Non questa volta

 

 

Non questa volta
di Katia Colica
CASTELVECCHI EDITORI

Mio padre gestiva un buco di bottega alimentare al mercato coperto di via Filippini. “Spina Generi Alimentari” diceva l’insegna, la prima cosa che ho imparato a leggere.

Avevo circa quattro anni, lui spesso mi svegliava ancora prima dell’alba e mi portava con sé. Io crollavo dal sonno e soffrivo a lasciare mia madre, pativo quel distacco con un dolore lacerante. Irrisolvibile. Ma lo seguivo, con un senso del dovere che sentivo già profondamente mio. Arrivavo in quella bicocca in affitto fabbricata a botte di lamiera e plexiglas e me ne stavo zitto senza protestare, seduto accanto al bancone su una seggiola bassa, col sedile di corda che mi lasciava i segni sulle gambe magre. Sentivo quegli odori pungenti di sottolio, sarde, pane, verdure, vino, origano; si mescolavano tra di loro, salivano su per il naso e, infine, si depositavano a grattare nella mia gola. Non mi ripugnavano, anzi li riconoscevo come odori domestici, che mi appartenevano. Lo studiavo ore intere non per curiosità, ma soltanto per cercare di impararne qualcosa che, credevo, prima o poi, mi sarebbe tornata utile.

Lui intanto scaricava cassette, bumbuli, vendeva i formaggi e i funghi che aveva comprato alcune ore prima dai viddani o dai cardoli, esponeva in file ordinate le bocce di pomodori secchi che faceva mamma con l’aiuto del sole. O tirava fuori dai salaturi le olivuzze nere della Piana che scolava tra le dita e infilava a due alla volta in bocca alle signore, facendo seguire l’operazione con un gesto della mano leggero e armonioso, in contrasto con quello cafone precedente. Piroettava il palmo nell’aria come un prestigiatore che aveva appena fatto sparire un foulard di seta in un pugno grazie alle sue doti di magia, alludendo col cenno a quanto potessero essere buone quelle olivuzze; buone in maniera esagerata. Gliele faceva assaggiare, mi spiegava in segreto, perché così loro si invogliavano.

Una di loro, però, si invogliò un po’ troppo: era l’appariscente signorina Saveria, profumata di canfora, truccata da bambola di ceramica e finissima ricamatrice di pizzi riservati agli arredi sacri per l’altare maggiore della chiesa del Carmine. Chiesa che frequentava ogni giorno anche per accertarsi che fosse sempre tutto in ordine agli occhi della Madonna omonima. E si invogliò così tanto che un giorno mi chiese di chiamarla mammà. Ancora non lo sapevo, ma ero energicamente conteso dalla nuova fidanzata di mio padre che non potendo avere figli suoi pensò di procurarsene già pronti. Un pomeriggio però, mentre giocavo a campanaro nel cortile di mia nonna al Rione Ferrovieri, sentii sussurrare da più voci il nome della signorina Saveria che, a quanto pareva, era stata urgentemente ricoverata agli ospedali Riuniti per una ferita accidentale, nonché profonda che partiva dalla fronte per finire sotto lo zigomo destro. Il commento di nonna Nunzia e di tutti i suoi vicini di rione fu univoco: «Pochi ci ’ndi ressi a quella buttanazza lorda». Mamma tornò a prendermi tre giorni dopo, coi capelli attaccati alla fronte e uno sguardo esausto, ma appagato. Mio padre reagì alla nuova situazione con eleganza, rubando tutta la dote del corredo estivo e invernale di mamma, due paia di collant in nylon color carne senza cucitura sulla punta, i suoi modesti gioiellini di famiglia e pure le bocce coi pomodori secchi e le mulingiane sott’olio che ci dovevano bastare per rifornire la putia per l’inverno venturo. Chiuse la botteguccia al mercato coperto, si portò la licenza; e non si fece vedere più. Almeno questo.

Fatto sta che mia madre per intercessione del parroco prese servizio come sguattera a casa di tale signora Mary Cannizzaro che abitava col marito Umberto e il figlio Federico, detto Freddy, nella nobile via san Francesco da Paola in uno dei loro palazzi di proprietà con le scale private, il soffitto con i rilievi di gesso dipinto e pure la doppia televisione a colori, una in salotto e l’altra in camera da letto, appoggiata su un mobile a rotelle. Ogni tanto mamma mi ci portava e io restavo tutto il tempo seduto in un angolo sopra un tappeto che profumava di borotalco, quasi uguale al suo petto, e mi sfogliavo i giornaletti che Freddy aveva già letto e mi prestava; solo per il tempo delle pulizie, però. Quando, nel periodo che anticipò le feste natalizie, mi ritrovai tra le mani il Grande Catalogo in allegato gratuito Topolino Giocattoli Standa nulla per me fu più lo stesso: tolte le prime quattro pagine con Cicciobello angelo negro, pupazzi a gambe aperte che pisciavano e utensili da cucina rigorosamente rosa che promettevano di far diventare le malcapitate bambine future abili massaie, tutto il resto apparteneva a un mondo magico che non avevo mai osato nemmeno supporre. I trenini Lima, le piste Polistil, il mondo Playmobil. Ma la Arcofalc, soprattutto, mi scosse l’esistenza con il flipper di Stardrake, uno che dalla faccia doveva essere sicuramente parente prossimo di Goldrake. Dovevo avere il flipper di Stardrake, non parlavo altro che del flipper di Stardrake. Mia madre mi spiegò più volte che non lo si poteva acquistare; forse l’anno venturo. O per il mio compleanno a marzo, anzi, sicuramente per il mio compleanno.

Ma quella era un’ingiustizia troppo grande e non volevo subirla, fu così che le urlai in maniera convinta “io ti odio”.

Poi non lo so cosa successe, ma un pomeriggio di qualche settimana dopo la signora Mary quando venne ad aprirci al solito orario ci guardò con un’occhiata ferina stringendo alla sua coscia il caro Freddy; gli teneva il palmo appoggiato sul viso come a proteggerlo da noi, quasi ritenendo che potessimo aggredirlo da un momento all’altro. Stavamo per entrare, ma quella ci bloccò fuori con un gesto della mano aperta. Urlò con voce stridula a mia madre di non azzardarsi a fare un passo in più, anzi, di sparire per sempre, ché non voleva certo una ladra per la casa. La accusò del furto di una collana, non una qualunque, ma la famosa collana di famiglia a doppio filo di perle, e che ringraziasse qualche dio se non la denunciava ai carabinieri, ma non voleva certo avermi sulla coscienza “povera creatura” anche se, come minimo, con una famiglia sfasciata come la mia sarei cresciuto un criminale o, se tutto andava bene, un drogato.

Mamma non disse una parola e mi trascinò giù per le scale; mi infilò il berretto di lana, la sciarpa e solo quando arrivammo accanto alla fermata dell’autobus pianse. Dopo qualche giorno, alla vigilia di Natale, io trovai il mio flipper di Stardrake sotto l’albero. Mia madre andò alla messa di mezzanotte con al collo una collana di perle. Ma a un filo soltanto.

 

SINOSSI:
Una cella del carcere di Reggio Calabria madida di odori degli altri, di assuefazioni oniriche quanto reali, di speranze interrotte, diventa il prolungamento naturale della vita apatica di Never. Come flashback si accedono schegge del suo passato: in una città dalla bellezza dolente si avvicendano la rapina alle poste, l’incontro con Angela, il piano organizzato con il complice, la sua solitudine di bambino responsabile cresciuto all’ombra di genitori che bastavano a se stessi. L’amore di Angela, l’umanità di Lello il secondino e l’amicizia del detenuto Bee Gees potrebbero scardinargli il cuore. Un romanzo che altera la visione ordinaria delle cose e restituisce preziose briciole di speranza.

Il romanzo è acquistabile a questo link: https://www.amazon.it/Non-questa-volta-Katia-Colica/dp/8832828960

 

© Katia Colica, 2020

 


 

 

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