Fantasmi [5] di Uduvicio Atanagi

© illustrazione di R.Rutigliano

© illustrazione di R.Rutigliano

QUELLO CHE SI SCOPAVA MIA MADRE

Sai che tua madre era una strega? Sai che tua madre ha fatto parte del partito comunista di Katmandu e dell’insurrezione di Teheran? E ancora, sapevi che tua madre scriveva poesie?
Quello che si scopava mia madre se ne usciva fuori così ogni volta e ogni volta sembrava perdersi in qualche ricordo lontanissimo, la sua testa ondeggiava come quei cani di plastica che vendono nei grandi magazzini e io non riuscivo a capire, cercavo di immaginare e immaginarla, cercavo di capire che tipo di tempo e che tipo di colori e che odori avesse potuto respirare e mi chiedevo io dove stavo andando e mi chiedevo io che cosa stessi diventando esattamente.
Come poteva averla amata se non sapeva niente di lei mi domandavo, però poi capivo che lui sapeva moltissime cose di lei, infinite cose di lei, la conosceva come si conosce il libro più amato, come un film che non smetteresti mai di guardare, ma nonostante tutto, anche adesso che se ne era andata continuava a scoprire frammenti, piccoli particolari, segreti e storie seppelliti nei suoi innumerevoli taccuini, nei cassetti col doppio fondo, negli amici che la venivano a cercare, nelle pubblicazioni sotto pseudonimo, negli articoli di giornale raccolti per anni con quelle strane notizie che forse parlavano di lei.
Aveva frequentato sette e fondato avanguardie, sai che tua madre è stata in prigione? Sai che tua madre ha viaggiato sulla Transiberiana? Sai che quel pezzo di Bowie in realtà parla di lei? Lo vedevo perdersi, lo vedevo inseguirla in certe notti come inseguisse un fantasma che corre verso la luna, lo immaginavo tendere il braccio, gridare, restare immobile senza capire perché se ne fosse andata con gli occhi che si riempivano di lacrime che però non riuscivano a cadere, restavano lì, pronte a scivolare ma ancora lì, al limite dei suoi occhi.
Una volta quello che si scopava mia madre poi aveva iniziato a parlare di che cos’è un rapporto, io avevo grugnito qualcosa e poi avevo provato ad andare via, ricordo che stavamo facendo colazione, ricordo che il cielo era grigissimo e cupo, la pioggia cadeva sbattendo contro alle finestre, facendo dei disegni sui vetri.
Vedi in qualche modo, aveva detto, tu pensi di poter stringere una persona, di poterla tenere con te e sei convinto di potere e lo vuoi ed è una specie di desiderio profondo che tutti abbiamo di poter avere qualcuno, di possederlo, poi capisci che non puoi prenderla e non puoi tenerla con te, puoi solo danzarci insieme, oppure volare insieme come fanno certi uccelli o certi pesci quando si muovono nel profondo del mare. A volte danzi così bene e i corpi sono così vicini che i cuori si toccano, che a un certo punto non capisci più qual è il tuo e qual è il suo, in certi movimenti poi le anime si guardano, si sfiorano, si fondono e nella fusione rimangono dei pezzi di te dentro di lei e dei pezzi di lei dentro di te e non ti ricordi nemmeno più chi sei perché sei diventato qualcosa dove ci sono anche pezzi di lei. Certe volte la sua anima ti entra nel cuore e quando si allontana un po’ lascia come lo spazio della pressione, una nostalgia che ha esattamente la sua forma e che può colmare solo lei quando si avvicina di nuovo. È un ballo, una danza elegante e non devi sbagliare un passo e se pensi ai passi che devi fare sicuramente sbaglierai, è un’armonia automatica e sinceramente non so dirti a quale legge possa appartenere, credo sia simile al mare o a come il vento muove le foglie, penso che se continui a seguire i passi, se muovi le tue ali e cerchi di tenere la sua traiettoria si possa volare insieme per sempre. Con tua madre dobbiamo avere sbagliato qualcosa, forse l’ho stretta troppo per i fianchi, o le ho pestato un piede oppure lei in qualche modo è inciampata, ti assicuro però che danzavamo benissimo, tutti i riflettori erano su di noi, la gente si faceva da parte, io la facevo girare e lei si voltava a guardarmi e poi mi baciava e ancora danzavamo, io e tua madre eravamo bellissimi sai? Eravamo bellissimi…
Sembrava che parlasse da solo, ricordo che è stata la prima volta che ho pensato all’amore, certe volte quello che si scopava mia madre diventava qualcosa che io non potevo immaginare, credo che mi sentisse davvero come sua figlia, o che vedesse in me un’eco lontana di lei, me ne accorgo solo ora, me ne accorgo solo ricordandolo come se mentre vivi la vita non riuscissi mai a viverla davvero anche se lo desideri con tutta te stessa, adesso mentre le gocce si schiantano contro ai finestrini del treno addosso sento freddissimo, adesso mentre scende il buio e le luci si accendono mi accorgo di quanto mi abbia amata, mi accorgo di cosa mio padre che non era mio padre sia stato per me.

© Uduvicio Atanagi, 2016

Leave a Reply