L’essere è oscuro

L’essere è oscuro, se non coincide con l’apparenza

All’inizio del secondo atto de Il Gabbiano, “all’ombra di un vecchio tiglio, siedono su una panchina l’Arkadina, Dorn e Masha”:

Arkadina (a Masha): Su, alziamoci. (Si alzano entrambe). Mettiamoci l’una accanto all’altra. Tu hai ventidue anni, ed io quasi il doppio. Evgenij Sergeevic, chi di noi sembra più giovane?

Dorn: Lei, naturalmente.

Arkadina: Ecco… E perché? Perché io lavoro, io sento, io sono in un continuo trambusto, mentre tu te ne stai sempre nello stesso luogo, non vivi.

Arkadina vuole fermare il tempo, questa è la sua ossessione. Nel gioco delle età a confronto il tempo è il referente principale che determina l’essenza dell’essere, che nel caso di Arkadina è mimetico dell’apparire: si è ciò che si sembra. E la sembianza è non altro che l’accumulo dei segni del tempo sul corpo. Il tempo rivela, o cela, la finzione dell’essere. Per Henri Bergson il corpo è “un confine tra futuro e passato che avanza sempre.” Il corpo integra l’azione passata ed è rivolto in avanti. Arkadina al contrario però non riesce a rivolgersi in avanti, il suo corpo si protende all’indietro, evita disperatamente di rivolgersi al futuro:

Arkadina: […] Ed ho una regola: non guardare al futuro. Io non penso mai né alla vecchiaia né alla morte. Quel che deve accadere non si può evitarlo.

La regola quasi monastica di Arkadina impone di rifuggire la natura, e il suo télos, ovvero lo scopo ultimo di tutte le vite, “compiere il malinconico ciclo”. L’idea del tempo che passa cominciò a farsi strada quando i nostri lontani antenati si resero conto che l’invecchiamento e la morte erano l’inevitabile destino delle creature della loro specie. Soltanto teoricamente Arkadina accetta l’inevitabilità del télos che la proietta inesorabilmente verso la morte, ma i suoi atteggiamenti nel presente cercano di riportare indietro un passato mitico, che la donna vorrebbe cristallizzato nell’immagine della sua giovinezza remota. Ma “il piacere della vita, invece, proprio in questo consiste, in un continuo grande fluire” – ci dice Platone – il piacere è un “padroneggiare il flusso del tempo” possibile solo quando il futuro fluisce direttamente dagli atteggiamenti del presente. Perciò Arkadina è infelice, come una sorta di Faust in gonnella, l’attrice ha venduto l’anima al mefistofelico teatro delle finzioni, quello delle “vecchie forme”, dove si può sembrare più giovani, anche a discapito dell’ineluttabile scorrere del tempo:

Arkadina: Eccomi dinanzi a voi – come un pulcino. Potrei fare la parte di una ragazza di quindici anni.

Ma “l’essere è oscuro, se non coincide con l’apparenza; l’apparenza è inconsistente, se non coincide con l’essere” – leggiamo negli Scritti incerti di Gorgia. La non coincidenza tra la maschera e il volto crea un mostro. Arkadina è soggetta come tutti gli esseri viventi all’usura del tempo va decomponendosi, quasi svuotandosi dall’interno, per via entropica, fino all’esaurimento e alla dissoluzione finale, ma vuole nascondere questo ineluttabile processo con una maschera immobile, mostruosa come Faust agli occhi dell’anziana Margherita. Ma per quanto Arkadina si dichiari indifferente alla vecchiaia e alla morte, ha la consapevolezza che “ciò che deve accadere non si può evitarlo”. Un destino fuori del controllo delle azioni umane governa le vite dei mortali, come nella tragedia greca e allora, come dice Giocasta nell’Edipo Re di Sofocle, “molto meglio vivere così, alla ventura”. Arkadina sa che l’unico controllo sul tempo è l’astensione dal pensiero del tempo, ma ogni azione di contrasto non può che catapultarla inesorabilmente nell’idea del tempo che scorre, in un inestricabile labirinto di finzioni, dove Arkadina fugge senza vedere la via d’uscita, anche perché la via d’uscita non può che essere la buia tomba. Al contrario, la giovane Masha si sente totalmente avvinta dal télos, dal ciclo della natura che procede inesorabile:

Masha: Ed io invece ho la sensazione di essere nata da lunghissimo tempo; io trascino la mia vita, come un interminabile strascico… E spesso non ho alcuna voglia di vivere. […]

Se Arkadina rappresenta la fuga dal tempo, Masha è la persecuzione del tempo. La sua percezione della temporalità è distorta come quella di Arkadina, ma al contrario lei sente il peso del tempo che scorre. Il télos si configura come immagine del tempo uniforme, la cui caratteristica fondante è la continuità, “un interminabile strascico”. La regolarità del ciclo – nulla può accadere che non sia già accaduto, e per altro verso, nulla accade se non conformandosi al già accaduto – induce Masha ad abbandonare ogni desiderio di essere, esausta sotto il peso di uno “strascico” è sempre identico, di un continuo ritorno di forme note e compiute. Il tempo per Masha è irreversibile, mentre Arkadina cerca di forzare l’irreversibilità del télos, con l’apparenza non considerando che, secondo la famosa definizione di Aristotele “il tempo di per sé è piuttosto causa di corruzione: infatti esso è il numero del movimento, e il movimento pone fuori di sé ciò che è in sé”. Entrambe le donne vivono la corruzione del tempo, subiscono “il movimento che pone fuori di sé”: Arkadina si nasconde dietro una maschera, Masha si stordisce con la vodka e il tabacco. Entrambe usano il verbo “sembrare”, ma mentre l’attrice la sembianza si materializza nell’aspetto del corpo, per la figlia del fattore la sembianza è una distorsione della percezione del tempo: “ho la sensazione di essere nata da lungo tempo”.

©Matteo Tarasco

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