Sapore

Gas Edward Hopper

Il palo del semaforo ha un sapore secco. Sanguigno. Sulla lingua resta l’asprigno del sole e della vernice.
La bambina lo afferra per un polso e gli strattona il braccio.
«Di che cosa sa?»
Andrea si divincola e l’allontana con la mano aperta. Chiude gli occhi, scrolla le spalle e aspira una boccata d’aria profonda.
«Sono stanca, mi fanno male i piedi!»
Nell’aria c’è odore di alluminio fuso, foglie bruciate e polvere di serbatoio.
Andrea si concentra e aspira. Chissà come sarebbe leccare il volante di un’auto lasciata in un campo, oltre il ciglio della strada. Prefigura un sentore acre. Il miscuglio cupo di chiuso e calore. Di plastica e abbandono.
La bambina sbatte i piedi sull’asfalto e strilla. Strepita come un gatto a cui abbiano pestato la coda. Le urla echeggiano nel vuoto grigio e azzurro del cielo sulla provinciale.
«Piantala di gridare, cazzo! Mi hai rotto le palle. Non ti ho chiesto io di venire con me».
La bambina smette di colpo e il silenzio lo stordisce. Spalanca gli occhi e solleva un braccio. La osserva come non la riconoscesse. Piega la testa sul collo e strizza le palpebre. Le guarda le braccia ossute, le dita piccole e le gambe con le pieghe sulle ginocchia. Per un attimo crede che lei sia un insieme di strutture tubolari. Che potrebbe assaggiare la sua pelle acidula e tesa. Ma la bambina si muove, non sta mai ferma. Si sfrega una caviglia con il tallone e gratta le croste sugli avambracci.
Viveva nell’appartamento di fianco al suo. In estate stava ore intere sul balcone. Andrea la intravedeva dietro la tenda fiorata. Coglieva pezzi della bambina che la tenda non copriva. Il guizzo della coda di cavallo. La spallina della canotta fucsia o le gambe color caramello di una barbie in shorts. Lei
parlava con le bambole e chiacchierava urlando con la figlia di una vicina che lui non aveva mai visto. Andrea pensava che la bambina fosse pazza, si sporgeva oltre il parapetto e non scorgeva mai l’altra.
Un giorno gli hanno chiesto di guardarla. Sua madre aveva conosciuto la vicina ed era quasi periodo di vacanza. La bambina odiava i centri estivi. Lo urlava all’amica fantasma e lo sussurrava alla barbie con gli shorts. Era parso naturale a tutti che lui se ne occupasse. Quarta liceo, pochi soldi e la richiesta
esplicita della bambina. Forse lei non lo aveva mai visto leccare le sbarre della ringhiera nell’aria umida del primo mattino. Di certo lo aveva notato, attraverso le aperture della tenda, e scelto.
Lei adesso ha i capelli corti con la frangia sugli occhi.
La divide nel mezzo con l’indice e si strofina le palpebre.
«Perché lecchi le cose?»
La carreggiata sfoca in una lontananza tremolante. Andrea si scherma gli occhi con la mano e soffia. I capelli ricadono sulla fronte. Presto l’ossigenatura se ne andrà e lui tornerà ad avere i capelli lucidi e marroni.
«Lo faccio per sentire che esisto».
«Non ho capito»
«Mica devi capire tutto».

Le braccia gli pesano a un tratto. Non ha forza nella voce. Non ha più voglia di gridare contro la bambina.
Sono morti tutti in fretta. Sua madre si è seduta sulla poltrona e ha aspettato la morte con gli occhi aperti. Ricorda ancora la pelle che le si seccava come la buccia di un dattero. Le labbra contratte, il colorito giallognolo e la tensione del volto al teschio. Non si è mai rialzata. Si è pisciata addosso senza battere
ciglio. Andrea ha sentito l’odore ed è corso a controllare. Sua madre appoggiava i palmi sui braccioli e fissava il vuoto. Il respiro regolare le sollevava il petto sotto lo smanicato azzurro.
L’ha chiamata, l’ha scossa, le ha aperto la bocca con la forza. Lei era rigida e molle insieme. Malleabile e inerte. Viva e morta in una discrepanza temporale segnata dal respiro e dall’elasticità dei muscoli.
Sudava, sua madre. Si cacava addosso e respirava quieta. Si disseccava, ingrigiva e sbiancava. Così vicino alla scorza e alla durezza dell’immateriale.
Del nulla.
Nessuno sapeva da dove fosse arrivato. Chiunque lo beccasse smetteva di volere, di desiderare. Una volta colpito si sedeva da qualche parte, si sdraiava sul letto, s’infilava in una vasca o si spalmava sul pavimento freddo. Respirava e non voleva. Non voleva e raggrinziva. Raggrinziva e infine si spegneva.
Né lui né la bambina lo avevano preso. Forse perché erano pazzi. Perché lui leccava gli oggetti a forma di tubo e lei parlava con le vicine fantasma. Forse avevano un’anomalia dentro il cervello. Una mancanza, un segno, una lacuna.
E così non li colpiva.
Ora la bambina scaccia con la mano un moscerino e lo guarda con gli occhi socchiusi «Se dovessi morire» dice con voce impastata «Puoi leccarmi le ossa. Perlomeno, esisterai ancora un po’».

Andrea sta per ribattere che loro non moriranno, perché sono due svalvolati.
Invece le agguanta il polso e la spinge a camminare. Si domanda di cosa sappia un osso. Se di latte, di roccia o di sale.

©Laura Scaramozzino

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