Sorrida

Era una giornata straordinaria, a breve gli operai della fabbrica Padannia avrebbero ricevuto con tutti gli onori un ministro e avrebbero posato per le foto di rito insieme all’insigne ospite, l’onorevole Gino Pollorigido, titolare del Ministero della Ristorazione e dell’Orgoglio Ittico.
Padannia era un’azienda leader nel settore della produzione di trippa in scatola, cibo che da decenni era diventato sinonimo di italianità e sana cucina mediterranea grazie a un’ottima promozione ideata dagli
uffici stampa del Governo.
Esportava ormai in tutto il mondo, dove c’è Padannia c’è un pasciuto italiano, un mondo meraviglioso di gelatinosa goduria in salsa rossa, già pronta per essere ingurgitata al lavoro, in palestra, nelle gite fuori
porta in pandino verde modello Young “Imbattibile Panda, sprizza energia, irradia simpatia” con motore Euro -2, smog incluso nell’abitacolo.
Marcella, operaia in Padannia da quando aveva dodici anni, con tre dita mozzate da un macchinario, agitava la mano sfigurata e esultava piena di gioia e fierezza «ragazze arriva Pollo!», abbreviazione affettuosamente usata dagli estimatori del ministro, «cioè, ci stiamo rendendo conto? Io mi sono fatta pure la manicure», rideva in maniera sguaiata, ammiccando in direzione delle dita superstiti. Le colleghe erano abituate alle sue battute e quell’autoironia finissima che la rendeva un’autorità, una referente di tutto rispetto con la quale si può parlare di qualunque argomento, dall’aerofagia politica alle norme sulla sicurezza sul lavoro.
«Dobbiamo ancora sistemare l’esposizione, per favore, qualcuno liberi un po’ di spazio vicino all’unità di riempimento» si inserì nel clima di giubilo il caporeparto, Enrico detto Errico detto Massimiliano.
Si offrì immediatamente Patrizia, soprannominata Tristizia, una delle operaie più giovani, in Panannia c’era letteralmente cresciuta, forse addirittura concepita, come si vociferava a causa di una inquietante somiglianza con un responsabile di produzione, ormai in pensione da dieci anni. La ragazza aveva vent’anni e da sempre passava le sue giornate in fabbrica, coccolata dagli operai, mentre la madre, Allegra, detta Amarezza (i soprannomi in fabbrica passano di genitore in figlio seguendo una linea dinastica) lavorava e faceva turni estenuanti per poter crescere la bimba. Non c’era un padre che
la aiutasse con la creatura, nessun parente, gli asili nido erano stati privatizzati ormai da anni insieme al resto della pubblica istruzione e della pregiata Sanità, così che tutti erano finalmente felici di poter
saltare file e graduatorie: gli italiani erano tutti “diversamente abbienti”, liberi dall’incombenza della burocrazia, tutto era diventato semplice e intuitivo, non hai soldi per pagare le cure mediche? Crepi. Non puoi permetterti di studiare? Frequenti l’università della vita. Non hai possibilità di crescere un figlio?
Potresti abortire. Ma no, non scherziamo! L’indecorosa Legge 194 era stata scardinata da tempo, sostituita dal moderno Contributo di Stato per le fattrici indigenti: un anno di buoni pasto e un abbonamento
a Netflix per tutte le disperate che avevano regalato un nuovo contribuente allo Stato. Perché i cittadini contribuivano ancora, ovvio che sì, però finalmente le tasse si pagavano più che volentieri perché era stato eliminato il canone Rai e proprio grazie a questa grande battaglia di civiltà il Governo in carica vinse le elezioni e nessuno riuscì mai più a insidiare i partiti al potere. Le tasse non venivano più sprecate in quei pozzi senza fondo che erano Sanità e Istruzione, ma servivano a cose importantissime delle quali si
persero le tracce perché ormai non esistevano più campagne elettorali e conferenze stampa dove i giornalisti potessero fare domande. Tutto superato, gli astensionisti avevano guadagnato il novantasei per cento delle preferenze diventando il partito più forte del Paese e finalmente non si viveva più in un clima di eterna incertezza. Tutto era immobile, si viveva nella confortante consapevolezza che nulla potesse più cambiare, uno straordinario pantano perenne.
Massimiliano, che poi era Errico, ma battezzato Enrico, era troppo impegnato a far splendere il reparto per godere di quella deliziosa atmosfera di festa e di attesa e Tristizia, che non si entusiasmava mai
per nulla, era l’unica a darsi davvero da fare mentre i colleghi cinguettavano da una postazione all’altra provando pose e facendo faccette buffe nella speranza di comparire in sottofondo nelle foto di rito.
Quando arrivò Pollorigido o come dicevan tutti, Pollo, il reparto era stato lucidato e pronto per l’esposizione del cibo che il Ministro avrebbe pubblicizzato nel sito del Ministero e sui suoi social
personali. Le porte si spalancarono e infine giunse la delegazione.
Un brivido fece vibrare la fila dei lustri e impettiti operai italici, un’impalpabile eccitazione, come una mano che accarezza le corde di un’arpa creando una meravigliosa melodia, unica eccezione, corda
storta o rovinata, Tristizia, la quale restava perfettamente indifferente e anche un po’ annoiata nella sua postura da fine turno, sfinita e disperata.

Il ministro posò per le foto ufficiali senza fingere di rispettare regole igieniche che per i politici non valevano. L’ipocrisia dell’abbigliamento monouso per proteggere il cibo era stata smantellata dal Governo che finalmente era passato dal “parlare alla pancia degli elettori” al parlare direttamente al loro culo.
Pollorigido o come dicevan tutti, Pollo fingeva di esaminare con attenzione le etichette, annusava con espressione libidinosa un recipiente colmo di quel grasso degli dei, infilava voluttuosamente il
naso in un grande vascone contenente il condimento da aggiungere alla trippa, oh ministro, le è rimasta una macchia di pomodoro sulla punta del naso e sul ciuffo, fermo così che scatto una simpatica foto
promozionale, immerga un altro po’ di capelli così fa più “popolo”.
Tristizia cominciò a assumere una strana posa, come un alberello secco con i rametti contorti verso il tronco ma nessuno le prestò attenzione perché quella era una ragazzetta strana, non mostrava
mai interesse per nessuna cosa, per le battute di Marcella-manomozza, per le visite annuali dei ministri, i tornei di padel contro gli impiegati del settore vendite che finivano sempre con una bella mangiata di pasta alla trippa per tutti, niente, quella ragazza era veramente una bestiola particolare.
Elide, l’elegantissimo levriero afgano del presidente, gironzolava con aria aristocratica tra le frattaglie, annusava tutto con distacco, me ne incartate un po’ per dopo, chiese il ministro, è per la mia signorina.
Mezzo chilo di carne venne prelevata da due operai bardati di tutto punto, tuta igienica, grembiule, mascherina e guanti perché sull’igiene non si scherza alla Padannia, e mentre uno di loro
spostava dolcemente il muso di Elide dall’ammasso di prelibatezze, l’altro spiluccava in punta di dita alcuni peli lunghi e biondi come i capelli di Brigitte Bardot dalla carne, poi il succulento pappone venne depositato in un incarto verde smeraldo e sigillato con un fiocco dorato, pronto per essere donato al cane ministeriale.
Tristizia si stava incurvando, ma che ha, si chiedeva la collega che le stava accanto sentendo il braccino di lei tremare e la postura cedere, franare lentamente verso il pavimento, ma che cavolo combina?
Sarà mica un altro virus intestinale? L’anno precedente il ministro delle Infrastrutture e Sopraelevate fra le isole aveva visitato una fabbrica di polenta per fare le solite foto promozionali, e delle immagini
fantastiche erano state prodotte: il politico gettava in aria la farina di mais che lo circondava facendolo apparire come una sposa durante il lancio del riso, poi era entrato in una vasca colma di polenta
pronta per essere inscatolata per le mense e aveva giocato ironicamente a fare Julia Roberts nella scena del bagno in Pretty Woman, aveva apprezzato, amato e coccolato quel cibo come nessun altro al mondo, ma lo aveva fatto dopo essere andato in bagno e per qualche motivo a noi ignoto si scatenò un’epidemia di diarrea da escherichia coli che coinvolse mezza nazione. Probabilmente un male stagionale, una di quelle cose parainfluenzali che tanto passano da sole e quello che non strozza ingrassa.
Però Tristizia sembrava stesse proprio soffrendo, il viso accartocciato in un’espressione di dolore, forse uno spasmo, una fitta?
Resisti, porco diavolo, resisti che abbiamo quasi finito, pensava la collega mentre Tristizia stava diventando bianca come la sua cuffietta da lavoro.
Pollorigido stava impartendo una benedizione alle bestie macellate appese a un gancio, posando davanti ai cadaveri con le braccia protese e un grosso crocifisso comprato durante una fiera dell’usato.
Due minuti ancora e il ministro avrebbe lasciato la fabbrica.

Andò tutto bene, la collega di Tristizia si rilassò sentendo la ragazza più calma, distesa, stava anche tornando a una postura più adeguata, sarà stata la tensione, povera creatura, l’emozione di quella visita.
La delegazione si organizzò in una fila ordinata per espletare il rito del saluto agli operai, strette di mano e complimenti vivissimi per l’eccellente qualità del prodotto. Tristizia offriva una manina delicata
e svenevolmente moscia a tutti, sottosegretari, fotografi, addetti stampa e galoppini.
E infine lui, Pollorigido «grazie per la squisita accoglienza,» stese la mano verso la ragazza che vide sulla manica della camicia tracce di condimento, «è stata una splendida esperienza.»
Sugo forse.
«Il prossimo anno prometto di tornare.»
Grumi.
«Arrivederci signorina.»
Sangue. Sangue rappreso e impastato di sudore di ministro benedicente, sulla mano resti di peli di Elide appena accarezzata, trippa rimasta sull’unghia dell’indice usato per scartavetrare i residui seccati sul naso dopo l’immersione nel vascone.
«Signorina?» riuscì ancora a dire prima di essere ricoperto di vomito triste e scoraggiato.
«Ma… Cristo santo… io non…»
«Fermo ministro, resti immobile!» urlò immediatamente un ometto alto con una testa incredibilmente piccola e denti sporgenti e gialli da tabagista, «resti così, non muova un muscolo», gli intimava
mentre si faceva largo tra i colleghi con la fotocamera digitale tra le mani.
«Il bagnetto nella vasca dei rifiuti liquidi non me l’ha voluto fare. Beh, adesso sorrida.»

©Ale Ortica

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