La vita come ci appare nei sogni

Image: Serna

Nina: Nella tua commedia è difficile recitare. Non ci sono figure vive.
Treplev: Bisogna rappresentare la vita non com’è e non come deve essere, ma come ci appare nei sogni.

Le parole di Treplev sembrano una trasposizione delle dichiarazioni tratte dai primi simbolisti: non più “la vita com’è” dei drammi naturalistici; non più la vita come dovrebbe essere dei drammi ideologico-didattici; ma la vita come scorre nelle profondità dell’anima, “come ci appare nei sogni”.
Per ironia della sorte l’insuccesso del dramma di Treplev, denigrato da Arkadina – rappresentante di un teatro convenzionale, che lo definirà “un delirio decadente” – diventa il simbolo del fiasco de Il gabbiano di Cechov al suo debutto.
Il 17 ottobre 1896 a San Pietroburgo il pubblico reagisce come se assistesse ad una commedia d’avanguardia, decadente: qualcuno dalla platea gridò: “È di Maeterlinck!” Proprio quel Maurice Maeterlinck, drammaturgo belga coevo, di cui Cechov raccomandava la messa in scena all’amico Suvorin: “perché non provate a mettere in scena Maeterlinck nel vostro teatro? Se io ne fossi direttore, nel giro di due anni lo renderei decadente o cercherei di renderlo tale”.

Appare evidente la sottile ironia di Cechov che, pur non amando lo stile di Maeterlinck, ne consigliava la messa in scena, fonte di sicuri introiti per il teatro dell’amico, giacché il simbolismo era di gran moda nei circoli culturali della capitale russa. Il rapporto con Maeterlinck è ambiguo. Cechov sembra affascinato dallo stile simbolista dell’autore belga, come si può intuire da un’altra lettera a Suvorin del luglio 1897: “sto leggendo Maeterlinck. Ho già letto Les Aveugles, L’intruse, leggo adesso Aglavaine et Sélysette. Cose strane, bislacche, ma fanno un’enorme impressione, e, se avessi un teatro, metterei in scena senz’altro Les Aveugles”. Un testo di Maeterlinck è presente dal 26 maggio del 1895 sulla scrivania di Cechov a Melichovo: nelle settimane in cui scrive Il gabbiano, Cechov legge Maeterlinck, o lo ha letto da poco.

Ma i simbolisti di fine Ottocento, e con loro Treplev, non hanno inventato nulla che William Shakespeare non avesse già intuito e codificato. L’idea di rappresentare la vita come ci appare nei sogni è mutuata da Amleto, il quale fa rappresentare l’Assassinio di Gonzago così come gli è apparso in sogno, nella visione dello spettro. Notate che anche Amleto – come Treplev – è autore della commedia rappresentata, ci “ficca dentro una dozzina di righe.” Il lungo viaggio onirico di Amleto fa tappa sulle rive brumose di un lago russo che si affaccia su un secolo nuovo: il secolo breve in cui vita e sogno spesso prenderanno le sembianze dell’incubo più cupo.

©Matteo Tarasco

Condividi: