Il cielo in una stanza

Quando è nato mio figlio, mio padre era morto da due anni.
Mio figlio e mio padre non si sono incrociati in questo mondo. Ma forse in un altro sì.
Due settimane, ha impiegato mio padre a morire, dopo un incidente stradale che lo ha mandato in coma per un’emorragia al cervello. Due settimane di attesa, speranza, disperazione.
E due settimane ha impiegato mio figlio per venire davvero al mondo, dopo un cesareo d’urgenza al settimo mese di gravidanza appena iniziato. Due settimane anche lui in terapia intensiva.
Due settimane, in cui anche io sono morta e rinata mille volte.
La vita fa dei giri strani, ti stordisce, ti fa sentire cosa sia davvero la paura, ti distrugge per poi tornare indietro e farti rinascere.
Noi non lo sappiamo mai, dove finisce davvero la vita e neanche quando decide di ricominciare.
Non sappiamo quasi nulla in realtà, nemmeno dove cercare la forza per continuare. Eppure la troviamo.
Come madre di un figlio prematuro, nato a poco più di trenta settimane, quando ancora né io né
lui eravamo pronti, io l’ho dovuta trovare, brancolando nel buio, nel dolore che mi tagliava il corpo
in due e nella paura di non farcela.
Pesava poco più di un chilo, quando lo tirarono fuori dalla mia pancia troppo magra, lo vidi solo per qualche secondo prima che lo intubassero. Me lo appoggiarono addosso, vidi che era minuscolo, pensai che assomigliava ad un alieno, magrissimo, senza capelli, occhi giganti e incavati in una testa piccolissima. Vidi la sua mano che si alzava sul mio viso, le sue dita sottili si appoggiarono piano sulla mia bocca che tremava. Le baciai. E subito dopo lo portarono via.
Di quello che seguì nelle ventiquattrore successive, ricordo solo un gran dolore fisico.
Sdraiata sul letto in reparto, sentivo pulsare ad ogni respiro lo squarcio che mi attraversava il ventre, accanto a me un’altra neo madre più fortunata festeggiava il lieto evento coi parenti.
Io mi sforzavo di non gridare per il dolore, mi vergognavo, ma lo sentivo arrivare ad ondate, da dentro. Lo sentivo salire dalle viscere, fino ad arrivare in superficie ed esplodere con tutta la sua intensità. Pensai che era come se qualcuno mi stesse accoltellando sulla ferita, che immaginavo ancora aperta sulla mia carne. L’infermiera disse che erano le contrazioni dell’utero che si stava rimettendo a posto. Mia madre e mio marito non mi lasciavano un minuto, ma io urlavo, mi vergognavo, cercavo con gli occhi una culla che non c’era, cercavo mio figlio, mi domandavo se fosse ancora vivo.
Pensai che nascere è uno strappo. Per tutti.
La notte fu orribile: una cefalea, provocata dall’anestesia spinale, mi costringeva a stare completamente sdraiata, in preda ad un mal di testa disumano, la pancia era una voragine di dolore, il cuore era frantumato dalla paura.
Era tutto così sbagliato, era tutto così insensato. Perché proprio a me, pensavo e subito dopo davo la colpa alla mia stupida pancia da quarantenne, che non era riuscita a tenere dentro il bambino il tempo necessario.

Il giorno dopo, ancora non so come, mi alzai. E andai da lui.
Non fu come me lo ero immaginato, fu ancora più doloroso.
Entrai in Neonatologia in carrozzella, non riuscivo a camminare, dopo l’anticamera nella stanza della decontaminazione, indossai camice, mascherina, cuffia, calzari e adottai tutte le precauzioni indicate dal regolamento del reparto ed entrai in Tin, la stanza della terapia intensiva neonatale.
Sentivo il cuore esplodermi di continuo, l’ansia mi toglieva il respiro. La stanza era silenziosa a parte i bip delle macchine e il rumore dei respiratori. Vidi tante incubatrici, ma non ce la feci a guardare dentro, vidi altri genitori come noi, vidi solo i loro occhi sopra le mascherine. Mio marito mi portò fino alla nostra incubatrice.
Lui era lì, piccolo, scuro, intubato, pieno di fili. Magrissimo, troppo per un neonato. Per toccarlo avrei dovuto aprire dei piccoli oblò e infilarci le mani. Mi paralizzai, la paura e il dolore ebbero il sopravvento, non riuscivo a parlare né a respirare, ebbi una crisi di panico e mi portarono via.
Il nostro primo incontro e io non fui capace di toccarlo. Mi sentii la peggiore madre del mondo.
Ma avevo paura che morisse davanti ai miei occhi. E in quel momento volevo morire anche io.
Passò un’altra notte, mi calmai.
Signora, suo figlio è piccolo, ma ha il cuore forte, domani se tutto va bene togliamo il respiratore.
Il cuore forte… erano le stesse parole che, due anni prima, ci dissero i medici della rianimazione quando mio padre era in coma.
Papà ti prego, fai che viva, lascialo con me.
Mi sembrava di vivere in una dimensione sospesa.
E poi ci riprovai, questa volta sulle mie gambe.
Davanti all’incubatrice, guardai il suo viso per la prima volta, non era più intubato.
Che ne dici di prenderlo?
L’infermiera, gentile ma decisa come tutte lì dentro, mi disse di aprire la vestaglia davanti e con delicatezza infinta lo tirò fuori dall’incubatrice. Era ancora legato a tanti fili, tutto nudo, a parte un minuscolo pannolino.
Me lo appoggiò addosso, sentii la sua pelle sulla mia, i suoi piccoli palmi appoggiati sul mio petto,
pensai che sembrava un grosso geco. Abbassai piano lo sguardo su di lui, lui alzò il suo sguardo su di me. E mi vide. Mi trapassò il cuore con quegli occhi enormi, tirò un sospiro che non dimenticherò mai e riappoggiò la testa sul mio petto, finalmente ero da lui.
In quel momento smisi di tremare e non lo lasciai mai più.
Passarono così due settimane.
Giorni lunghissimi, pieni di angoscia ogni volta che lo lasciavo e di ansia quando rientravo. Ansia che si placava solo quando scorgevo la sua incubatrice ancora lì, con ancora lui dentro.
Perché in reparto c’erano altre madri come me, ognuna di noi lottava contro il destino, qualcuna vinceva, ma qualcun’altra no.
Ho visto bambini morire lì dentro, esserini di seicento grammi e anche meno, venuti al mondo nel momento sbagliato e che se ne sono andati via troppo presto, annientando i genitori e spezzando il cuore a tutte noi che eravamo ancora lì. Era una lotta, ogni giorno. Ed ogni giorno in più era una benedizione.

Finalmente non fu più in pericolo di vita e ci trasferirono nella terapia intermedia, con tante altre incubatrici, tante altre storie, tante altre madri come me.
Scoprii un mondo parallelo, che non conoscevo, il mondo dei bambini prematuri. Era un mondo fatto di sacrifici inimmaginabili e di sconfinato amore, c’erano madri che si trovavano lì da mesi.
Entravamo la mattina e andavamo via la sera, ogni bambino nuovo che arrivava dalla Tin era una gioia per tutte, ogni bambino che lasciava definitivamente il reparto e veniva mandato a casa sano e salvo era una vittoria per tutte.
Lì ho conosciuto la vera empatia e la sorellanza fra le donne. Anche se sapevamo poco l’una dell’altra, ci sentivamo legate, ci sentivamo le madri di tutti. L’obiettivo comune era farli crescere, farli aumentare di peso, ogni grammo in più era un altro passo verso casa.
E ci davamo forza a vicenda. Nonostante il dolore, la paura, l’angoscia, eravamo forti.
Non avrei mai pensato di poter avere tanta forza, ma ora so che ogni donna ce l’ha.
Ognuna di noi ha una forza e un coraggio dentro, che non si può spiegare. Siamo nate così e dovremmo ricordarcelo sempre.
Mio figlio restò in Neonatologia per altri quaranta giorni.
Trascorrevo le giornate davanti alla nuova incubatrice, gli davo il biberon, lo cambiavo, lo lavavo, lo accarezzavo, facevo la marsupio terapia.
Il contatto e il calore li fanno crescere prima, signora.
Lo potevo tenere sul petto nudo, pelle su pelle, e avvolgerlo con la mia maglia, riscaldarlo con il mio corpo.
Tenermelo sempre addosso era l’unica cosa che volevo.
Gli parlavo tanto, di tutti, gli sussurravo all’orecchio come era il mondo fuori e tutte le cose e le persone bellissime che lo aspettavano. Gli parlavo del mare.
Gli cantavo Il cielo in una stanza di Gino Paoli e lui si addormentava, mentre io mi sforzavo di vedere il cielo sopra noi.
Pensavo tanto a mio padre in quei giorni, a come se ne fosse andato, così all’improvviso. Così come all’improvviso era arrivato mio figlio.
Tutti e due a lottare, nello stesso ospedale, per la vita. Tutti e due con lo stesso cuore, forte e ostinato.
Mio padre non ce l’aveva fatta, ma mio figlio ce l’avrebbe fatta, lo sentivo.
Sentivo che c’era un disegno, sentivo che non poteva finire che bene.
Ora so che tutto torna nella vita, che alla fine, anche in fondo al dolore più grande e alla paura più cieca, si affaccia sempre la luce, che riesce a dare un senso ad ogni cosa.
So che esiste una scintilla, dentro ognuno di noi, che non muore mai.
E so che mio figlio alla fine ce l’ha fatta. Ora ha sei anni, è una meraviglia e si chiama Giuseppe.
Come il nonno.

©Margherita Catanzariti
per Il 17 novembre, World Prematurity Day Giornata mondiale della prematurità, manifestazione globale celebrata in più di 100 paesi, che ha come obiettivo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della prematurità, per dare voce anche alle famiglie dei piccoli pazienti

Margherita Catanzariti (Locri, 1977), giornalista pubblicista, vive e lavora in Calabria, nel campo della comunicazione. Madre di due figli e di due romanzi, scrive meno di quanto dovrebbe, dice lei. ConCittà del Sole Edizioni ha pubblicato “Segui sempre il gatto bianco” nel 2013 e Sei nelle mie radici nel 2020.

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