Il problema

Questo e Quello sono nati nello stesso anno, sono stati compagni di
classe alle elementari e alle medie. Hanno visto gli stessi occhi
innamorati di mamma, riso davanti alla stessa maialina rosa in tv,
ascoltato tanti discorsi da adulti che non hanno capito. Due
contenitori venuti al mondo vuoti e pronti per essere riempiti.
Sono nati in ambienti molto simili ma uno dei due ha scoperto di
essere un ibrido alieno. La mamma gli raccontava che i suoi
splendidi capelli erano raggi di luce intergalattica, ma cos’è una cosa
intergalattica? Guarda questo libro, parla dei pianeti, della polvere di
stelle che poi è la materia di cui siamo fatti tutti noi esseri viventi, e
guarda qua che bei disegni, l’arte, le splendide proporzioni delle
illustrazioni, i colori vividi, sentirsi trasportati dalle correnti
ascensionali, e viaggiare, e volare col pensiero, con l’anima, che
musica suonano i pianeti mentre fluttuano? Ecco, spiegava la
mamma, forse un sibilo, forse cinque accordi, vuoi vedere un film?
Si chiama “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, lo guardiamo
insieme. E il bambino si innamorò dei film, dei libri illustrati, le
colonne sonore, le grandi orchestre, volle imparare a suonare il
violino, cercò di interpretare la sua idea di musica interstellare. Era
difficile essere consapevole di non appartenere al mondo in cui
viveva, di avere una pelle di colore diverso sotto lo strato visibile:
aveva visto tutti gli episodi di “Visitors” e sapeva come andavano
quelle cose. Non gli sembrò strano quando tutte le declinazioni
dell’altro bambino cominciarono a insultarlo a scuola e a
combatterlo come un nemico. Era comprensibile ma faceva male lo
stesso. I suoi genitori cercarono di rassicurare tutte le autorità
scolastiche sul fatto che loro figlio non era un pericolo, non
intendeva destabilizzare i compagni, far crescere sulle loro teste dei
capelli colorati o insegnare loro a volare fuori dai comodi schermi
degli smartphone dentro i quali erano stati rinchiusi dai loro
genitori. Lui voleva solo esistere e nient’altro. Ma anche un piccolo
alieno, ancorché consapevole di essere fatto della stessa sostanza
delle stelle, può essere spinto a considerare i suoi superpoteri
sbagliati solo perché incomprensibili per chi lo circonda e quindi
spaventevoli.
Le dieci, cento, mille declinazioni terrorizzate crearono un muro di
scherno e rifiuto che rubò l’aria al piccolo alieno cosicché egli non
potesse più respirare né sorridere. Finché un giorno, la creatura dai
capelli di luce decise di partire verso l’immensità dello spazio.
L’unico suo rimpianto fu il fatto di non poter portare con sé gli
adorati genitori, così speciali da ricevere il dono di accogliere come
proprio figlio il Principe delle Stelle.
(Fine del racconto)
Il suicidio di un ragazzino di 14 anni bullizzato in quanto percepito
come “diverso” è una responsabilità collettiva. Alcuni compagni lo
chiamavano “Piccolo Principe” perché aveva l’abitudine di farsi la
doccia ogni mattina, come se quel nomignolo fosse offensivo. Mi
sto chiedendo come sarebbe andata se quei ragazzi avessero avuto la
possibilità di leggere il libro di Antoine de Saint-Exupéry, perché è
evidente che non sapessero neanche cosa stessero citando.
Leggo editoriali e commenti sull’incorporeo collettivo dei bulli che
secondo qualcuno dovrebbe beccarsi trent’anni di galera: devono
marcire nelle segrete del castello, butta via la chiave, i mostri.
Torniamo così alla narrazione dell’extra come nemico, corpo
estraneo, tumore operabile: quei ragazzi vanno identificati e puniti
così che la società possa riprendere un’esistenza ordinata e nella
norma. Ma il principio di esclusione dell’extra, di lotta contro ciò
che si distingue dalla massa uniforme e rassicurante, è il canone
stabilito ed esasperato che stiamo instillando nei ragazzini dai primi
istanti in cui li lasciamo soli con un telefonino mentre mangiamo in
pace al ristorante. I nostri figli crescono e si inseriscono, senza
difese, in autostrade infinite di social, si ritrovano a condividere
meme di vecchi tromboni in divisa che berciano “tu omosessuale, è
inutile che insisti, sei diverso”, video di donne inquietanti che urlano
strappandosi vene del collo contro nemici che vanno sigillati in
campi di concentramento libici e albanesi prima che vengano a
invaderci, che ridere, quella quando urla sembra scoppiare, ci fanno
pure le canzoncine. Le ruspe disegnate come cartoon che avanzano
sui cadaveri di rom, quelli che per anni, con cura e grande
attenzione, sono stati consegnati al grande pubblico televisivo sotto
forma di gag di imprese temerarie, l’eroe cacciatore di teste che con
sprezzo del pericolo percorre fermate della metro e spodesta
zingaracci ladracci che se la legge non li proteggesse glie daremmo foco
a quelli!
I ragazzini ballano su Tik Tok, mica vanno a cercare gli account dei
politici, signora mia! Sì, ma i filmati scorrono automaticamente e
succede che quelli stanno guardando il compagno di classe nel video
in cui tira le caccole verso la telecamera quando, in un secondo si
ritrovano davanti il faccione di un giornalista che domani titolerà
“Finché la barcAllah”, paccottiglia “kompagni zekke sinistri”, matte
risate, sagacia e originalità del genere.
Ma naturalmente, siccome la retorica del diverso come “pericolo” e
“nemico da abbattere” è la base, il concime per far crescere gli
orticelli elettorali populisti, piante grasse facilissime da curare, solo
una goccia di slogan e lanci social e il gioco è fatto, noi che
facciamo? Ci raccontiamo che pure i bulli sono qualcosa di diverso
da chiudere in un campo di concentramento, insieme a chi non
scopa in maniera rassicurante, chi si è fatto togliere il pene e mi
destabilizza, chi non si è fatto togliere il pene ma ha il seno più
grosso di Serena Grandi, l’uomo nero che ti porta via, ma pure la
zingara lo fa, con o senza luna nera, e il mullah e Allah e limortà e
tutti quelli che non sanno che fa’.
Butta la chiave, qui solo razza pura, bianca bionda alta ma pure curt’
e nir’, diafana ma si abbronza, come un ministro razzista che non è
bello e impossibile ma ha il sapor mediorientale, un ex ufficiale con
la faccia da algerino, mezzo parlamento col DNA che parla tutte le
lingue delle dominazioni che hanno proliferato sulla nostra penisola
per centinaia di anni.
Via i bulli, via il problema.

©Ale Ortica

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