Tre donne

La prima volta che incontrai Victorine era l’aprile del 1994: ero a Parigi per la seconda volta in vita mia, avevo 25 anni, stavo per sposarmi e credevo che Parigi fosse la città più bella del mondo.
È che quando sei a Parigi, dicevo, ti senti al centro dell’universo.
Parigi mi affascinava, ma era per lei che c’ero tornata. per vederla da vicino, vis à vis.
Per i suoi detrattori, Victorine aveva una carnagione gessosa, braccia e gambe tozze e un non so che di ragazzo che ancora deve crescere e maturare.
Per me, Victorine era pelle lattea e occhi brumosi, fiume di capelli rossi sulle spalle e uno sguardo da gatto selvatico e imprendibile.
Qualcuno diceva che avesse fatto o facesse la puttana, tutti erano sicuri che fosse l’amante di Edouard*.
Victorine squieta e misteriosa: dopo qualche anno sarebbe partita per l’America rincorrendo un amore distratto e al suo ritorno avrebbe preso in mano tela e pennelli.
Invecchiata nei tratti, ammorbidita nel carattere e nei fianchi, forse domata e meno affamata di vita.
Ma quando la incontrai, la fuga oltre oceano era ancora da venire, il suo sguardo ancora fiero sfidava eventi e persone senza paure.
Sapevo dove cercarla ma vederla fu comunque una sorpresa; svoltai l’angolo e la vidi, all’uscita del caffè, un abito grigio scuro assai elegante ed un cappello, la chitarra sotto al braccio e in mano un cartoccio di ciliegie.
Stava mangiando.
Mi fissò senza curiosità ed io sentii la gola che mi si chiudeva dall’emozione.
Ciao, Victorine, le dissi.
E sorrisi, felice, come si sorride a un amico ritrovato, a qualcuno che si attende alla fermata della metro, ad una bella notizia.
L’incontro con Berthe, invece, avvenne due anni dopo, in Svizzera, a Martigny.
Era un ottobre freddo e noioso, ero sposata da un anno ma già odiavo ricorrenze ed anniversari e finsi di dimenticarmene.
Io vado in Svizzera, a Martigny, dissi a mio marito con caparbietà.
Sola? chiese lui.
No, risposi io.
Posso venire? chiese di nuovo.
Glielo concessi, con una scrollata di spalle. mica avrebbe capito.
Berthe era bellissima.
Berthe è bellissima.
E così follemente e tenacemente innamorata di Edouard al punto di arrivare a sposarne il fratello pur di stargli vicino.
Berthe bella e talentuosa.
Berthe magica e sensuale.
Quando ci incontrammo indossava un abito e un cappello neri, neri come i suoi occhi profondi e cerchiati e vivi, neri come i suoi capelli che fuggivano ad ogni tentativo di addomesticamento.
In tutto quel nero, il piccolo mazzo di violette che teneva al seno quasi scompariva, ma potevi avvertirne chiaramente il profumo.
Nemmeno lei, così bella e forte e intelligente e profonda, era però riuscita a strappare Edouard alla moglie.
Edouard.
Bello ed elegante. biondo e impeccabile.
E femminomane e bugiardo e innamorato.
Di tutte. di nessuna.
O forse proprio della moglie, comunque, prima che di ogni altra donna.
Lei, dalle mani bianche e delicate, dalla figura morbida e matronale.
Lei che odiava il suo profilo olandese, col naso che pareva voler fuggire dalle regolarità di un viso placido e tranquillo.
Dovettero passare degli anni, prima di incontrare un’altra delle donne di Edouard.
Quando lessi che Suzonne era a Londra, seppi che dovevo vederla.
Era l’ottobre del 2007 e volammo per un fine settimana nella capitale anglosassone. la domenica pomeriggio, una domenica calda e inaspettatamente soleggiata, lasciai che le mie amiche andassero da Harrod’s.
Sicura di non voler venire con noi? chiesero perplesse.
Sicura, risposi, devo vedermi con Suzonne.
Suzonne mi aspettava al bancone del bar delle Folies Bergere: l’abito nero ed elegante, scollato, il collo delicato evidenziato da un nastro di seta scura, la frangia bionda a coprirle la fronte, orecchini di perla, labbra di albicocca e uno sguardo perso di stanchezza.
Fingeva di ascoltare un avventore alla sua destra, ma si capiva che di lui poco o nulla le importava.
Lo ascoltava perché ascoltare faceva parte del suo lavoro, come servire liquori, come sorridere, come rispondere alle domande spesso sciocche e qualche volta impertinenti.
Il chiacchiericcio dei clienti del bar era insopportabile, ma mi sedetti davanti a lei per quasi un’ora scambiando guardi di soddisfatta complicità.
Sono felice di averti incontrata, le dissi quando mi alzai per andarmene.
Non le chiesi se anche lei fosse stata l’amante di Edouard e preferii tenermi il dubbio.
In fondo, sapere, non era poi così essenziale.

*Edouard Manet (Parigi, 23 gennaio 1832 – Parigi 30 aprile 1883)

©Viviana Gabrini, 2015 (tratto da I fili di Arianna, Primula Editore)
©Viviana Gabrini, podcast
©Lorenzo Guioli immagine di copertina
©Studio Lenny Farmer elaborazione audio

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