Come un filo d’erba

In questo racconto non c’è mistero, non c’è storia, non c’è trama, ci sono solo io che cammino in mezzo a voi, cari indaffarati lettori della narrazione da due minuti e lascia. Ci sono, sto qui con voi mentre controllate i tempi di lettura stimati e scegliete con soddisfazione e benevolenza quelli sotto i tre minuti, non perché abbiate poco tempo, la metro che vi corre sotto il culo e tra poco dovete scendere, poi se perdete la fermata è un casino, no, scegliete quelli piccolini perché sapete che dopo pochi secondi comincerete a deconcentrarvi e allora mi chiedete “saltimbanco, fammi ride’” e io vi faccio pure piagne’ certe volte. Perché magari mi cercate, sapete dove trovarmi e dite, questa è scema, una garanzia. E no, non sto facendo della volgare autoreferenzialità perché sto parlando proprio di voi, mica di me.
Comunque ve ne racconto una breve, perché mi piace sapere che da qualche parte c’è un pubblico che ho divertito e soddisfatto.
Prima di sedermi qui a imbrattare il monitor ho una serie di rituali da compiere, faccio un po’ di ginnastica, il caffè al bar e una passeggiata su una strada asfaltata che si inoltra in una tranquilla
zona residenziale che è quasi campagna. Asfaltata e riasfaltata continuamente, ritoccata ripetutamente al ritmo delle imminenti elezioni comunali, tra una cinquantina d’anni potrebbe diventare una collina e più avanti i nostri pronipoti ci andranno a sciare. Su questa strada potete fare un carotaggio e scoprire varie ere geologiche di questa fantastica città, la Rocca, ridente briciola di un’umanità ancora molto legata alla terra e alla polemica. Assicuràti alle reti che delimitano le proprietà troverete interessanti cartelli
creati con varo materiale di scarto di pollai, cucce per cani e macerie artistiche di piccoli residenti che frequentano l’asilo, con scritte concilianti e sobrie tipo questa è la strata più schifosa della Rocca, sintaco ti devi vercognare, metti a posto la strata. I miei bravi concittadini sono famosi nella provincia per essere
cordiali e accoglienti, potete capire. Comunque la segnaletica realizzata a mano dagli “artigiani dell’ostilità” si legge come un romanzo perché ogni pioggia che dio manda in terra fa colare le
scritte minatorie come l’eyeliner di una professionista del sesso e quindi i miei concittadini e colleghi romanzieri devono ogni volta applicarsi per esprimere in maniera sempre più professionale e
delicata il messaggio caduto sotto i colpi delle intemperie. Capite?
Diventa un lavoro. L’ultima lingua di asfalto stesa è stata ignorata a tempo di record dalla vegetazione autoctona, tanto che dopo una settimana dall’applicazione ho potuto già notare i primi fili d’erba
che spuntavano come la barbetta di un adolescente.
Io ammiro la potenza di questi fenomeni naturali, questi fragili vegetali che puoi strappare con due dita e ridurre in mille pezzi riescono a piegare e spaccare l’asfalto con la forza della convinzione e ci insegnano che alla fine tutto va come deve andare. Ve lo sto raccontando perché questa vegetazione è diventata un mio punto di riferimento, è nato proprio una specie di transfer per cui se quell’erba cresce nonostante tutti i soprusi che ha dovuto subire, allora pure un corpo piegato dalla malattia può trovare la forza di
rialzarsi, vi pare?
Io cammino su questa strada, lunga, inzozzata dai malati di mente che ci passano solo per gettare i sacchi di immondizia che preparano con cura in casa loro. Alla Rocca è arrivata la raccolta differenziata
da diversi anni e infatti questi olimpionici della lordura sono in grado di confezionare con dovizia bustoni di varie forme e colori contenenti rifiuti coerentemente assemblati, plastica con plastica,
organico con organico e in sacchi biodegradabili, Peroni grande con tutta la famiglia delle Peroni, sanitari con sacchi di materiale edilizio, tutto perfetto, ben imballato e gettato nella natura. A volte spunta
un pezzo di letteratura tra i rami degli alberi, il solito cartello la spazzatura buttala a casa tua zozzo. Da queste parte siamo grafomani.

Se mi passate vicino con la macchina mentre passeggio, non mi butterò nel fosso e neanche rallenterò il passo, per due motivi fondamentali. Innanzitutto indosso le cuffie e ascolto musica a tutto volume, quindi non vi sto ignorando, non vi sento proprio arrivare.
Il secondo motivo è anche causa del primo: io non posso morire investita, non mi è proprio permesso, non è un’opzione, e questo dato di fatto ineluttabile mi permette sostanzialmente di fregarmene
del traffico e di dedicarmi alla lettura dei vari cartelli che i miei prolifici concittadini creano a ritmi invidiabili.
A volte attraverso la strada e con la coda dell’occhio intravedo un’auto che sta arrivando, valuto al momento se mi conviene gettare un piede con gesto atletico, fare una finta, un dribbling classico,
doppio tocco, flip-flap o impegnare lentamente la carreggiata con cordiale indifferenza.
Qui la gente guida come se facesse un Camel Trophy, con quella speciale attitudine ad aspettarsi sempre qualcosa che ti sbuchi
davanti all’improvviso, un cane, una volpe, pecore e capre indolenti che attraversano la strada prendendosi tutto il tempo per capire chi sei, fissandoti intensamente, così ti trovi centocinquanta paia di
occhi addosso che pretendono il proprio tempo di valutazione, quelle stronze sanno tutto di te e quando la sera tornano all’ovile aggiornano uno schedario che contiene tutti i tuoi dati con collegamenti ipertestuali ai tuoi avi.
Ogni giorno faccio sempre la stessa strada e attraverso sempre alla stessa altezza, continuando a fregarmene di voi e della vostra automobile, perché se non vi siete distratti avrete notato che essere
investita non rappresenta per me un’opzione praticabile.
L’erba continua a prosperare sopra il mantello d’asfalto. A volte ci penso, mi viene un dubbio, magari le piace anche, non è un tumore per quella pianta d’erbetta ma è diventata una semplice trasformazione delle circostanze e lei accetta tutto, rispondendo semplicemente all’imperativo biologico di continuare a prosperare.
Cammino felice, faccio l’inventario della spazzatura gettata nel verde, sono una fervida lettrice dei tascabili passivo-aggressivi che i miei concittadini disseminano per strada, leggo il paese come una
grande opera letteraria e non sto attenta quando attraverso.
Di questa terra e di questo disordine siamo fatti noi abitanti della Rocca, con la pelle che è una crosta croccante come quella del mio amico Peppino che vive da queste parti con un gregge di pecore
indolenti di una stazza impressionante.
«Ma siamo sicuri che siano proprio pecore? Di razza ovina proprio, che fanno beeeee?» gli chiedo ogni tanto.
«Perché, che versi ti fanno?»
«Scherzi? Quelle mi guardano fisso negli occhi e ho paura che vogliano rapinarmi, non so, mi sembrano ostili…» e intanto lui ride, battendosi le mani grosse e solide sulle gambe, con lo sguardo rivolto al cielo.
«Mi fai ridere signorinella!»
Peppino non sa come mi chiamo e neanche io so come si chiama lui, ho solo deciso che il nome Peppino gli stava bene quindi mi lo chiamo così nella mia testa. Ci vediamo tutti i giorni durante le mie passeggiate e lui sta sempre davanti a uno di quei terreni che gli zozzoni stuprano coi loro rifiuti del cazzo e resta appoggiato in equilibrio sul suo bastone da pastore, le mani in punta e il mento
sopra, mentre quelle pecore sataniche delle fanno il loro dovere, s’ingozzano senza soluzione di continuità e concimano il terreno.
Chissà a cosa pensa lui tutto il giorno mentre passa la vita appoggiato a quel bastone.
«Signorinella, passeggiatina eh? Fa caldo. L’estate non era così una volta.»
«E com’era?»
«Era fresco,» si allontana con gli occhi e con la mente, «era un’altra cosa qua, c’era la gente, era contenta. La vedi quella casupola là in fondo?» indicava un rudere, una costruzione fatta di pietre assemblate come se le avesse sistemate un bimbo gigante di due anni, due vani separati da un muro, due finestrelle strampalate e una porta di legno disintegrata, forse cinque metri quadri un tutto e per entrarci dovevi assumere la postura del penitente.
«Quella è venuta giù quasi tutta, eppure è stata importante per il proprietario, quello ne era orgoglioso, ci hanno vissuto, era una cosa che mica tutti avevano! Vedi adesso? Nessuno se ne cura, la lasciano
marcire come un rifiuto.»
Era rimpianto o commozione quello che vedevo? Ho visto con gli occhi di lui quella famiglia, di italiani, quelli che una volta erano tutti “curti e niri”, persone semplici che in quei vani vivevano stretti
stretti felici di farsi caldo d’inverno, respirando i fumi densi di una stufa e stavano freschi d’estate, dentro quella grotta di pietre rozze.
E pure loro, come me, passeggiavano senza preoccuparsi che qualcosa potesse schiacciarli sulle viuzze tra i campi che non venivano inzozzati da squilibrati imbecilli campioni olimpionici del lancio dell’anima de li mortacci loro. Quelli lo sapevano prima di me che l’erba rispunta sotto qualunque strato di asfalto e alla fine le cose sanno come devono andare.
Io pensavo di non aver paura di finire sotto una macchina perché avevo affrontato una malattia bastarda, di quelle che ti vengono a prendere di notte, ti chiudono la bocca col nastro adesivo e ti trascinano via nel giro di pochi minuti e quindi dicevo, se sono sopravvissuta a questo non sarà certo un’auto a buttarmi a terra mentre cammino. Sono matematicamente invulnerabile a giochetti del destino come questi, perché con me il destino ha giocato pesante, poker, versione Texas Hold’em, quella dei cazzuti.
Abbiamo puntato forte, una cosa da irresponsabili, gente di malaffare, e io ho vinto, poi quello ha detto, non male signorinella, per adesso hai avuto fortuna, magari ci rivedremo.
Quindi ve lo dico, non ho più paura di niente e quella famiglia, quella della casupola, me la immagino così. Avevano vinto tutto con quella dimora, capivano la natura e le stagioni, sapevano quanto
poteva essere forte un filo d’erba e ogni mattina che dio sputava su questa Terra sapevano esattamente cosa dovevano fare, come Peppino che passa le ore appoggiato a quel bastone e pensa a tutto ciò che esiste in Cielo e in Terra.
E a volte, spiega qualcosa anche a me.

©Ale Ortica

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