
VIV: Benvenuta su Sdiario, Peseshet, e grazie per aver accettato questa intervista. “Signora Sovrintendente delle Mediche” della IV Dinastia. O era la V? Gli egittologi litigano ancora, ma tu eri lì. Come ti senti a essere la prima dottoressa della Storia quando la Storia non aveva ancora inventato il termine “dottoressa”?
PESESHET: Prima di tutto, chiariamo: il mio titolo era “imy-r swnwt”, Sovrintendente delle Mediche Donne, non “dottoressa”. Gli egiziani non perdevano tempo con titoli da LinkedIn. Io dirigevo le donne che curavano altre donne. E sì, ero lì quando Khufu, quello che voi avete ellenizzato in Cheope, faceva impilare pietre grandi come case. E quindi sì, io c’ero durante la IV dinastia, qualcosa come 4500 anni fa.
VIV: Le fonti dicono che eri laureata in ostetricia presso un’antica scuola di medicina a Sais, ma sei considerata anche una pioniera della fisica moderna. Ci spieghi il tuo percorso?
PESESHET: Laureata? Nel mio tempo non esistevano pergamene con il sigillo dell’Università di Alessandria, anche perché Alessandria non esisteva ancora!
Noi avevamo le “Case della Vita” nei templi, soprattutto a Sais, che era famosa per la medicina. Lì si insegnava tutto: erbe, incantesimi utili, come riconoscere una presentazione podalica, come far girare il bambino con le mani, come usare il peseshkef (quel coltello rituale per tagliare il cordone). Molte di noi si formavano proprio come levatrici. Non c’era il titolo preciso “ostetrica” come oggi, ma il lavoro esisteva eccome. Aiutavamo le partorienti sedute su mattoni da parto, usavamo oli, preghiere a Taweret (la dea ippopotamo protettrice delle nascite) e tanta pratica. Se una levatrice sbagliava, rischiava di perdere madre e bambino. Io insegnavo a non sbagliare. Quindi, non ero “laureata” con toga e tocco, ma sì, ero tra quelle che formavano le nuove generazioni di levatrici. Chiamiamola specializzazione sul campo, con tanto di false porte che lo testimoniano.
VIV: E come mai alcuni ti considerano una pioniera della fisica moderna?
PESESHET: Credo che sia successo un piccolo pasticcio nei vostri libri moderni. Qualcuno ha mescolato nomi, date e tombe. C’è stata confusione con un’altra figura (una certa Merit-Ptah che probabilmente non è mai esistita così come ve la raccontavano), e poi qualcuno ha voluto infilarmi in tutte le liste di “prime donne nella scienza”. Medicina sì, ostetricia e supervisione delle mediche sì. Fisica quantistica o meccanica newtoniana no, grazie. Io steccavo ossa, non calcolavo la caduta dei gravi. Se proprio volete darmi un merito in “fisica”, dite che conoscevo la forza di gravità empiricamente: quando un bambino esce dal corpo della madre, va sempre verso il basso, mai verso il soffitto. Quella è l’unica legge fisica che applicavo tutti i giorni! E se volete chiamarmi pioniera, chiamatemi pioniera della medicina delle donne.
VIV: Torniamo dunque al tuo ruolo: la tua falsa porta nella màstaba di tuo figlio Akhethetep a Giza ti presenta come “Sovrintendente delle Mediche”, “Conoscente del Re” e “Sovrintendente dei Sacerdoti Funerari della Madre del Re”. Tre titoli da paura. Spiegaci: eri tu a operare, o eri la capa che controllava che le altre non sbagliassero la dose di oppio?
PESESHET: Operavo anch’io, non con il bisturi di oggi, ma con il coltello di selce e il papiro di istruzioni. Curavamo fratture con stecche di legno, suturavamo con filo di lino, usavamo miele per le infezioni perché il miele uccide i batteri e lo sapevamo già 4500 anni fa. Ma il mio ruolo principale era insegnare e coordinare. A Sais c’era una scuola dove formavamo le levatrici. Io verificavo che sapessero distinguere un parto podalico da un parto normale senza far morire la madre. E sì, ero anche la “capa”. Quando una medichetta esagerava con il papiro magico invece della medicina vera, le dicevo: “Ra non guarisce le emorragie, il cataplasma di fichi sì”.
VIV: Dimmi la verità: essere donna e capo in un mondo di uomini con perizoma e bastone da comando non era uno scherzo. Come facevi a farti rispettare? Minacciavi di mandarli dal dio coccodrillo?
PESESHET: No, minacciavo di non curare più le loro madri, le mogli e le figlie. Funzionava meglio di qualsiasi bastone. Il faraone stesso mi chiamava “Conoscente del Re” perché mia famiglia era vicina alla corte. Mio marito Kanefer era un funzionario, mio figlio Akhethetep divenne sovrintendente dei sacerdoti. Ma il potere vero me lo sono guadagnato sul campo: quando un parto andava era difficile e salvavo sia la madre che il bambino, anche i sacerdoti di Ptah abbassavano la testa. Le donne egiziane non erano oppresse come pensate voi. Potevamo possedere terre, divorziare, dirigere squadre di medici. Solo che non lo scrivevamo sui social.
VIV: Touché. Parliamo di medicina egizia, quella vera. Niente “mummie che camminano”, solo scienza. Qual era la malattia più temuta? E qual era il rimedio più assurdo che invece funzionava?
PESESHET: Le malattie più temute erano la febbre del Nilo, la malaria, la dissenteria, le infezioni dopo i parti. Il rimedio più assurdo che funzionava? Il pane ammuffito sulle ferite. Oggi lo chiamate penicillina, noi lo chiamavamo “il dono di Sekhmet quando era di buon umore”. E poi l’aglio per le infezioni intestinali, la cipolla per i parassiti, il latte di donna per le ustioni. Funzionava. Non tutto era magia: avevamo il papiro che oggi chiamate Edwin Smith con descrizioni chirurgiche precise: “Se il paziente ha il cranio rotto come un vaso di terracotta, non lo tocchiamo. Se è solo incrinato, lo steccchiamo”.
Precisi come voi, solo senza TAC.
VIV:Ok, ora la domanda che tutti si fanno: hai mai curato un faraone?
PESESHET: Khufu no, ma suo figlio sì. Una volta il principe si è slogato la spalla cadendo dal carro durante una caccia. Io ero lì. Gli ho fatto bere birra con papavero e gli ho rimesso l’osso a posto con un colpo secco. Mi ha regalato una collana d’oro. La conservo ancora, da qualche parte nel Duat.
VIV: Il Duat?
PESESHET: Il nostro Oltretomba, cara.
VIV: Collana d’oro per una riduzione di spalla? Oggi ti darebbero un like e un caffè. Cambiando argomento: tuo figlio Akhethetep ti ha dedicato quella falsa porta stupenda. Che rapporto avevate? Era il classico figlio orgoglioso che diceva “mia madre è la migliore dottoressa del regno”?
PESESHET: Akhethetep era un bravo ragazzo e sulla falsa porta ha fatto scrivere tutti i miei titoli. Era il suo modo di dire “grazie”. E anche “non dimenticatemi quando sarò nel Duat”.
VIV: Bellissimo. Ora dimmi: se tu arrivassi oggi in un ospedale moderno, cosa diresti alle tue colleghe dottoresse? E cosa ti stupirebbe di più del 2026?
PESESHET: Direi: “Brave, finalmente vi pagano e non dovete nascondervi dietro un perizoma”. Poi mi stupirebbe l’antibiotico vero (non il pane ammuffito), i macchinari che guardano dentro i corpi senza aprirli (noi ci avremmo messo ore, litri di sangue e non era scontato che il malato sopravvivesse).
VIV: Ultima domanda, Peseshet: che messaggio lasci alle donne che oggi vogliono fare la medica o la ricercatrice?
PESESHET: Non chiedete il permesso. Prendete il papiro, il coltello, la conoscenza. Curate, insegnate, comandate. Il mondo è pieno di fratture. Qualcuno deve steccarle. E se vi dicono che una donna non può, ricordate: io l’ho fatto 4500 anni fa, con una gonna di lino e senza nessun like. Voi avete gli strumenti. Usateli. E se proprio serve, un po’ di magia non guasta mai.
VIV: Peseshet, sei ufficialmente la mia eroina preferita di tutti i tempi. Grazie per aver attraversato il Duat per questa chiacchierata.
PESESHET: Grazie a te. E ricordati: se un giorno ti sloghi una spalla, chiamami, arrivo in un battito di ali di ibis.
©Viviana Gabrini, 2026