzare il gatto che lo osserva con l’espressione disgustata di chi
ha letto troppi post social sotto un articolo scientifico.
Antonella ha avuto una giornata pesante, il suo telefono continuava
a inviarle notifiche dal gruppo delle mamme che a discapito del
nome accoglie anche molti papà e qualche nonno perché non si sa
mai, potrebbe esserci il rischio di perdere una comunicazione
importante. Quando la rappresentante dei genitori posta un avviso,
fa gli auguri di buon compleanno a bambini e genitori (sì, perché
essa ha avuto accesso a tutti i dati forniti durante l’iscrizione a
scuola), buon onomastico, chi ha trovato il quaderno di Berenice,
qualcuno ha sputato nello zaino di Rodolfo e non voglio sapere chi
è stato ma fate qualcosa, beh, tutti rispondono con pollicioni alzati,
faccine, grazie e prego, in un concerto di botta e risposta
potenzialmente infinito.
«Flavio, per favore, vai a vedere cosa fa tuo figlio, ho sentito il gatto
fare un verso strano», si allarma Antonella mentre cerca di pulire il
monitor del cellulare dall’unto delle dita per controllare una certa
chat lasciata in sospeso trentasei secondi prima.
«Ah-ah», mugugna distrattamente lui.
«AAAAAAhhhhh» urla Filiberto dal suo rifugio di cose cascate
dall’armadio mentre il gatto si lecca la zampa con aria compiaciuta,
non vogliamo sapere cosa sia successo.
Antonella è molto fiera del suo creaturo, ne esalta continuamente le
doti sul proprio Facebook a commento di foto scattate senza
criterio, “Filly mentre disegna il gatto – Giotto gli fa un baffo,
ahahahah”, “finalmente il nano è svenuto, in macchina dopo la
baraonda al ristorante ahahahah”, “Compleanno di Filly con la torta
dell’Inter, piccolo campione di mamma ahahahah”. La sequenza
isterica di A e H è nella memoria del correttore e serve a motivare i
contatti a partecipare alla gioia dei post. Tutti rispondono con
faccine che si sganasciano dalle risate fino alle lacrime, intanto metà
di essi sta facendo la cacca e ha assunto un’espressione di faticoso
defecatorio.
È il 14 gennaio, Filiberto non si è svegliato con il consueto
entusiasmo, non ha imprecato neanche una volta, ha persino evitato
di tirare un calcio nelle palle del gatto mentre gli passava vicino per
andare in cucina a fare colazione. Antonella gli ha misurato la febbre
con solerzia e ha scoperto che il suo peggior timore da mamma che
lavora (e ha una vita santiddio!) si è realizzato: Filly ha la febbre
(ahahahah). Ma Antonella non può lasciarlo dai nonni perché ciò
vorrebbe dire mettere il bambino in macchina e fare una deviazione
di 2 chilometri nel traffico cittadino per poterlo depositare a casa di
sua madre, ventisette passi a piedi dopo l’edicola sotto casa. Ciò
comporterebbe un enorme ritardo sul lavoro, e ho una vita
santiddio! I nonni non verrebbero in casa perché papà è allergico al
gatto e comunque quella bestia di satana ha cercato più volte di
consegnare entrambi i nonni alle cure del suo superiore cornuto che
puzza di zolfo. Antonella non può chiedere un giorno di ferie
perché ha già programmato di prendere qualche venerdì per
allungare un paio di weekend, e ho una vita santiddio! Viaggiando
nella mente della donna scivoliamo serenamente sulla possibilità di
chiedere a Flavio di restare a casa col bambino e arriviamo alla
soluzione più ovvia e razionale, un’aspirina contro i sintomi
dell’influenza e subito a scuola. Lo dice pure la pubblicità: assumi il
tuo Starnuticid e esci di casa come se niente fosse (nano a scuola, no
prob, pollicione alzato, ahahahaha).
Antonella è in negozio, una collega le passa vicino con un pesante
scatolone tra le braccia, barcolla, le chiede se può aprirle la porta del
magazzino. La donna si alza da uno sgabello sbilenco con aria
contrariata, alza un indice come per chiedere un momento di tregua
e senza staccare gli occhi dal telefonino allunga una gamba verso
una porticina laterale. Manca un paio di volte l’anta mentre la
collega ha già cambiato diverse tonalità di viola sul volto inumidito
dal sudore e alla fine si decide ad allontanarsi di un passo dal suo
account Facebook per aprire la porta del magazzino aspettandosi un
doveroso ringraziamento ma arriva solo un grugnito. Non c’è
rispetto, la gente vuole tutto da te, ti succhia l’anima e neanche ti
ringrazia, scrive sul suo nuovo stato. Dopo trenta secondi risponde
il vice sindaco, troppa verità amica mia, resisti. A ora di cena ci
saranno settantadue post di solidarietà, un paio di conoscenti che si
manderanno a fare in culo vicendevolmente e una zia che vorrebbe
poterla aiutare se gentilmente le spiega chi le sta mancando di
rispetto.
Alle 10.15 Antonella incappa in un articolo di costume il cui titolo la
colpisce in pieno viso come un tuono che spacca in due un albero a
un metro di distanza, una deflagrazione imponente. Il marito di una
famosa atleta olimpionica dichiara: i genitori che mandano i bambini
febbricitanti a scuola fanno schifo. L’articolo riporta che la
campionessa ha dovuto rinunciare a una serie di impegni lavorativi
per accudire il figlio di due anni tornato a casa dall’asilo con la
febbre e ha poi sfogato sui social la propria frustrazione nei
confronti dei genitori che mandano a scuola figli febbricitanti.
Secondo l’atleta, il comportamento irresponsabile di alcuni genitori
mette a rischio la salute dei compagni, delle loro famiglie e la
stabilità lavorativa degli altri genitori.
Scendi Madonna dall’alto dei cieli e appendi per le palle costui,
schifosissimo scarto dell’umanità che sodomizza quella putrida
femmina infetta, schifosa raccomandata dai poteri forti. Si
scaraventa sui commenti e può subito notare con soddisfazione
quante brave donne lavoratrici e quanti veri uomini siano d’accordo
con il suo punto di vista. Il cuore le sbatacchia fin dentro lo
stomaco, le sembra di sentirlo suonare come un tamburo, per
l’eccitazione diventa scura in volto, un nero cancrenoso, come se le
avessero staccato la testa dal corpo. Si ingozza avidamente di
commenti come “benvenuti all’asilo, tutti i bambini si ammalano a
scuola, è sempre stato così (come la donna che partorirà con dolore
– nota dell’autrice), scendete dal piedistallo, sai che gran problema!
chi cazzo sono questi due?”. Antonella si sente sollevata perché dal
numero degli insulti sotto l’articolo le diventa sempre più chiaro il
fatto di essere nel giusto, cosa di cui non aveva mai dubitato. Quella
schifosoide-spasmo-stronzica si può permettere dieci babysitter,
non rompesse le scatole, oh poverino! il bimbo ha l’influenza… ma
muori principino (questo lo sussurra appena nella sua testa cristiana,
in un angolino in penombra tra “ci rubano il lavoro” e “quelle fanno
tutte le pu, puntini puntini”). Si astrae dal mondo per alcuni minuti
in attesa dell’ispirazione che le permetterà di ristabilire l’ordine
mondiale, quella frase ironica ma autorevole che tutti leggeranno e
prenderanno come ispirazione per la propria vita. Digita qualcosa di
superbamente esemplare. Dare l’invio è come ingurgitare un piatto
di tagliatelle con panna e lardo di Colonnata senza calorie,
un’esperienza trascendentale, il suo smartphone resta incinto
all’istante.
Alle 15.30 Filiberto viene prelevato dalla nonna che lo terrà in
custodia, come sempre, fino alle 19.00, quando la mamma andrà a
riprenderlo per tornare a casa dal suo caro micetto. Ha avuto il
tempo di infettare diciassette compagni di classe, come è normale
che sia, è l’asilo, succede.
Maddalena è stata riaccompagnata a casa dal papà che fa pausa
pranzo e quindi può riprenderla alle 14.00. Si è molto divertita
all’asilo. Si pulisce il nasino che ha già cominciato a gocciolare e
abbraccia la mamma, una donnina magra, dall’aspetto provato, con
un cappuccio in testa che non toglie da tre mesi.
Da quando ha cominciato la chemio ed è immunodepressa.
©Ale Ortica