
Credo di aver capito perché si ritiene che scrivere un diario sia
terapeutico. Non perché mettere nero su bianco un’idea la renda
concreta o più chiara, ma perché simula la conversazione con
qualcuno che ascolta, è concentrato su di te, infatti tace mentre ti
esprimi ed è pure d’accordo con tutto ciò che pensi: non ti
contraddice mai. Così tu discuti attraverso questa pagina con un
interlocutore oscuro, riveli il tuo punto di vista anche se sospetti che
potrebbe essere vagamente irricevibile e quello accetta tutto come
oro, bello, bravo, complimenti.
Un’operazione quasi social, basti pensare al tipo “ehi, ce l’hai con
me?”, quello che si sveglia con poche idee ma chiare e litigiose.
Esso ha un progetto di guerra ogni giorno, è di buon umore solo
perché ha già individuato un nemico e non vede l’ora di infierire
sulle sue nude carni immaginarie.
Il nostro amico, il signor Buonumore, sente di avere un sacro
compito nella vita: ripristinare l’ordine naturale delle cose a spallate,
con la forza del suo pensiero lucido e lungimirante, tramite
manganello se serve, e dio ti prego fa che serva anche stamattina!
Il buonuomo pensa solo il peggio del prossimo suo, perché a pensar
male si fa peccato ma sempre si è nel giusto (semi-cit).
Ogni mattina si siede davanti alla sua tastiera unta di roba che se
non la lecchi godi solo di sfuggita e collegandosi entra nel suo
regno, la giungla dove sopravvive solo il più forte, password
“nonpuòpioverexsempre1”. Si compiace immaginando tutti quegli
hacker al lavoro da anni per cercare di espugnare il suo territorio,
vorrebbe guardarli negli occhi mentre sudano e bestemmiano, non
lo avranno mai. Al solo pensiero quasi si commuove, diventa
sentimentale. Oggi il suo discorso programmatico verterà sull’idiozia
del cambiamento climatico, i politici che imbavagliano comici (o
forse era un attore, o un presentatore? Punto da chiarire con una
ricerca mirata), la costante e incomprensibile mancanza di donne
compiacenti tra i suoi contatti, la soluzione finale evocata come
panacea contro i maledetti conducenti di auto che non lo lasciavano
passare ieri sera davanti al parcheggio della Coop, che dio li
stramaledica.
Decide di partire subito col piatto forte e intavola un bel discorso
ficcante pieno di asterischi perché ha letto da qualche parte che le
parolacce potrebbero bloccare la libertà di propagazione delle sue
sacrosante idee. Porci qua, cani là, zio e mannaia, volano leggeri sul
ticchettare della tastiera, tic tic, bastrd…tic tac, caxx… tic tic tac,
vengono mitragliate due concordanze, e boom! una H strappata con
violenza dal verbo avere, la guerra è guerra. Al primo invio,
Buonumore ha già inferto ferite quasi mortali a quei concittadini (ne
ha riconosciuto almeno cinque) che gli hanno sbarrato la strada
impedendogli di accaparrarsi il posto davanti all’entrata del
supermercato. Ha espresso tutte le ragionevoli motivazioni per le
quali essi non avevano diritto arrecargli frustrazione e un ritardo di
due minuti sulla sua tabella di marcia serale.
Arriviamo al punto: i protagonisti dell’invettiva non sono tra i
contatti dell’autore e non sono citati quindi non esiste neanche la
possibilità che un compaesano impiccione possa fare la spia, dunque
il tono del post guerrafondaio da guerriero della notte non ha senso.
Nessuno si spaventerà o si sentirà minacciato. Però i contatti dello
spavaldo, distribuiti tra parenti, conoscenti, amici di karaoke e
giocatori di “verdurine su facebook” lo gratificheranno con reazioni
di solidarietà e addirittura risposte compassionevoli.
Sono reazioni del tutto fasulle.
Persino sua sorella penserà che quel post la mette in imbarazzo in
quanto parente prossima, ma quasi tutti lo leggeranno sotto l’effetto
della “sindrome da gatto spiaccicato”: uno spettacolo orrendo e
pietoso che non puoi fare a meno di fissare.
Il nostro amico che ha un post contro chiunque e non ha paura di
dare invio. È sostanzialmente uno che parla da solo, che scrive un
diario visibile a tutti e ha l’illusione che la sua platea sia sempre
d’accordo con ciò che esprime. Nessuno si prenderebbe la briga di
spiegargli quindici motivi più uno per i quali esso si sta rendendo
ridicolo e no, non è uno che “te lo dice in faccia” perché, di fatto, i
suoi ideali interlocutori non sono neanche tra i contatti e comunque
parliamo sempre di frasi generiche, nemici senza identità. Frasette
su cartolina glitterata, una per ogni stato d’animo a sottolinearne il
leggendario buonumore.
Le tematiche girano tutte intorno all’immenso mondo
dell’indignabile.
L’Ipocrisia: “Prima di giudicare i miei passi, mettiti le mie scarpe…
anche se dubito che riusciresti a camminare con tutta quell’invidia
addosso.”
Il Tradimento: “Dalle corna che hai, la prossima volta che vai in
montagna attento ai cacciatori, non vorrei ti scambiassero per un
cervo.”
La Superiorità: “Non ti odio. Semplicemente non mi interessa più
sapere se esisti. Il mio silenzio è la tua peggior punizione.”
La Vendetta Social: “Pulitevi la bocca prima di parlare di me, che
l’odore di sporco arriva fin qui.”
Il Grande Classico: “Si credono diamanti, ma sono solo sassi che ho
calpestato lungo la via.”
L’Amicizia Falsa: “Troppi serpenti in giro che si fingono agnelli. Ma
ricordate: la pelle cambia, il veleno resta.”
Font preferenziale: Comic Sans.
Sfondi di pregio: animali selvaggi in atteggiamento pericoloso, Al
Pacino (per la frase arrogante), Sandro Pertini (per l’autoritario con
impegno), Pier Paolo Pasolini con la scritta “Lo so, ma non ho le
prove” per lanciare frecciatine generiche, senza sapere chi è Pasolini
e senza conoscere il vero significato della frase.
Ciò ha poco senso nella vita reale però fa star bene il signor
Buonumore, lo rende fiero di sé stesso e nutre la narrazione che egli
ha creato sulla sua persona, quella del super-uomo che non fa sconti
a nessuno. Va bene così, lasciamo che continui a cullarsi in questa
ingenua illusione.
Io faccio lo stesso qui e adesso. So che sto scrivendo cose che
qualcuno leggerà e il mio programma di scrittura è solo un tramite.
Come quando uso WhatsApp per cristonare con mio marito, che è
al lavoro in un ufficio, mentre io sono a casa. Lui legge, valuta il mio
stato emotivo, comprende, prova empatia, fa una valutazione del
testo oggettiva seppur condizionata dall’affetto, pesa, soppesa,
sorride e infine: ok.
Voi non potete neanche fare questo, non un pollicione, neanche un
sorriso, però so che a livello puramente potenziale, voi siete
esattamente sopra le mie parole, adesso.
E allora posso rivelarvi che c’è un tema molto importante che
volevo introdurre con la storia di Buonumore, un pensiero con cui
mi sono svegliata due giorni fa e che ho descritto nella mia mente
per tutta la mattina, mentre facevo altro, mi occupavo di tante cose,
mi guardavo allo specchio per lavarmi i denti. Pensavo, questo lo
devo scrivere perché ho capito una certa cosa e credo sia
importante.
Spero che questo piccolo calembour sia stato di vostro gradimento
e vi abbia strappato una risata, perché, dal profondo del mio cuore,
desidero che nessuno di voi resti deluso dal fatto che: non ricordo
assolutamente da cosa diavolo sono partita. Sono passati due giorni,
santiddio!
Resti per noi e per sempre il ricordo del carissimo Buonumore, un
personaggio umile al quale avrei voluto regalare l’immortalità in
quanto protagonista di un pensiero profondo.
E invece.
©Ale Ortica