
Stava tornando a casa dopo aver fatto una piccola spesa, due borse
tenute strette fra le braccia e un portafoglio infilato in tasca,
viaggiava leggera Carlotta. Il ragazzo la vide arrivare. Si era alzato
dal marciapiede col solito sbuffo e l’aveva raggiunta con passo
pesante prima che la ragazza potesse aprire il piccolo cancello di
ferro che dava sull’acciottolato. Le si parò davanti con la sua mole
imponente e fermò il movimento del braccino di lei, apro io, le
disse. La ragazza non rispose e si diresse verso il portone del
palazzo, lui le camminava dietro ondeggiando, i passi del ragazzo
risuonavano sordi, poff, poff. Mentre Carlotta armeggiava con le
chiavi del portone lui le si parò nuovamente davanti, attese che le
inserisse nella toppa e spalancò il portone, salì sul gradino
d’ingresso, lasciami stare, disse lei, ma Anay l’aveva già sollevata e
tirata a sé. Le due figure furono inghiottite dal buio dell’ingresso
senza finestre, pochi minuti dopo erano dentro l’appartamento di
lei. Il ragazzo accese la tv nell’ingresso-studio, teneva sempre
sott’occhio i movimenti di Carlotta che accendeva le luci e
appoggiava la spesa nell’angolo cucina.
«Stasera siamo da Lollo, mettiamo 10 euro, birra e pizza»,
«Non mi va»,
«Non rompere. Sono 10 euro, altrimenti non ce la facciamo a
comprare da bere»,
lo sguardo del ragazzo era implorante, le braccia tese coi palmi delle
mani rivolti all’esterno in una posa di esasperazione. Carlotta finse
di non vederlo mentre sistemava il cibo nel frigo e dall’interno
dell’elettrodomestico gli indirizzò un infastidito grugnito d’assenso.
Lui sbottò in una risata «brava ragazza, così si fa. Ci divertiamo e
poi che devi fare qui da sola?»
«Che ti interessa cosa devo fare? Ho sempre da fare, comunque va
bene», tirò fuori una banconota da 10 euro dal portafoglio, «prendi i
soldi e ci vediamo là.»
«Passo a prenderti.»
«No.»
«Alle nove e mezza sono qua fuori, non rompere.»
Carlotta ripose l’ultima Cola in frigo e allungò un dito medio dritto
verso la schiena del ragazzone che stava uscendo dall’appartamento,
lo sguardo fisso sulla tv sintonizzata su un canale musicale.
Non appena fu sola sospirò, si sentì sollevata e rimpianse di aver
ceduto all’insistenza di Anay, non aveva voglia di uscire di casa, ogni
cosa le provocava una fatica sproporzionata. Un piccolo morso allo
stomaco le ricordò che l’amico era un gran rompiballe e a volte
sfiorava l’invadenza, ma quando qualcuno ha montato e aggiustato
metà dei mobili che hai in casa e ha fatto pipì nel tuo bagno dopo
ogni bevuta fatta insieme sul divano, non è invadente, è a proprio
agio ed è una bella cosa. I ragazzi si sarebbero riuniti
nell’appartamento al piano di sopra, appena due rampe di gradini
mezzi sgretolati in un palazzo “antico” con un ascensore che
rifiutava qualunque norma di legge vigente come fosse un insulto.
Carlotta si stancò al solo pensiero ma ormai aveva accettato e in
certe riunioni la mancanza di una quota si sentiva eccome! Faceva la
differenza tra una birra per uno e birra abbondante per tutti.
Accese il computer e allungò lo sguardo verso la tv che era rimasta
accesa: il solito mezzo talk con mezze calzette che parlavano di
mezze cazzate sui cantanti famosi degli ultimi cinque minuti. C’era
un servizio su quella tipa che si era costruita una carriera più social
che musicale cianciando di “accettazione di sé” e ponendo il proprio
corpo come totem da adorare: un corpo sovrappeso, il modello da
seguire per chi non deve avere modelli da seguire. Carlotta
bofonchiò “bla bla” e azzerò il volume poi cercò nella cartella
“musica” qualcosa che potesse esorcizzare quello spettacolo, un
brano che le trasmettesse sensazioni pulite perché l’ipocrisia e i
cattivi maestri le inducevano sempre un sapore metallico in bocca.
Aprì un album di Elodie e fu subito trasportata in una sensazione di
blu elettrico, avvolta in una nebbia confortante si proiettò in quello
che poteva essere un vecchio video pop dove tutti sono super
truccati e ti senti perfettamente al sicuro. Il cuore rimbalzava nelle
tempie, l’immagine dell’artista si componeva al centro di una strada
deserta che diventava l’interno di un locale fumoso dove tutti
ballavano, ognuno perso nei propri pensieri, la pressione della gente
sul suo corpo era piacevole, Elodie si muoveva morbida con una
luce tenue che le faceva brillare i fianchi nudi. La canzone sfumò e
Carlotta si sentì soffocare mentre usciva da quel sogno di plastica.
Alzò lo sguardo e vide l’immagine della guru del sovrappeso intenta
in una predica, la telecamera ingrandì l’inquadratura e fu subito
chiaro che la donna aveva perso molti chili, adesso esibiva un corpo
sano e normopeso. L’atteggiamento provocatorio di chi non
ammette repliche, muoveva la bocca a volume azzerato mentre i
sottotitoli recitavano un suo virgolettato “la bellezza che vedete oggi
è la stessa di sempre ma voi non la vedevate”, un atto di accusa nei
confronti dell’umanità insensibile, espressa con eroica veemenza.
Carlotta selezionò un altro brano di Elodie, poi caricò l’ultimo
lavoro sul suo programma di disegno professionale e continuò a
modificare i tratti del viso di una donna immersa nell’acqua. Ogni
tanto lanciava un’occhiata alla televisione muta, istintivamente
leggeva i sottotitoli, la battaglia contro gli stereotipi di una donna
che evidentemente aveva dato abbastanza importanza all’apparenza
da essersi trasformata in pochi mesi nello spot di un’azienda di
cosmetici fatta con l’AI. Aveva perso almeno trenta chili e sembrava
volesse farla pagare all’umanità. «Però i monologhi in tv e le
interviste sui giornali non arrivavano se fossi stata così come appari
adesso», si sorprese a parlare ad alta voce mentre lavorava al
contorno di un viso duro, tratti creoli, una pelle leggermente
ambrata. La vescica le lanciò l’ultimatum e Carlotta salvò le ultime
modifiche alla sua Donna Immersa, una fossetta sul mento alla
quale stava lavorando da due giorni perché il risultato era buono ma
non era quello che le avrebbe fatto girare la testa. Un’ombra perfetta
sotto un labbro scolpito dopo quattro ore di lavoro intenso e
delicatissimo. Scostarsi dalla scrivania ingombra di libri e riviste era
per lei una fatica patetica, odiava sentire i suoi pensieri lamentosi
quando si trattava di affrontare situazioni banali come raggiungere il
bagno, eppure ogni parte del suo corpo sembrava urlare e chiederle
di non muoversi. Decise di non ascoltare né il suo corpo né la sua
stupida voce implorante e per rendere ancora più chiaro il concetto
a sé stessa alzò il volume del televisore. Mentre faceva pipì sentiva la
voce del conduttore che si complimentava con la protagonista di
quella puntata per i risultati raggiunti con la dieta, quella rispondeva
tutta piccata che la sua battaglia contro “chi giudica le persone
dall’aspetto” sarebbe continuata. Che eroico pezzo di Barbie, pensò
Carlotta, sono venticinque minuti che si parla solo del tuo bel culo
ridotto e di quanto sei infastidita dai commenti social degli adoranti
fans che si complimentano per il tuo dimagrimento.
Tornò al lavoro, azzerò nuovamente il volume della tv e alzò quello
“della testa, è qui dentro la mia festa, baby”. Riprese a toccare il
mento della Donna Immersa, sfiorarlo con lo strumento virtuale le
dava una sensazione di potere e insieme di frustrazione perché
quella fossetta continuava a essere ordinaria mentre Lei doveva
esprimere prepotenza, sfrontatezza. Le regalò profondità grazie a un
gioco di ombre che scoprì in maniera del tutto casuale mentre la
accarezzava con input precisi. Carlotta era ormai totalmente
immersa nel suo lavoro di cesello, un momento magico di totale
estraneazione, avrebbe persino potuto farsela addosso senza
accorgersi di nulla. C’era solo il viso creolo di quella donna immersa
nel blu elettrico, il fumo, la stretta gentile di una massa senza volto.
In un momento perfetto quella fossetta uscì dal suo strumento
virtuale e la Donna Immersa fu esattamente ciò che doveva essere.
Si guardarono, lei e Carlotta, e si incontrarono nell’attimo perfetto
in cui l’artista sa di aver completato ciò che aveva da dire. Si
abbracciarono immerse nel blu elettrico, galleggiarono strette l’una
all’altra, la sedia a rotelle di Carlotta non era mai esistita e neanche le
delicate apparecchiature che le permettevano di far uscire un suono
artificiale al posto della voce che non c’era più. L’artista era
nell’opera, aveva creato la sua meravigliosa donna dai lineamenti
creoli che quando cantava le parlava di orgoglio e possibilità di
riscatto. Si sentiva immersa nell’amore che anche per lei era “freddo,
come le manette, come le palazzine da ragazzina, che stavo al
verde”, senza soldi, senza rampe per disabili e su una carrozzina.
Cose che la sua Donna Immersa capiva, lo si leggeva nei suoi occhi,
nella forma del naso, in quella fossetta che indicava una volontà
inarrestabile, una donna che aveva esibito il suo corpo perché
desiderava farlo e non aveva mai sentito il bisogno di giustificarsi.
Una persona che aveva deciso di esporsi per rivendicare diritti
sociali e non diritti sui commenti social. Alzò gli occhi verso il
televisore, lo stupi-talk era finito da ore. Sotto un video musicale
scorrevano le ultime notizia, una nuova, attesissima stretta del
Governo al diritto di manifestare.
Era ora di pubblicare la sua opera e organizzarsi per scendere in
piazza di nuovo.
La Donna Immersa ci sarebbe stata.
©Ale Ortica