La notte dei tempi

Mary è all’ottavo mese di gravidanza e come tutte le puerpere è nel pieno diritto di annegare letteralmente nella propria ansia. Sono nervosa, spizzico un panino al prosciutto con formaggio, due
formaggi, il terzo è solo un avanzo, che lo vuoi sprecare? Ho paura del parto, amore mi porti a mangiare fuori, che magari col bambino chissà quanto tempo passerà e poi ragazzini al ristorante rompono e
ci guardano male? Devo mangiare pesce altrimenti il cervello del bambino non si sviluppa ultra-intelligente, amore mi porti a mangiare quello bello fresco in Portogallo, che è più selvaggio e
ricco di vitamina E? Come era l’Omega 3? Si ma c’è pure la vitamina D, l’ho letto su Disgrazia, tra la rubrica sullo Yoga e l’ultimo scandalo sessuale di Alba Sparecchi, era tutto ben spiegato, senza le
vitamine del pesce il ragazzino ci diventa un ministro di Sega le Libertà, se permetti vorrei evitare.

Finalmente Mary e Gigi cominciano le manovre di avvicinamento al parto e si recano in ospedale per gli ultimi tracciati e la preospedalizzazione.
L’obiettivo principale della futura mamma è quella di essere rassicurata sul fatto che il compagno le potrà stare vicino tutto il tempo, «no signora, il marito potrà stare in camera con lei solo durante gli orari di visita» le spiega subito la bella ostetrica che li accoglie in reparto. Ma come? Il ginecologo le aveva assicurato che avrebbero permesso a Gigi di restare con lei!
Mary si agita e pian piano il nervosismo converte in una specie di tremore che le agita le mani e poi su verso il collo teso, domani resterà con la schiena bloccata, poi sempre più su verso le labbra sottili che diventano una ferita sul viso e gli occhi si tendono fino a farla somigliare a una tigre che sta puntando la preda. Sta per giocarsi la carta del pianto, ha tante lacrime e non ha paura di usarle.
L’ostetrica è giovane, di una bellezza indecente, capelli neri corti e occhioni pieni entusiasmo a livelli vomitevoli «ma non si incupisca signora», inspira aria come se volesse fumarsi il mondo «questo è il
reparto della gioia!» cinguetta cercando di coinvolgere la panzona che ha di fronte in quella sua irrazionale e incontenibile felicità.
Mary non si lascia corrompere «sono felicissima» ringhia mentre la sua bocca si accomoda in una sorta di paresi a denti stretti «però il mio ginecologo mi aveva assicurato che il mio compagno avrebbe
potuto partecipare al parto e io non posso farcela senza di lui». Si pente immediatamente di quella affermazione che ovviamente la giuliva dottoressa prende al balzo e spara contro la porta avversaria
«ma sì che ce la può fare, siamo qui apposta per lei.»
La seconda preoccupazione della futura mamma è stabilire i dettagli sull’anestesia, parlare col medico anestesista, farsi spiegare come funziona, «ah è un parto podalico?» ipotizza la giuliva ostetrica con
aria interrogativa, lasciando tramontare il sorriso sul filo della solidarietà, «no, il bambino è in posizione ma io voglio comunque l’anestesia».
«Quale anestesia?»
«L’epidurale immagino.»
«Non facciamo anestesia per le partorienti che non fanno il cesareo», risponde l’ostetrica lasciando risorgere il sorriso che però si piega leggermente verso l’irrisione.
«Ma non esiste che io partorisca senza anestesia»
«Ma su, signora, sorrida, questo è il reparto più bello del mondo, qui nascono vite, forza, ce la farà anche senza anestesia.»
La vedremo.
Il giorno del ricovero Mary viene accompagnata in una stanza grande, luminosa, con un bel televisore a muro e un letto vuoto a fianco al suo, «la signora che occupa quel letto è al piano di sopra a
partorire» spiega l’infermiera, e tutto sa di tranquillità e filosofia zen, compreso il sole che inonda tutto l’ambiente, una meraviglia, magari si riesce pure a ottenere che Gigi resti buono buono, nascosto alla
vista della caposala per tutto il travaglio. Le contrazioni cominciano a farsi sentire dopo la flebo per indurre il travaglio e Mary comincia a togliere un po’ di polvere dal repertorio di improperi e
rivisitazione di bestemmie in chiave pudica, che restano comunque l’armamentario di sfondamento, la bomba atomica dell’eloquio da sofferenza destinato alla fase dell’espulsione.
Torna la compagna di stanza, bella fresca come una mozzarella presa dal frigo, con un codazzo di parenti festeggianti, due figli in età scolare, l’orgoglioso papà, Dio solo sa chi sono gli altri e palloncini e nastri e ricchi premi e cotillon. Ridono, scherzano, schiamazzano, strombettano e passa la banda del paese che intona una marcetta, il sindaco con la fascia tricolore, sposa due medici, fa un discorso al microfono e si congratula con la neo mamma, intanto Mary cerca disperatamente di comunicare con gli occhi di fare meno chiasso, basso profilo, prima che arrivi la capo reparto. Troppo tardi, si affaccia un’infermiera e avverte che entro dieci minuti i parenti devono lasciare il reparto. Mary si aggrappa al braccio di
Gigi «se te ne vai tu, io vengo con te», ma come si fa? Ormai ha firmato un sacco di moduli, la liberatoria che autorizza i sanitari a immobilizzarti con una siringa di tranquillante se tenti la fuga e dichiari di arrenderti al nemico, mani alzate e fazzoletto bianco sventolante tra le mani, quelli la tengono per le palle, sissignore.

Il compagno esce insieme alla carovana di festanti garibaldini e tenta un’azione diversiva, driblando le infermiere si intrufola nella stanza e si appoggia al muro, cambiando colore e assumendo l’effetto
trasparenza di un camaleonte su una foglia variopinta. Sembra funzionare e per le successive due ore, il futuro papà si può godere gli improperi della sua compagna al ritmo costante di due parolacce
soft e un’imprecazione ogni quaranta minuti. Le fitte col sottofondo di nausea interrompono conversazioni divertenti e amorevoli progetti sul bambino con la grazia di uno slot pubblicitario durante
il film “ghost”, tipo

“Oh, oh my love
Oh my darling
I’ve hungered… (dingalingalingangà “ma Perlagna è solo per la lagna?” “Cribbio! tu sbagli candeggio!” dingalingalingagà)… for your touch
A long and lonely time…”

E così scorre il tempo, «hai visto che cucciolo amorissimo il bimbo della signora qui a fianco? Che dici, come sarà questo pisellotto nostro? A giudicare da quanto scal… eeeecccheccazzooooo di Budda, porca eva disossata, no te lo scordi, non sto zitta per una minchia, fa un male boia… oddio, ecco, allora, insomma dicevo che secondo me è bello grosso.»
Ogni tanto passa un’ostetrica a visitarla, lancia un’occhiata a Gigi «io non ho visto nessuno» e parte alla ricerca di qualcosa dentro la vagina di Mary che è dolorante come se avesse preso un pugno,
«Siamo ancora lontane»
Siamo? Che cos’è? Una cazzo di partita di pallavolo? Qui a soffrire ci sto solo io, pensa la partoriente sfoggiando un sorriso da pubblicità.
L’ostetrica di turno raccomanda pazienza che qui la cosa è lunga, guarda il futuro papà con aria stanca e ripete «io non ho visto niente», quindi esce dalla stanza.
A un certo punto si presenta un’infermiera di ferro, la Margaret Thatcher della Sanità, un insieme di cattiveria e meticolosità in un involucro bianco di sadismo e punta subito Gigi, sapientemente
mimetizzato dietro un angolo della stanza. Deve aver seguito le sue tracce odorose come un segugio, lo punta dall’accettazione, non molla il suo odore dalla mattina e finalmente il coniglio è in trappola
«Non è orario di visita, tutti i parenti fuori … ma porca di quella pu… una cagnaboia di contrazione…» seguono mugugni incomprensibili, intanto la Lady di Ferro spinge fuori Gigi «via, fuori, tornerà in orario di visita», disperazione negli occhi di lei mentre lui cerca di comunicarle “torno appena riesco”, trionfo in
quelli dell’infermiera nazi “fuori un altro, che bello l’odore della paura a prima mattina”.

Mary continua a soffrire da sola, tutto ciò che le era stato promesso dal suo ginecologo, presenza di Gigi per tutto il tempo e anestesia, era stato sconfessato in reparto. La questione è molto semplice, la
donna partorirà con dolore, e che vuoi metterti contro le Sacre Scritture? Negli ospedali italiani le donne partorienti devono seguire una prassi stabilita agli albori della Creazione, occupano un lettino e
crepano silenziosamente di dolore, come da piano stabilito dal suo dio che se permettete saprà come si fanno le cose, no? Quindi nessuna epidurale.
«Ma io voglio decidere come partorire, è il mio momento!»
«Il tuo cosa? Sciocca! Decidiamo noi come partorisci tu.»
«Ma io soffro!»
«È giusto, sei tu una donna? Devi soffrire. Non la leggi la Bibbia? Rompipalle e pure miscredente?»
«Ma io conosco il medico anestesista di questo reparto e lui è d’accordo.»
«E io conosco Raul Bova e comunque la risposta è no.»
«Ma io pago, voglio pagare, pagherei per pagare, facciamo intramoenia? Vi supplico!»
«Giammai.»
«Ma questo è un inferno!»
«Hai voluto la mela? E adesso partorisci senza anestesia, donna!» detto per altro da un’altra donna, «non è vero che sia l’inferno la peggiore di ogni cosa, ad esempio la degenza, dell’inferno è peggio
ancor», declama l’infermiera arrotolandosi la stola intorno al camice mentre crea un’impercettibile movimento d’aria nella stanza, «nessuna anestesia cara, sta buona e aspetta il tuo momento».
Durante la notte le si chiudono gli occhi tra una contrazione e l’altra, impreca nel sonno, persino la fase REM la teme e si tiene a distanza. Mary resta sfinita in dormiveglia e tra le fessure degli occhi
intravede un’ombra in movimento. Un’infermiera le sta dicendo qualcosa, c’è il torrone che vuole leccarla, c’è il motore che vuole incepparla, no, ecco, c’è il dottore che vuole visitarla, è il ginecologo del turno di notte.
Si alza, arranca, impreca, cammina piegata sotto le fitte delle contrazioni e raggiunge la sala in fondo al corridoio. Vede uscire un’altra partoriente stanca, logorata, piegata come lei dentro una vestaglia pomposa Luigi XV che le lancia un’occhiata tipo “togliti ogni speranza”. Raggiunge l’antro del medico che le chiede come sta, «dottore qui nessuno mi dà retta, io voglio l’anestesia», lui la osserva con premura e le chiede se stia soffrendo oltre misura, sembra un essere umano, un infiltrato tra i Mostri del Dolore. Una
speranza nasce in lei quando il dottor Umano la prega dolcemente di sdraiarsi sul lettino «accidenti, mi dispiace, vediamo cosa possiamo fare». La gratitudine, la speranza, perfino un filo di euforia
si impossessa di Mary, certo dottore, mi visiti, mi salvi, mi porti via da qui. Il ginecologo si avvicina all’afflitta vagina invocante pietosa eutanasia e la visita con gentilezza. Forza dottore, chiami i colleghi,
invochi una squadra di anestesisti, lenisca in mio dolore.
«E no signora, sono veramente dispiaciuto, non posso farle fare l’anestesia adesso, in uno stadio così avanzato, praticamente non servirebbe a niente. Deve aspettare ancora…»
“Qualche istante? Qualche attimo? Qualche minuto?”
«… qualche ora, ormai ci siamo».
Sorge il sole, malgrado siano ore che Mary non mangia non riesce neanche a pensare al cibo che invece la sua compagna di stanza sta consumando voracemente. Le contrazioni sono corredate di nausea
e ogni tipo di malessere intestinale. Continuano le visite di monitoraggio di infermiere e ostetriche. Torna la Giuliva che l’aveva accolta la prima volta col suo immotivato e perenne buonumore, quel sorriso deve essere una paresi facciale altrimenti non si spiega.
Io esigo almeno un atteggiamento dimesso al mio cospetto, qui si soffre, che cazzo! E invece lei ride, è felice per la vita che quel famoso dio di cui sopra le ha donato, è felice per le vite che contribuisce a far nascere, è felice per me e davvero non mi sembra il caso al momento, è felice… «Uh cara, è ora, è ora, andiamo, la porto su in sala parto, andiamo, andiamo!» la guarda aspettandosi entusiasmo e partecipazione, a quel punto Mary non se la sente di ferirla e sfoggia il più finto dei sorrisi «yuppy!»
La partoriente viene portata in uno stanzone adiacente alla sala parto dove vengono parcheggiate le panzone in attesa di sgravare, fra lamenti e mormorii di dolore. Intanto dalle sale per l’espulsione
arrivano urla agghiaccianti di esseri umani scuoiati vivi e arsi sul sacro fuoco di un falò propiziatorio, appesi a un palo che passa tra bocca e culo, versi disumani di poveri esseri esorcizzati da preti di
strada abituati a conversare con Satana in persona, richiami strazianti di creature dell’universo tolkeniano, orchetti che si lanciano all’attacco degli elfi, sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme! Masse isteriche! (cit Ghostbusters). Per fortuna arriva Gigi al quale è stato dato il permesso di assistere al parto grazie all’intercessione di un suo zio cardinale.
Entrano finalmente in sala parto. Da una stanza vicina arrivano delle voci familiari, carezzevoli, che donano a Mary una dolcissima sensazione di sollievo, «cosa sono queste voci? Da dove giungono a recarmi conforto et refrigerio?»
«Quali voci?» la Giuliva si è preparata col suo bel camice sterile ed è già in postazione kick off, pronta a riceve il lancio. Resta in ascolto
un momento e risponde «ah certo, questa è la sala infermiere qui a fianco, stanno guardando Beautiful». Ottimo, oltre alla tragedia, al dolore, alla beffa di non aver ricevuto l’anestesia, Mery deve constatare tristemente che sta anche perdendo Beautiful. Veramente ottimo. Grazie tante.
«E adesso spinga-spinga, come se dovesse fare la cacca».
Dopo un’ora di dolori inimmaginabili, una sequenza di urla disumane, la creazione di nuovi ingiuriosi epiteti rivolti a tutto il personale medico e una minaccia di denuncia rivolta al ginecologo, nasce il bambino. Più che un’espulsione è un Wild Pitch intercettato dalla Giuliva, ben piantata a gambe larghe davanti all’oscura voragine della vagina, con un guantone di pelle e il berretto leggermente calato su un lato. Sembra una leggiadra ballerina del Bol’šoj e invece è pronta a ricevere l’azione, sputa a terra, si strofina la fronte per spostare goccioline di sudore e afferra il pupo ammortizzando agevolmente il rinculo.
Perché è così che noi donne partoriamo dalla notte dei tempi.
©Ale Ortica

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