Come Zoff

Ph. Nini Kvaratskhelia

Sembravano due falene che giravano attorno al fuoco della candela, una più grande, l’altra minuscola, traballante.

Si bruceranno, si brucerà, succederà qualcosa di brutto prima o poi a quella povera piccola – povera piccola – povera creatura delle tenebre, del buio, della notte più nera del nero.

Sbarre Centrali è un budello, la via migliore per quella passeggiata che dava inizio al tramonto. La madre, avanti, teneva sempre qualcosa stretta nel pugno che portava alla bocca e masticava. Aveva già i capelli ingrigiti, corti, tagliati da sé a forza di forbici spuntate. Si girava a guardare la bambina, a poco meno di tre metri, vestita con la solita minigonna elasticizzata bordeaux da cui qualche filo sfrangiato penzolava giù. La piccola aveva già imparato a rispettare quella distanza misurata e utile, aveva imparato a camminare sui tacchi dai suoi dieci anni, a guardare gli uomini che le passavano accanto con la macchina sfiorandola in una specie di carezza metallica e smaniosa. A dipingere il viso con trucchi da bancarella. Aveva già capito anche come sarebbe andata.

Avevamo la stessa età, io giocavo soltanto a pallone, tenevo i capelli corti e da grande volevo fare il portiere, come Zoff. Ci incrociavamo per la via, non sorridevamo mai, né io né lei. Motivi nostri. Ci guardavamo però, sempre senza sorridere, per annusarci le vite a vicenda. Ma non ne capivo granché della sua, lei di me non so. Forse meglio; forse di più.
La cosa che ricordo bene sono i maschi e i loro riti: mi incuriosiva quella danza tribale attorno alla madre per avere la figlia, quel patto sporco e suadente da firmare col sudore untuoso, quelle manovre ripetitive e senza traccia di pudore. Ricordo quei metri di distanza tra loro due come uno spazio contrattuale, i parametri esatti per non confondere le cose e i ruoli. Tre metri per proteggere, tre metri per svendere.

Tre metri vetrina.

La fame, però, le legava con un filo invisibile di miseria, le teneva assieme dentro un equilibrio precario e fragile dilatato di disperazione. La cosa che ricordo meno è lo sguardo di sua madre, cerco di fissarlo ma scivola dalla mia mente veloce, come una serpe che torna nella propria tana.

Non credevo di essere capace a guardarle ancora. Invece le vedo. La donna bruna, appesantita, può sembrare vestita uguale a lei bambina; verosimilmente o almeno così mi pare. Minigonna elastica, tacchi, rossetto, ombretto, matita nera dentro la riga degli occhi a marcare lo sguardo e gli anni.

Alla fine non sei riuscita a fare il portiere, come Zoff, dice, sempre senza sorridere. Così tanto senza sorridere che sembra non abbia mai imparato in questi decenni.
Il rumore dell’asfalto sotto i suoi tacchi a spillo e capisco che si avvia, ma ora è lei a camminare avanti, è lei a girarsi indietro per aspettare quella donna sempre uguale, sempre vecchia. Rispettando i soliti tre metri di distanza tra di loro, dentro cui ci sta un tempo immobile, ma gonfio di storie imbrattate che si dicono.

Che non dirò.

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