Quello che degli Sviaggiatori non sai [2] di Sandra Giammarruto

 

INTERVISTIAMO GLI SVIAGGIATORI
Intervista ad Alessandro Morbidelli

Ciao Alessandro, perché hai cominciato a scrivere e qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Ho cominciato a scrivere perché la cosa che mi piaceva e mi piace più di ogni altra è raccontare storie. Da bambino, la sera, a letto, spesso mi capitava di imbastire delle brevi storielle comiche per far ridere mio fratello, che divideva la camera con me. Era buio, parlavo a voce bassa per non far sapere ai nostri genitori che eravamo ancora svegli, eppure le risate di mio fratello erano limpide e sincere. Il protagonista delle vicende era il Sergente Bomba, un goffo guerrafondaio che per un motivo o per un altro si faceva esplodere le bombe in tasca, personaggio preso da un episodio di Braccio di Ferro, forse, nemmeno me lo ricordo. Ecco, quella è stata la prima volta che ho fatto emozionare qualcuno con una mia storia. Con il tempo e la lettura ho capito che c’era un veicolo importante, a disposizione di chi ha qualcosa da raccontare, la scrittura.

Esiste un personaggio della storia della letteratura che avresti voluto creare?

Creare no, nel senso che l’atto creativo lo lascerei a chi ha avuto il merito di concepirlo, un personaggio. Però ce ne sarebbero alcuni che mi piacerebbe “interpretare”, con storie scritte da me. Tipo Marco Buratti, “l’alligatore” di Massimo Carlotto (a cui va tutta la mia solidarietà per quello che gli è piovuto addosso in questi giorni), ma anche i mostri classici del romanzo gotico come Dracula e la creatura del dottor Frankenstein, o altri del noir americano agli antipodi, come Hap e Leonard o Marlowe.

Il libro che avresti voluto scrivere?

La strada, di Cormac McCarthy, è il mio romanzo preferito di sempre. Ma ad averlo scritto io mi sarei perso l’emozione dell’incontro e della scoperta delle parole in qualità di fruitore. Allora mi chiedo, è più importante dare emozioni o riceverne? Per questo motivo a volte lascio all’autore il suo gioiello. A me basta rimirarlo e restarne ammaliato. Altre mi dico che quella frase avrei proprio voluto scriverla io.

Come scrivi, in che modo nasce una storia?

Non sono uno di quelli che si mettono di fronte a un computer un numero preciso di ore al giorno. Al contrario, mi capita spesso di non riuscire a toccare un tasto. Tuttavia non posso dire di non scrivere, perché lo faccio in continuazione, nella mia mente: quando incontro qualcuno, quando osservo una scena, quando ascolto una canzone. Per questo mi piace tantissimo guidare, perché mentre ascolto canzoni e la realtà intorno mi scivola oltre, io posso dire di scrivere, di immaginare la frase stessa, oltre che la vicenda. E poi porto il mio cane a fare la pipì, di notte, nel silenzio. Non credo esista una pagina migliore della notte silenziosa.

Mi è sembrato di capire che sei un appassionato di musica, quanto è importante nella tua scrittura?

È la benzina delle mie emozioni e delle mie storie. Mi basta ascoltare qualcosa che sia nelle mie corde per iniziare a crearci intorno una narrazione. È quello che faccio con Playlist, la rubrica che curo per Sdiario. Tasto play e arrivano le parole. A volte la musica è così bella e fertile che la metto in loop, di continuo. Di solito succede quando ascolto i Radiohead e se la canzone è Daydreaming capita pure che ci scappi il capitolo intero di un romanzo.

Il libro sul comodino?

Il primo, ospite fisso, è “On writing” di Stephen King, perché mi fa compagnia, di tanto in tanto lo riapro a caso, e mi trovo sempre in compagnia di un amico che non mi stanco mai di ascoltare, anche se a volte, con il tempo, si rimbambisce e tende a dire sempre le stesse cose. Però gli voglio bene. Adagiati sopra, in ordine variabile, al momento ci sono “Bull Mountain” di Brian Panowich e “Nella perfida terra di Dio” di Omar Di Monopoli.

Un libro che ti piace regalare?

“A volte ritorno” di John Niven. Perché è un romanzo che ispira gioia, fa riflettere, ti mette a tuo agio. E poi l’ho regalato a una persona speciale, che seppe apprezzarlo e sorriderne anche in un momento difficilissimo. Da allora è diventato un piccolo amuleto, che riesce a mettere a posto le cose. O almeno mi auguro sempre che possa farlo.

Il tuo miglior incipit, il miglior incipit che hai letto.

Il mio, senza dubbio, è questo:

“La luce intermittente del neon accende e spegne la mia immagine riflessa nello specchio.
Anche se non mi hanno ancora visto, i bambini stanno già gridando, li sento anche se ho chiuso la porta. Non sono ancora pronto.
Muovo le mani, affondo e sfioro. In un attimo la mia faccia bianca si anima di un’espressione intensa. Passo poi il rosso colante sulle labbra e sugli zigomi, mentre intorno agli occhi distribuisco il nero, denso come la pece. Mi giro appena e rido: un ghigno sproporzionato si rivela nella sua totale deformità di bocca e di trucco.
Quando faccio così, mi spavento sempre.
Figurarsi i bambini.”

Storia nera di un naso rosso (Todaro Edizioni)

Quelli che più mi sono rimasti impressi, invece, sono questi (ex aequo):
“Io ero, in quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica che erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che entrava nelle scarpe, e non vi era più̀ altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui.”

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia (Rizzoli)

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“È dura scrivere con la mano sinistra. Eppure dovrò abituarmici, altrimenti la mamma sarebbe fin troppo contenta, e ho giurato di non darle più soddisfazione. È stato perché non potessi più scrivere le mie porcherie, come dice lei, che mi ha mozzato il pollice l’altra sera.”

Pascal Francaix, Le Madri Nere (Meridiano Zero)

“Storia nera di un naso rosso” è l’ultimo libro di Alessandro Morbidelli pubblicato da Todaro Editore.
Chi volesse acquistarlo può farlo al seguente link: https://www.todaroeditore.com/romanzi-gialli/noir-romanzi-gialli/storia-nera-di-un-naso-rosso/

© Sandra Giammarruto, 2018

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