Intervista a Santippe


VIV: Santippe cara, benvenuta e grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo dal principio: come ci si sente a essere famosa come “la donna che è riuscita a far arrabbiare un uomo che non si arrabbiava mai” ovvero il famoso filosofo Socrate?
SANTIPPE: Grazie a te: sono 2400 anni che aspetto di dire la mia e fare chiarezza. Mi chiamano “la bisbetica di Atene”, “la nuvola temporalesca”, “la palestra di pazienza di Socrate”. Ma sai che ti dico? Se non ci fossi stata io, il mio caro marito filosofo sarebbe ancora lì, in, piazza a parlare con le pietre. Qualcuno doveva pur ricordargli che a casa c’erano bocche da sfamare e panni da lavare, non solo anime da interrogare!
VIV: Mi pare giusto. Raccontaci com’è nato il vostro matrimonio. Si dice che Socrate ti abbia scelta apposta perché eri, come dire, un cavallo selvaggio da domare.
SANTIPPE: Proprio così. Lui lo raccontava in giro ridendo: “Per diventare un buon cavaliere bisogna montare un cavallo che scalcia”. Io ero il suo progetto filosofico personale. Peccato che il progetto abbia scalciato più di quanto previsto. Il giorno delle nozze gli dissi: “Socrate, se credi che il matrimonio sia come uno dei tuoi dialoghi, ti sbagli. Qui si parla, ma alla fine vince chi urla più forte”. Lui rispose: “Allora vincerai sempre tu, mia cara”. E aveva ragione.
VIV: Uno degli aneddoti più famosi è quello del secchio d’acqua. O era un vaso da notte? Raccontaci la tua versione, perché la storia è sempre raccontata dal suo punto di vista.
SANTIPPE: Ah, il famoso “tanto tuonò che piovve”! Quel giorno ero furiosa. Lui era sparito dall’alba, io avevo pulito casa, preparato da mangiare con quattro fichi secchi e un po’ di pane stantio, e lui torna tranquillo come se niente fosse, con tre discepoli al seguito che volevano “discutere dell’anima” al nostro tavolo. Gli ho urlato dietro per mezz’ora. Lui zitto, sereno. Allora ho preso il secchio… e gliel’ho rovesciato in testa. Acqua sporca, naturalmente. Lui si asciuga la faccia e dice: “Dopo il tuono, la pioggia era inevitabile”. Io gli ho risposto: “E dopo la pioggia viene il fango, caro mio. E tu ci cammini dentro da una vita”.
VIV: Implacabile. E lui non si arrabbiava mai? Davvero?
SANTIPPE: Mai! Era esasperante. Una volta gli ho strappato la tunica di dosso durante una discussione. Lui ha guardato i brandelli e ha commentato: “Bene, ora ho una tunica più ventilata. Grazie, amore”. Un’altra volta Alcibiade gli ha mandato in regalo una torta. Io, convinta che fosse un messaggio da parte di qualche amante, l’ho calpestata con tutti e due i piedi. Socrate arriva, vede la torta spiaccicata e dice: “Perfetto, così non ne avrai neanche tu”. Poi si è seduto e ha mangiato un pezzo di pane secco sorridendo. Io volevo strangolarlo con le mie mani.
VIV: Lo racconti con una certa tenerezza. Sembri quasi… affezionata mentre ne parli.
SANTIPPE: Affezionata? Ero innamorata persa di quel pazzo. Ma era impossibile conviverci! Passava le giornate a chiedere alla gente “Che cos’è la virtù?” mentre io chiedevo “Che cos’è la cena stasera?”. Lui rispondeva: “La virtù è conoscere se stessi”. Io ribattevo: “Conoscere se stessi è utile, ma conoscere dove sono i soldi per il mercato lo è di più!”.
VIV: Parliamo dei figli: Lamprocle, Sofronisco e Menesseno. Come reagiva Socrate quando i bambini facevano i capricci?
SANTIPPE: I bambini facevano i capricci? No, cara. I bambini erano angeli, paragonati al padre. Lamprocle una volta venne da me piangendo: “Mamma, papà dice sempre ‘so di non sapere’, ma quando gli chiedo di riparare il tetto risponde ‘conosci te stesso’ e se ne va in piazza!”. Io gli ho detto: “Figlio mio, tuo padre è come una nuvola: bella da guardare, ma quando serve l’acqua non c’è mai”. Socrate sentì e rise: “Almeno non piove acido come tua madre”.
VIV: Crudele! E la storia della cena con gli ospiti importanti?
SANTIPPE: Ah sì. Una volta porta a casa gente altolocata. In casa avevamo solo olive, pane e un po’ di formaggio andato a male. Io mi vergognavo come una ladra. Lui mi fa: “Non ti preoccupare, se sono saggi apprezzeranno la semplicità, se sono stupidi non meritano di meglio”. Io gli ho risposto: “Allora preparati, perché stasera mangeranno la mia rabbia come contorno”. Lui ha sorriso e ha detto agli ospiti: “Mia moglie è la migliore cuoca di Atene… di insulti”.
VIV: Socrate diceva che sopportare te, lo preparava a sopportare chiunque. Tu cosa ne pensi?
SANTIPPE: Penso che fosse un complimento a doppio taglio. Tradotto: “Grazie per avermi allenato a trattare con tutti gli idioti di Atene”. Ma in realtà ero io quella che sopportava. Sopportavo che non portasse soldi a casa, che parlasse con chiunque tranne che con me di cose pratiche, che i vicini ridessero di noi. Una volta gli ho detto: “Socrate, se continui così morirai povero e famoso”. Lui: “Meglio che vivere ricco e dimenticato”. Io: “Parla per te. Io voglio morire con la pancia piena!”.
VIV: Veniamo al momento più drammatico: la prigione, la cicuta. Nel Fedone di Platone sembri disperata.
SANTIPPE: Disperata? Ero distrutta! Entro nella cella con i bambini, lui sta lì a chiacchierare dell’immortalità dell’anima come se dovesse andare a una festa. Io scoppio a piangere, grido, mi strappo i capelli. Lui fa segno di portarmi via perché “le donne fanno sempre scene”. Io gli ho urlato: “Tu muori innocente, ma io resto vedova con tre figli e nessuna pensione filosofica!”. Lui, con quel suo sorriso irritante: “E tu, volevi che morissi colpevole?”. Tipico suo. Anche in punto di morte doveva avere l’ultima parola.
VIV: Se potessi tornare indietro, lo sposeresti di nuovo?
SANTIPPE: (dopo una breve pausa) Sì. Maledizione, sì. Perché con lui non mi annoiavo mai. Con un marito normale avrei avuto una casa pulita, cibo in tavola e silenzi sereni. Con Socrate avevo urla, secchiate d’acqua, discussioni sull’anima e risate di nascosto. Era esasperante, era geniale, era mio. E poi ammettiamolo: senza di me non sarebbe diventato così famoso. Chi si ricorderebbe di un filosofo tranquillo? La gente ama le coppie impossibili. Io ero la sua parte impossibile.
VIV: Se Socrate fosse vivo oggi, secondo te come andrebbe il vostro matrimonio nell’epoca dei social, degli smartphone e del “mindfulness”?
SANTIPPE: Oh, sarebbe un disastro epico! Lui passerebbe tutto il giorno su X (o, come si chiamava prima, Twitter) a fare domande scomode tipo “Ma davvero pensate che la felicità sia un like?”. Io gli urlerei: “Socrate, metti giù quel coso e vai a fare la spesa!”. Lui risponderebbe: “Ma cara, sto praticando la maieutica digitale”. Io gli lancerei il telefono dalla finestra e direi: “Ecco la tua maieutica: ora partorirai l’idea di andare al supermercato”. E lui, invece di arrabbiarsi, posterebbe una storia: “Mia moglie mi ha appena insegnato che la vera saggezza è schivare oggetti volanti”. I follower impazzirebbero. Noi due saremmo la coppia più virale di Atene 2.0. Io diventerei “Santippe la Scoppiettante” e lui “Socrate il Calmo”. Alla fine litigheremmo lo stesso, ma con più spettatori.
VIV: Ultima domanda: se oggi dovessi dare un consiglio alle mogli di filosofi, intellettuali, uomini che vivono con la testa tra le nuvole, che cosa diresti?
SANTIPPE: Prendete un secchio grande. Riempitelo d’acqua fredda. E quando lui vi dice “ma cara, sto pensando al Bene Supremo”, rovesciateglielo in testa e ditegli: “Il Bene Supremo oggi è un pavimento asciutto e una cena calda”. E se vi risponde con una battuta socratica, rovesciatene un altro. Funziona. Più o meno. Oppure divorziate e sposate un calzolaio. Almeno lui sa fare qualcosa di utile con le mani.
VIV: Santippe, sei stata fantastica. Irresistibile, tagliente, umana. Grazie per questa intervista.
SANTIPPE: Grazie a te. E di’ ai tuoi lettori: se vostro marito passa troppo tempo a pensare, mandatelo da me. Gli insegno io a conoscere se stesso, con l’aiuto di un bel secchio.
VIV: E con questa perla chiudiamo e ringraziamo Santippe, la donna che ha fatto tuonare e piovere sulla filosofia occidentale.

©Viviana Gabrini, 2026



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