
“Ma guarda che non è cretina, solo le metti una gran soggezione”.
La Pinty lo dice convinta ed io sollevo gli occhi al cielo: “E per sembrare intelligente dice cose cretine? Ma che astuta faina”, commento non troppo gentilmente.
È che io, l’Imbalsamata, proprio non la reggo.
Non è una mia amica, ma è cara-amica di care-amiche e, per fortuna di rado, capita che entri nell’orbita delle Rosso Menopausa per qualche cena o aperitivo o serata.
Il soprannome “Imbalsamata” ovviamente gliel’ho dato io, perché non ha mai un capello fuori posto.
Avete presente quelle donne che sono ben pettinate anche dopo l’esplosione della bomba H e che non rinunciano a truccarsi nemmeno in punto di morte?
Ecco, una di quelle.
Una che, a mio avviso, al mattino pettina pure le ciglia ad una ad una e le mette in piega con la lacca per i capelli.
Ora, non dico che l’Imbalsamata sia una cretina ma, perdio, fa di tutto per dimostrarlo.
“Non le sto simpatica. Nemmeno un po’. E non lo nasconde. D’altronde, nemmeno lei non mi sta simpatica. Nemmeno un po’”.
“E non lo nascondi” chiosa la St. Mary studiando la lista dei cocktail.
Sbuffo e mi agito sulla seggiola del bar dove da anni consumiamo l’aperitivo settimanale del venerdì.
La Bertè ridacchia, la Niny mi guarda da sotto gli occhiali da sole.
“Beh, inizia a fingere un sorrisetto di circostanze perché ci sta per raggiungere per l’aperitivo”.
Un missile terra-aria. No, dico la Niny mi ha appena sparato un missile terra-aria prendendomi in pieno petto.
“Ma perché? Ma cosa devo espiare? E poi: chi è quel genio che l’ha invitata?”
La Niny, sempre da sotto gli occhiali da sole, fa un cenno verso la St. Mary: “L’abbiamo incontrata ieri in coda al supermercato e qualcuuuuna si è lasciata scappare che stasera ci saremmo viste per un aperitivo”.
Guardo trucida la St. Mary: “Non ti do della stronza, ma sappi che lo sto pensando intensamente”.
Lo so, lo so, state pensando che sia una vecchia intollerante e avete perfettamente ragione. Ma davvero l’mbalsamata non si regge.
Quando ci incrociamo (di rado, per fortuna, di rado), le nostre conversazioni avvengono più o meno così:
Lei (voce lenta e cantilenante): “Ciaaaaoooo Viviaaana come staaai?”
Io: “Un fiore, grazie. Tu?”
Lei: “Maaa insooommaaaa…un po’ ingrassaaaata”.
L’Imbalsamata oscilla spaventosamente fra la taglia 44 e la taglia 44 e in genere le basta tagliarsi le doppie punte per tornare al peso forma, ma, come ogni donna faiga che si rispetti, è convinta di essere GRASSA.
Ed io, dopo anni, mi son decisa a darle ragione e al suo ennesimo “sono un po’ ingrassata” le ho risposto con un laconico: “Noto”.
Apriti cielo.
L’Imbalsamata ha rischiato l’ictus, il Pollaio voleva espellermi dall’Europa occidentale per indegnità morale: “Ma sei pazza a dirle una cosa del genere? Le ci vorranno mesi per riprendersi!”
“Echissenefrega – ho commentato io – così la smette di rompere le palle con ‘sta storia del peso”.
Mi han guardata più o meno come avrebbero guardato Erode mentre flambava un paio di infanti.
I momenti di amena conversazione sono i più letali.
Io in genere mi siedo in un angolo e, a scadenza regolare, faccio andare su e giù la testa (avete presente quegli orrendi cani con la testa ciondolante che andavano di moda sui lunotti delle auto negli anni ’70? Ecco, una roba così) fingendo di seguire la discussione e di esserne financo interessata.
Ancora mi vengono i sudori freddi quando ripenso a una serata di diversi anni fa: la discussione languiva e l’Imbalsamata se ne uscì con un “Ma avete visto che hanno spostato la disposizione degli scaffali del Carrefour?”
A seguire, 45 minuti di minuziose spiegazioni.
Scaffale eri e scaffale ritornerai, ma in rinnovata disposizione.
Così sia.
Al decimo minuto di spiegazione ebbi un visione mistica, al diciottesimo pensai di fingere un malore, al trentanovesimo ero sull’orlo delle lacrime.
È che io, diciamolo, son poco ferrata in materia. In supermercatologia sono una frana.
Quando mi chiese se ero stata all’Iper per il 3×2, risposi che il 3×2 mi metteva tristezza perché mi faceva pensare alle misure del mio ex.
Non rise.
Forse per non increspare il rossetto.
“Eccola, sta arrivando – bisbiglia la Bertè – cerca di comportarti bene e non morderti la lingua se no muori avvelenata”.
Bon, penso, aperipollaio rovinato.
Di cosa vorrà parlare questa volta? Carrelli convergenti? Codici a barre? Scontistica applicata? Acquisto generativo?
L’Imbalsamata arriva e, al solito, non ha una virgola fuori posto. Con il suo sorriso di plastica, si siede e ordina un’acqua minerale naturale, senza ghiaccio, con mezza fetta di limone.
Per noi altre, alcol come se non ci fosse un domani, ovviamente.
Per un po’ si parla di lavoro, poi di figli, poi mi immergo nei fatti miei.
Ma proprio quando sto per rilassarmi, ecco la mannaia che si abbatte sul mio crapino: “Viviaaaana, ma in queeesti giooorni sei staaata nei negooozi della galleriaaa dell’Iiiipeeer?”
Oh cazzo, i negozi no. Non sono preparata.
E mi sento come al liceo o all’università, quando, regolare, mi beccavo la domandetta bastarda alla quale non sapevo rispondere nemmeno sotto tortura.
Prof, no, dai, non mi chieda che cosa sono le parossitone, mi chieda le perispomene.
No, le lingue agglutinanti non me le ricordo, ma se vuole le parlo delle agglomeranti.
Forse mi andava meglio in carrellologia.
Ho i sudori freddi e sto per fingere uno svenimento quando i nervi mi schiantano e la verità esce nuda e cruda: “A dire il vero, non ho mai visitato la galleria dell’Iper”.
“Ma esisterà da almeno vent’anni” mi fa notare l’Imbalsamata. Nella sua voce colgo un tono di rammarico.
“O beh – replico serafica – sono più di vent’anni che mi vesto grazie ai cassonetti della Caritas”.
Mio sguardo conciliante, suo sguardo di riprovazione.
E il suo sguardo dice, inequivocabilmente, una cosa sola: in negoziologia, rimandata a settembre.
©Viviana Gabrini, 2026