Nonostante tutto

Foto di 1857643 da Pixabay

Lo sapevo che non dovevo bere. Quando bevo perdo la lucidità, mi scappano parole – e gesti – di cui poi mi pento. Ma è stato lui, Renzo, che mi ha tirato la volata.

Era già al terzo o quarto Spritz (me l’ha detto lui), prima delle due birre bevute al funerale, al chiosco sull’angolo del cimitero, tra una sigaretta e un’occhiata in giro. Del resto, mica è colpa sua, se i funerali li fanno all’ora dell’aperitivo.

Era parecchio che non ci vedevamo, almeno tre o quattro anni. Me lo ricordavo più magro, asciutto, quasi filiforme. Invece l’ho trovato massiccio, solido, anche un po’ tetro. Forse è semplicemente il tempo passato. Qualche ruga in più in effetti ce l’ha. Sulla fronte, ben incisa. O intorno alle labbra, a marcare una tendenza al rifiuto del mondo che gli è sempre appartenuta. E intorno agli occhi, con due signore borse che denunciano le notti di sonno perduto. Non è più il ragazzo con cui giocavo a volley ai tempi dell’università, ormai è un uomo. Immagino che lo stesso si possa dire di me. Ma io ho avuto il percorso inverso: mi sono asciugato. Ristretto, direbbe mia madre. A parte un filo di pancia, complici le birre e la pigrizia.

Comunque i suoi occhi erano gli stessi di sempre: irrequieti e diffidenti, mai fermi su niente per più di dieci secondi, oscillanti tra il cancello dal quale era entrato il furgone con la bara di Alice e le schiene grigie dei pochi rimasti per due parole dopo la cremazione. Lui non era entrato. Io invece ci sarei andato, ma un inghippo sul lavoro mi aveva fatto perdere tempo e non me l’ero sentita, di entrare tra gli sguardi di disapprovazione dei presenti. Così avevamo perso entrambi l’occasione di salutarla, Alice.

Lui al chiosco era solo, la schiena appoggiata al bancone, la bottiglia in una mano e l’immancabile sigaretta nell’altra.

Quando l’ho chiamato, ho avuto la percezione netta che mi avesse sì riconosciuto, ma che per un attimo avesse considerato la possibilità di ignorarmi. In effetti, quando si è staccato dal bancone sono certo che stesse per voltarmi le spalle, ma poi i nostri occhi si sono incrociati. Allora si è bloccato e poi subito sciolto in un sorriso dei suoi, solo un angolo delle labbra appena increspato, per cui ai tempi lo prendevo in giro con il mio frena il tuo entusiasmo. Ci siamo abbracciati con qualche impaccio e subito è stato lui a proporre di bere una cosa insieme.

Adesso le bottiglie sul tavolino sono due, la prima già vuotata e la seconda con sì e no mezzo bicchiere a testa. Ci siamo raccontati qualcosa degli ultimi anni, non tutto, quasi per dovere, come volessimo tenere per noi chissà quali segreti. Però poi l’atmosfera si è fatta più calda. I suoi occhi si sono ammorbiditi, le sue spalle rilassate contro lo schienale scomodo della sedia di plastica scura. Abbiamo parlato di Alice. Tanto, forse troppo. Gli si è incassata la testa tra le spalle, le labbra erano strette in una smorfia dolorosa, gli occhi per una volta non vagavano in giro, ma erano fissi sull’etichetta della bottiglia, mentre dalla sua bocca uscivano parole che non avrei mai pensato di ascoltare. Parlavano di dolore, ma anche di rabbia, di stanchezza e di confusione. Erano vere e tristi e mi scavavano il cuore.

Così mi sono sporto in avanti e gli ho sfiorato la guancia, con una carezza più lunga e più tenera di quanto avrei osato, se i bicchieri di vino non mi avessero forzato la mano.

Ci sono attimi che durano un’eternità. E sguardi che aprono mondi. Nel mio c’erano anni di silenzio, di labbra morsicate per non tradirmi, di desiderio soffocato nelle notti tormentate, di amore travestito da amicizia e mai confessato.

Nel suo, una successione di fotogrammi, rapidissimi e inattesi. Prima, l’affondo a tradimento nei miei occhi, mantenuto e protratto, nel chiacchiericcio confuso della sala affollata. Poi lo stupore, alla scoperta dell’inaspettato. E infine sì, per un istante magico e troppo breve, anche l’abbandono. L’ho visto nel rilassarsi delle rughe intorno agli occhi, nel farsi meno marcato della piega amara delle labbra, nel tremito della sua mano incerta che si allungava a sfiorare la mia.

Non ci sono state parole, e anche se mi sento un po’ stupido a dirlo, per un lungo momento ho toccato con mano la felicità.

Poi, nei suoi occhi è comparso il buio. L’ho visto irrigidirsi, guardare con raccapriccio la mano che teneva la mia sul tavolo macchiato di vino, ritrarla come fosse scottata, alzarsi di scatto rovesciando la sedia.

Sono rimasto impietrito, una statua di cera. Ho visto senza osare emettere un respiro le bottiglie che si infrangevano sul pavimento, il rosso del vino che si allargava sul legno chiaro. Ho visto i suoi occhi guardarmi con un rancore che sapevo di non meritare, l’ho sentito vomitare insulti e parole di odio che mi hanno fatto male. Al confronto, la bottiglia che ha raccolto e mi ha lanciato addosso non è stata nulla.

Sono sicuro che non l’ha fatto apposta, a colpirmi la gola. È stata la rabbia, nutrita dalla paura di quanto aveva scoperto e capito, di se stesso e di me. Di noi.

Mentre sul pavimento freddo il rosso del mio sangue si mescolava con quello del vino, l’ho cercato, tra le facce concitate che si affollavano su di me. E ho visto nei suoi occhi l’odio lasciare il posto alla disperazione. E a una scintilla di qualcos’altro, che lo sgomentava e non osava nominare. Il suo respiro affannato e poi il suo improvviso silenzio mi risuonavano dentro come la corda di un violino. Io non sentivo dolore, solo una enorme stanchezza, allungato in terra con gli occhi incatenati nei suoi. Quando è caduto in ginocchio di fianco a me tremava tutto, gli occhi stravolti, le labbra strette che non riuscivano ad articolare una sillaba. L’ultima cosa che ho sentito, prima che lo strappassero via, è stata la sua mano che mi sfiorava la guancia. Così ho capito che non mi ero sbagliato. Perché in fondo ai suoi occhi, nonostante tutto, quella scintilla c’era. Io l’ho vista, lo so.

©Euro Carello

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