Mal-dicenti

Io e Max avevamo ideato una serie di riti durante i nostri vent’anni insieme da concubini illegittimi figli di Satana non sposati, tutti deliziosi, che contribuivano a scandire quelle giornate passate insieme e dare
un ritmo alla nostra reciproca compagnia.
Io scrivevo a tempo pieno e lui era il mio correttore di bozze nei tempi morti del vile lavoro col quale pagavamo le bollette, io vaneggiavo e lui produceva, tutto ciò nella stanza di casa che fungeva da studio.
Se fosse un film lo chiameremmo “Un ufficio per due”.
Il rito del mattino consisteva in un bagno di popolo nella caffetteria sotto casa, che non vuol dire “vicino casa” ma proprio al piano terra del nostro palazzo. In effetti avevamo scelto quell’appartamento proprio perché ci permetteva di pregustare le gioie di un espresso eccezionale già dai primi effluvi che si introducevano in casa quando aprivamo le finestre, poi alle sette arrivavano i cornetti appena sfornati che non mi concedevo di mangiare ma assorbirne qualche particella attraverso il naso non mi spaventava più di tanto e alla fine, dopo una primissima colazione consumata in casa, ci preparavamo a dovere, come se avessimo dovuto prendere una ventiquattrore e partire per una trasferta a Madrid e andavamo a prendere il caffè.
Il nostro tavolo preferito era il più ambito: centralissimo e addossato alla vetrata. Eravamo come Barbie e Ken in vetrina nel periodo delle feste, potevamo osservare la fauna locale muoversi all’esterno, in cattività, in una piazza centrale nella quale era possibile parcheggiare, vicino a scuole e supermercati: ci
ritrovavamo in un safari, Max era Briatore e io Cita.
Avevamo studiato attentamente giornate e orari e stilato un programma perfetto al quale ci dovevamo attenere scrupolosamente al fine di ottenere quel tavolo: lunedì si scende presto che la gente fatica a svegliarsi, mercoledì facciamo mezza mattinata che ci sono i professori delle prime ore alle otto, “tutti insieme rumorosamente” come una scolaresca in Autogrill, meglio lasciarli sfogare, affàcciati alla finestra e vedi se c’è la macchina dei carabinieri, quelli si danno appuntamento in quindici e occupano tutto, vedi se ha già scaricato il furgone del latte che ogni volta tiene occupati tutti per sistemare due casse…
Benché, per essere onesti, anche lo scarico del latte può dare soddisfazioni, soprattutto quando innesca interessanti simposi fra i clienti sulle qualità del latte e invettive contro gli esseri umani che sono gli unici animali che bevono quello di altre razze.
«Buongiorno, gradirei un caffè schiumato, donna caucasica, litorale laziale, invecchiato venticinque anni. Il seno intendo, non il latte.»
Max avrebbe amato inserirsi così in quelle straordinarie pièce teatrali ma si limitava a dare sfogo al proprio talento solo con me.
Quella mattina avevamo schivato una comitiva di turisti stranieri e ci eravamo impossessati del nostro tavolo vip in tempo per assistere all’ostensione degli abiti da cerimonia dell’uscita dalla messa delle
comunioni, che detta così sembra un evento storico accaduto durante il fascismo, tipo “la consegna delle fedi nuziali”, bei tempi davvero.
«Questa cosa sta diventando impegnativa Max, sono sfinita dalla corsa al tavolo, dobbiamo inventarci un sistema per istituire una sorta di prelazione.»
«Io punterei più su un’usucapione ciccia, ti sacrifichi per un po’ di tempo, non ti alzi mai dalla sedia, neanche dopo la chiusura del bar, stendi un po’ di terreno, semini il grano, ci metti due pecore e dopo
un paio d’anni vai a Forum e il tavolino ti verrà assegnato d’ufficio. So che funziona così.»
«Se scrivessi il grande romanzo americano mi metterebbero la targhetta col nome e transennerebbero l’area per me.»
«Poteva funzionare solo per Harry Quebert e giusto perché nella serie tv ha il volto di Dempsey. Nella realtà, se, anzi, quando scriverai il grande romanzo americano, dovrai aspettare di morire per ottenere questo tavolo, che naturalmente passerà in eredità a me. Consumerò meravigliose tisane per la prostata pensando a quanto ti amavo, sorseggerò il nettare salvifico alzando il mignolo e tornando col pensiero a quanto apprezzavi i miei modi aristocratici, anche se probabilmente mi sfuggirà il tuo nome, ciccia.»
Intanto sorseggiavo molto lentamente il caffè e mi chiedevo come mai una specie di giovane megera, infiocchettata da gran soirée, si fosse posizionata di fronte al nostro tavolo e mi fissasse con
fastidiosa insistenza. Sapete come funziona, inizi sparando le cartucce più blande sperando siano sufficienti a scoraggiare l’antagonista, butti un’occhiata come per dire “mi sono accorta che mi stai squadrando, sei stato scoperto” e distogli lo sguardo per significare “ti concedo due minuti poi torno a vedere se stai ancora sul prato di casa mia”.
Intanto Max stava stilando la classifica dei colori più improvvidi dei vestiti da cerimonia che ci sfilavano davanti, «Ma ti puoi mettere un vestito porpora in chiesa? Non è come usurpare l’outfit del sacerdote? Come quando due donne si incontrano a una festa e scoprono di essere vestite in modo simile, come si dice? Quando la donna con il fucile incontra la donna con la pistola, la donna con la pistola è
costretta a tornare a casa a cambiarsi, mi pare.»
«Beh ma il porpora è usato per la Quaresima quindi il sacerdote non si troverà vestito come la signora in questione, no?»
«Ma quale signora, questo è un uomo, ciccia, mi pare Elton John!»
Ero imperdonabilmente distratta, persa nella mia guerra contro la signorina Ficcanaso che continuava a guardarmi, mi stavo perdendo tutto, la sfilata, le signore che barcollavano su tacchi monumentali
eludendo magistralmente diverse leggi della fisica, i bambini fuori controllo che si organizzavano in orde barbariche, le acconciature a più piani che per tirarle su servono i permessi dell’architetto del comune di residenza.
Mi stavo perdendo il Natale.
Allora, la signorina se ne stava strizzata in un abito da cerimonia stile Maria Antonietta alla corte di Francia, di una tonalità leggermente diversa da quella delle scarpe, ah cara la mia duchessa de Polignac che stamattina ti sei vestita in penombra e adesso nessuno ti fa notare che la mamma ha sempre ragione quando ci insegna che non si abbinano mai accessori dello stesso colore del vestito, perché per quanto sembrino perfettamente intonati, non lo saranno mai.
Non c’erano dubbi, mi fissava.
Parlava con un valletto assiso mollemente su uno sgabello e mi guardava con un’insistenza plateale.
«Ciccia, ho un problema, credo di aver appena identificato una piccola massa dall’apparente consistenza melmosa sul vetro e giurerei che si trova proprio all’altezza di quel piccolo paggio vestito da Mago Zurlì con i capelli tranciati in stile calciatore. Ora, non sono riuscito a identificare il lato sul quale si posa la sostanza, nel dubbio ti suggerisco di allontanare leggermente la sedia dalla vetrata.»
«Di colore è?»
«Direi ambrata.»
«Bene, almeno possiamo escludere il cimurro.»
La Fissatrice mi puntava ancora, aveva persino girato mezzo busto, tanto da sembrare una matrioska che era stata chiusa male, con le scarpe scompagnate (sì, le scarpe erano scompagnate e glielo rinfaccerò fino alla fine del racconto se per voi va bene) rivolte verso il bancone e quell’espressione indagatrice rivolta verso me.
Poteva essere una via di mezzo tra Melania Trump che ti guarda sempre con aria disgustata, non perché lo sia davvero ma perché soffre di miopia e non riesce a metterti a fuoco, e Il ragazzo morso da
un ramarro di Caravaggio.
Una volta ho letto il post di una mia cara amica scrittrice che diceva “Non sono permalosa, sono suscettibile. È diverso.” Io sono suscettibile, ho dei maledetti chili di troppo che cerco di insaccare
nel nero di ampie magliette senza forma e jeans dal taglio discreto. Non dico che ho le ossa grosse e neanche che è colpa della ritenzione, anche se c’è un fondo di verità in entrambe le affermazioni, ma è pur vero che non mangio eccessivamente, al limite eccedo nell’aperitivo col vino di qualità e nell’amore per la birra, come tutti gli scrittori che si rispettino. Non sono in grado di perdere peso e ciò mi rende sensibile alle occhiate di scherno delle Fissatrici, quindi poi mi tocca entrare in guerra, dire cose gradevoli
ad alta voce, scrivere un racconto-invettiva o mettermi a ululare “All by myself”, inno delle sfigate di tutto il mondo. Sono un’anima fragile. Io.
«Insomma, oggi lasci a me tutto il lavoro ciccia? Non ho abbastanza occhi per giudicare tutti questi vestiti da cerimonia, non riesco a commentare tutto da solo, il loggione del Muppet Show non ha senso con un solo pupazzo. Su cosa stai concentrando tutta la tua attenzione? Voglio partecipare», mi chiese Max con una certa reoccupazione.
«La megera al bancone, quella con le scarpe dello stesso colore del vestito ma di una tonalità diversa.» come dicevo, non lascerò passare impunemente la questione.
«Oh, sì, la signorina Fitzherbert, che tenerezza.»
«Chi? La conosciamo?»
«Ma scherzi? La signorina Fitzherbert, come il signor Fissatette di Briget Jones, sveglia ciccia! È da quando è entrata che non se ne fa una ragione.»
«Cioè mi fisserebbe le tette?»
«E direi, ciccia! Non vedi che le sue le ha lasciate a casa sul comodino stamattina? Ho visto operai in cantiere con ghiandole mammarie più evidenti. Già che ci sei tu stai tutta protesa sul tavolo e le appoggi come fossero neonati, tra poco la Fissatette tenterà di suicidarsi buttandosi giù da quei tacchi.»
Effettivamente, nel tentativo di opporre resistenza passiva a quello sguardo insistente mi ero sporta sul tavolo come dovessi sganciare l’atomica, dunque, decisi di ricompormi e di tornare seduta come
una bambina educata.
Impettita, direi.
«Scusa ciccia, come funziona la questione del colore delle scarpe?»

©Ale Ortica

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