
Mi guardo, ma è come se guardassi il buio. Spiegami – mi chiedo
– perché dovrei rinunciare alla notte fonda. Ancora – ancora! –
vado cercandomi nelle notti dannate. Utilizzo il mio carattere
come se fosse una macchina per scrivere. È come se il mio io (me
stesso) non facesse altro che osservarmi. Me stesso in che senso?
Come se potessi nominare (e dominare) l’oblio e la menzogna. Ma
il tempo non è un frutto maturo. Non casca dall’albero. Il tempo
non è. Tutto qui. Tutto finito. E sulla mia lucida corazza tutto
scivola. Mi siedo allo stesso tavolo con me stesso e mi offro da
bere. Finalmente, mi dico, un interlocutore che non sa niente di
me.
©Davide Marchetti