Intervista a Lucien Moreau

Lucien Moreau è una delle personalità più eclettiche e geniali del nostro panorama artistico. E a renderlo tale non è tanto il campo d’azione che spazia dalla musica al cinema passando dalle arti grafiche al teatro, ma la capacità di cogliere l’essenza delle cose e raccontarle. Capacità che varia a seconda dei progetti
ma rimane intatta la grande sensibilità umana e artistica. Inoltre, essendo state cancellate dalla rete tutte le mie recensioni, ritengo giusto restituire pian piano agli artisti la loro visibilità e a me stesso il lavoro che ho loro dedicato. Un ultimo motivo, questo decisamente più intrigante, è creare l’attesa per quella che sarà la seconda parte di questa intervista che riguarderà gli ultimi lavori dell’artista.

Domanda scontatissima la prima: il prodotto artistico racconta molto dell’artista ma tu,
dovendoti presentare al nostro pubblico, come ti definiresti?

Domanda tutt’altro che scontata, ti assicuro. Definire e definirsi non è mai stato il mio forte. Ho
sempre avuto difficoltà con il concetto di “identità”, che infatti tento di sondare attraverso il
medium artistico. Se dovessi scegliere una parola per definirmi, sarebbe questa: nullo. Con questo
credo di confessare una forma di assenza, più che di presenza. Assenza da una forma d’arte
specifica per dare forma ad un concetto unitario. Musica, scrittura, cinema, grafica, teatro – tutte
le forme d’arte – parlano la stessa lingua, in definitiva. Cambia il medium ma l’importante è
sempre il messaggio, e su questo cerco di concentrarmi. C’è un estremo bisogno di contenuto,
nell’epoca dei contenuti “facili”, usa e getta, istantaneamente consumati. Ritengo però che questo
contenuto non debba brillare di presenza (nell’epoca in cui tutto tenta disperatamente di essere
presente), bensì di assenza. Cercare la nicchia, il sottotono, l’interstizio, distanziarsi dal frastuono.
Per tornare alla tua domanda, l’artista che tento di essere è quello che fa della propria vita
un’opera d’arte, in ogni istante, ad ogni passo, immerso nel flusso del proprio ‘hic et nunc’, con le
orecchie tese, in costante ascolto.

Iniziamo con la musica. Il tuo ultimo lavoro discografico è Digital Shaman, cosa ha ispirato
l’album e come nasce una tua composizione?

Digital Shaman è nato da un percorso di ricerca in vari ambiti, come quasi tutte le mie
composizioni. “L’artista è uno sciamano”, disse Jim Morrison, abituato com’era
all’attraversamento delle ‘porte della percezione’. E questo è tutto quello che c’è da dire, non
altro. Digital Shaman, come suggerito dall’accostamento delle due parole che formano il titolo, tenta di avvicinare il contemporaneo e l’antico, di unire ciò che potrebbe sembrare separato.
L’artista è lo sciamano dell’era digitale, viaggiatore solitario di una terra di frontiera, ricevitore di
un’ispirazione senza tempo. Ho cercato di mettere in musica questo concetto, di formulare un
percorso sonoro che faccia uso di strumenti orchestrali analogici e strumenti digitali organici. Un
dialogo tra entità sensoriali che in me producono suggestioni visive, tattili, olfattive. Le mie
composizioni nascono dal desiderio di fissare un ricordo mai vissuto, che può essere un luogo, un
dettaglio, un concetto. Il suono è capace di raggiungere il nostro fulcro interiore più di ogni altro
mezzo, e attraversarlo per depositarvi un “racconto”, di cui diveniamo custodi. Le mie
composizioni nascono da una tabula rasa e da una totale apertura (o arresa) ad ogni forma di
sperimentazione. Poi subentra l’aggregazione modulare di elementi sonori, facendo uso dei più
disparati mezzi, dalla registrazione di strumenti inusuali (nell’album sono presenti coperchi,
tazzine, spie, elettrodomestici, l’interferenza magnetica di un vecchio interfono) a quella di
strumenti più classici ma usati in maniera non tradizionale (qui sono presenti archi, ottoni,
pianoforte, una sezione per me molto significativa di flauti), per poi approdare all’uso di strutture
musicali generative, che sfruttano le dinamiche dei sistemi emergenti. Preferisco la parola
‘aggregazione’ alla parola ‘composizione’. Non conosco la scrittura musicale, in termini di
partitura, perciò non posso definirmi un compositore. Ho studiato architettura, tra le altre cose, e
tento di mettere in pratica il concetto di “tensegrità” ideato da Richard Buckminster Fuller.

Il brano che amo di più è Le Torri del Silenzio. Ci racconti questo brano? E mi piacerebbe anche ci
regalassi due immagini del silenzio, una positiva e una negativa.

Le Torri del Silenzio è nato, letteralmente, all’interno di un centro commerciale di periferia,
durante un viaggio a Varsavia. Il continuo suono ascendente e discendente che accompagna il
brano proveniva dai lettori di codici a barre disseminati tra gli scaffali. Era percepibile ovunque, nel
silenzio dello stabile deserto, ne pervadeva gli spazi. È entrato in me, raccontandomi la storia di un
luogo sperduto, dedicato alla meditazione, al significato più intimo di nascita e morte, un luogo
che gli eremiti raggiungono per cercare risposte a quesiti ancestrali. A questo suono ho associato
una vibrazione di fondo, un canto votivo e di lì a poco è nato Le Torri del Silenzio. All’interno di
questo brano è contenuta anche una storia segreta, un “easter egg”: un susseguirsi di note per
Glockenspiel che appartiene ad un progetto più ampio, multimediale, sul quale sto ancora
lavorando e che vedrà la luce tra qualche anno. Ma torniamo alla tua domanda. Per me proprio
questo è il silenzio: il motivo elettronico dei lettori di codici a barre che riempiono l’atmosfera diun supermercato dimenticato, ovvero la luce che splende negli angoli più remoti, quando meno te
l’aspetti. Né positivo, né negativo, ma unicamente segno di una sfida: l’ascolto del presente, nella
sua totalità.

Qual è il brano di quest’album a cui sei più legato e quale consiglieresti di ascoltare, pescando
nella tua discografia, a chi si avvicina per la prima volta alla tua musica?

Coincidenza vuole che uno dei miei brani preferiti, per quanto riguarda Digital Shaman, sia proprio
Le Torri del Silenzio. In alternativa, ogni volta che ascolto Purple Sunset riemerge in me la
sensazione di un luogo sognante legato alla mia infanzia, eppure diverso da esso, trasfigurato. Il
viaggio. Un’estate senza confini. Lo splendore di un tramonto precoce. La promessa di un tempo
fuori dal tempo. La voce del sole che parla alle ombre della notte. Il momento prima di ciò che
deve accadere. Seguendo la dicotomia analogico/digitale vorrei consigliare due brani, se mi è
concesso. Per gli amanti della musica classica contemporanea consiglierei l’ascolto di
Immanuelkerk (parte prima e parte seconda), dal mio album XO, concerto in due movimenti per
violino e orchestra. Per gli amanti dell’elettronica dai toni synthwave consiglierei invece The
Shimmer, dal mio recente album Opaline Dreams, che fa largo uso di arpeggiatori e sintetizzatori.
In ultimo, sono particolarmente legato anche al brano Summerland, brano dalla spiccata
dimensione ambient e cuore pulsante di Plateau, un album dalla natura particolare, fluttuante,
nato durante gli anni della pandemia.

Condividi con Gianni Venturi il progetto Moloch. Hai disegnato le copertine, hai disegnato le
atmosfere distopiche che ruotano attorno a testi apocalittici, che non posso più definire
distopici visti i tempi. Ho parlato con Gianni e so che state già lavorando ad un terzo album, che
mi aspetto molto intenso. La domanda però è su una mia percezione. Io in Moloch vedo macerie
ma percepisco anche un amore smisurato. Cosa ne pensi?

Moloch è proprio questo. Macerie. Amore smisurato. L’amore che nasce dalle macerie. La
trasmutazione dell’amarezza in poesia. Il canto della rivolta. Moloch è nato, forse in maniera
profetica, per raccontare i rischi di un mondo distopico. Ma, nel frattempo, la realtà ha superato
l’immaginazione. Ora ci troviamo esattamente in quel mondo. E proprio per questo Moloch ha
subito una battuta d’arresto, dopo il secondo album Il Vangelo di Moloch. Avevamo bisogno di
ritrovare il fulcro del racconto, di riorganizzare i pensieri, di radunare le idee. Da questa
riorganizzazione d’intenti sta nascendo il nostro terzo album. Gianni Venturi è un profondo Artista,capace di tradurre in poesia gli stati inquieti dell’universo, capace di una forza dirompente e di una
gentilezza assoluta. Un giorno ci siamo sentiti al telefono, dopo innumerevoli tentativi di metterci
in contatto l’uno con l’altro. Io ero immerso in chissà quale universo, distante da tutto, anche da
me stesso. Lui era disperso nei tortuosi meandri della poesia e nei suoi proverbiali stati ansiosi. Io
impegnato a campionare la voce di una lavatrice, lui impegnato a coltivare parole nel campo
nebbioso dietro casa. Ci siamo sentiti. E ci siamo detti: c’è bisogno di Moloch. Deve tornare. È ora
di rimettersi al lavoro. Forse per dare una svolta utopica a ciò che prima era pura distopia. Eppure,
le due cose vanno a braccetto. Utopia e distopia. Questo è ciò che stiamo indagando. Ci siamo
sentiti un po’ come i Blues Brothers nel film di John Landis: rimettere in sesto la band, in missione
‘per conto di Dio’. Il terzo album sarà molto intenso, c’è molto di cui parlare. E non mi riferisco
solo alla pandemia, naturalmente.

E visto che ho accennato al tema dell’amore, tu hai realizzato i due video di un altro progetto di
Gianni Venturi, ovvero, Alice & Peter. Entrambi i video sono molto evocativi e mi danno lo
spunto per chiederti della tua attività di regista e, soprattutto, qual è la filosofia che ti anima.

Come detto in precedenza, l’energia che anima tutte le forme d’arte alle quali mi dedico è la
medesima. Il processo creativo rimane lo stesso, con le dovute declinazioni. È sempre un piacere
potersi dedicare a progetti dove la libertà creativa è assoluta. È una condizione fondamentale, che
trasmette integrità al risultato finale, che si tratti di un video musicale o di una illustrazione
grafica, una condizione che troppo spesso viene messa in secondo piano. Cerco sempre di
affrontare la realizzazione di ogni video come una sfida, con me stesso e con lo spettatore. Alzare
“l’asticella”, ogni volta di più, concettualmente. Non ho mai ambito a grandi mezzi di produzione, il
contenuto è quello che conta, il linguaggio è tutto. “Less is more”, per citare Ludwig Mies Van Der
Rohe. Sebbene le arti visive siano sopravvalutate. E lo sostengo in forma volutamente
provocatoria. Tutto è fin troppo visivo, al giorno d’oggi, con il rischio di mettere in ombra altre
forme di sensorialità. A volte c’è bisogno di ascoltare senza guardare. O di tendere verso la
trascendenza dei sensi, alla ricerca di una forma di sinestesia. La visione è facilmente ingannabile,
ma la sensibilità risiede altrove, nell’agorà dove gli stimoli dialogano tra loro alla pari e si
confondono in una matassa irrisolvibile.

Purtroppo lo spazio è tiranno quanto il tempo e siamo all’ultima domanda. Abbiamo parlato di
musica e regia, ma non c’è solo questo tra le tue attività. Raccontaci il Moreau che meno
conosco, magari condividendo o segnalando qualcosa che posso / possiamo reperire in rete.

Per tentare di risponderti vorrei ricongiungermi a quella parola con cui mi sono definito nella tua
prima domanda: nullo. È una parola importante per la mia filosofia di vita e proviene da una
straordinaria esperienza performativa, maturata nel tempo. Risale al 2015, quando io e il mio caro
amico artista Giacomo Marighelli, dopo alcune live performance in forma di ‘happening’ intitolate
“Mit Surprise Konzert” – che prevedevano teatro, musica, improvvisazione concettuale – e forti
dell’ispirazione tratta dal Movimento Panico di Fernando Arrabal, Alejandro Jodorowsky e Roland
Topor, abbiamo sentito la necessità di fondare il Movimento Nullo. Un movimento senza
movimento, a cui hanno aderito alcuni amici artisti, tra cui proprio Gianni Venturi. Ne abbiamo
scritto il manifesto e i precetti scegliendo di non renderli evidenti, perché un Nullo che si rispetti
deve per forza scomparire, allo scopo di apparire. Un gioco semantico, sullo stile di Borges.
Abbiamo inaugurato il Movimento tramite una straordinaria performance site specific, intitolata
“Effimero Nullo 01. Confessioni di un artista di merda”, con chiaro riferimento all’opera letteraria
di Philip K. Dick. La performance si svolgeva nell’arco di due giorni, ovvero 48 ore, senza
interruzioni, che fosse giorno oppure notte, in vetrina, all’interno della storica sala del Palazzo
della Racchetta di Ferrara. Eravamo noi due, io e Giacomo, immersi nel vuoto concettuale, ignari
l’un l’altro di ciò che avremmo realizzato sul pavimento foderato di carta della grande sala, legati
ad una serie di ‘regole’ che il gioco performativo ci imponeva. Ne è risultata un’opera in costante
divenire, che ha cambiato le nostre vite. Due scatole, due individui. Un luogo senza luogo, nel
quale abbiamo dato vita ad una grande installazione colorata, multidimensionale. Dormendo in
essa, intrecciando pittura, musica, letteratura, teatro, momenti di pura follia, meditazioni zen,
interagendo con il pubblico o con l’assenza di pubblico, per raggiungere uno stato di coscienza
alterato dall’ispirazione, perdendosi per poi ritrovarsi. Prima senza nome. Poi, vestiti di un’identità
rinnovata. In totale insindacabile libertà, lasciando al pubblico una disarmante confessione di
semplicità, o un enigma da comprendere. Purtroppo non è possibile trovare online molti
riferimenti a tutto ciò, se non alcuni articoli di giornale o testimonianze fotografiche. Con tutta
probabilità, da questa esperienza e dal Movimento Nullo (che tuttora esiste, senza per questo
esserci, senza lasciare tracce) è nata anche parte dell’ispirazione per Moloch. Il Movimento Nullo
parla di un vuoto concettuale che avvolge l’identità contemporanea. Un vuoto ideologico, talvolta
negativo, talvolta positivo. Potremmo riassumerlo con questa frase: “Dopo il Tutto, il Nulla”. Un po’ il ritratto della nostra epoca post-capitalista. Eppure, il Nulla è il terreno ideale dove può
germogliare un nuovo Tutto. Di ciò parlerà anche il terzo album di Moloch.

Grazie per il tempo che ci hai dedicato e… A presto.
Grazie infinite a te, carissimo Fortunato. E grazie a tutti coloro che si dedicheranno alla lettura di
questa intervista. A presto.

©Fortunato Mannino

https://www.facebook.com/eugenelucienmoreau

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