I Pezzenti

I Pezzenti erano abbigliati in maniera esotica, alcune vesti erano
lacere, trascurate, strappate in più punti, ma gli atteggiamenti erano
quelli di normali questuanti, gente povera delle campagne, prostrata
dal duro lavoro e dalla vita. Poveri regolari, con le facce cupe, i
lineamenti tesi in espressioni meditabonde, ispirate, visi rivolti al
cielo in attesa di risposte.
L’uomo d’affari sistemava la sua mercanzia su un lunghissimo
tavolo che poi era una sorta di catafalco di legno, pesante, logoro,
ricoperto da un telo di plastica. Canticchiava una nenia a denti
stretti, un motivetto arabeggiante inventato che si arricchiva di
parole festose usate a caso, auguri scomposti, cose che non
facevano rima con rose, pensieri concentrati sugli affari da portare a
termine. Una vita di progetti a brevissimo termine concentrati sul
guadagno della giornata, lo stato non ci aiuta.
Uno dei Pezzenti con aveva un contenitore tra le braccia e si
mostrava maestosamente lugubre, le membra smagrite, i muscoli
tesi, ci si chiedeva cosa contenesse quell’ingombro che sembrava
una valigia di cartone. L’uomo lo vide ma non gli prestò attenzione,
erano le 8.30 del mattino, aveva sonno, il primo caffè della giornata
non aveva sortito un grande effetto e i suoi pensieri erano già
orientati verso l’ora di pranzo. I sensi intorpiditi dal freddo,
l’umidità gli mordeva le ossa e la settimana di Natale era quella in
cui si lavorava di più: ritmi frenetici, masse isteriche di stranieri da
tenere sott’occhio perché molti di loro avevano il vizietto di infilarsi
qualcosa in tasca. L’uomo decise che il Pezzente con l’ingombro in
mano dovesse stare davanti, anche se quel pensiero gli si presentò
quasi come un corpo estraneo, un’epifania improvvisa: con quella
faccia da bruto era di grande impatto e avrebbe attirato l’attenzione
di tutti. Si unì allo strano capitano un manipolo di altri Pezzenti.
C’era una donna dall’espressione ferocemente deforme con le mani
consumate che si protendeva verso il vuoto, un paio di giovani
mariuncelli con le facce sveglie che sembravano correre, quasi
fuggire, chissà cosa avevano combinato. Un Pezzente molto
anziano era forse il pezzo più brutto ma anche quello meno turpe
con la sua espressione rassegnata, caro mio, pensava l’uomo, ti sei
fatto vecchiarello pure tu. Il Vecchio lo immalinconì, gli suggerì
quasi l’idea di massaggiarsi la schiena che, ricordò in quel momento,
era piegata dalla sciatica e lo costringeva a lunghe pause per sedersi
in bottega e stendere i piedi sotto il tavolo. Sistemò una cinquantina
di Pezzenti senza elaborare una scenografia, li espose tutti in prima
fila, scordò addirittura di mettere in evidenza le statuette della
Madonna con la faccia della politica urlante, il San Giuseppe con le
fattezze del padre di un aggressore sessuale, pastori trap, popolane
da talk show, la donna barbuta che invoca la pena di morte e l’uomo
a due teste, entrambe di cazzo. Tutti i pezzi grossi rimasero dietro ai
Pezzenti.
Un Pezzente scheletrico venne regalato a una signora truccata in
modo grottesco che ostentava gioielleria, opulenza e buona volontà.
L’ospite offrì il pacchetto alla donna ringraziandola per il cordiale
invito e le raccontò di aver acquistato quel pezzo unico nella strada
famosa dei presepi, sicuramente nessun altro ne avrebbe avuto uno
uguale. Lei scartò il pacchetto e osservò stupita il Pezzente, il viso
nero, gli occhi puntati verso il cielo, in contemplazione del mistero
divino. «Che delizia, un carbonaio», disse titubante. Lo passò tra le
dita toccandolo solo coi polpastrelli come fosse un reperto
radioattivo, ne studiò perplessa l’abbigliamento, la camicia scolpita
era disordinata e aperta su un petto scarno, la bocca aperta in una
muta implorazione. La donna individuò la posizione ideale per quel
personaggio, risoluta a eliminarlo dal centrotavola appena gli ospiti
se ne fossero andati. Lo nascose dietro una capannuccia di pastori
gioiosi per il lieto Avvento, puliti e allegri nelle loro vesti modeste
ma dignitose, persone presentabili che sicuramente non avrebbero
fatto passare l’appetito ai commensali.
La bimba portò a casa la Pezzente con le mani protese, grata al papà
per averle comprato quel pezzo sebbene a lui sembrasse davvero
brutto. La piccola mostrò il dono alla mamma che si inquietò col
marito, «come ti è venuto in mente di comprare quel coso? Sono
anni che faccio il santo presepe con le statuine di famiglia, quelle
antiche di nonna, le casupole fatte fare su misura dal falegname, le
fontane con l’acqua vera, tutto, tutto bello e perfetto, e tu spendi
soldi per un pezzo così orrendo?»
«Hai ragione, lo pensavo anch’io ma a tua figlia piaceva proprio
quella statuina, che dovevo fare? In fondo, il Natale è per i bimbi,
no? Magari la aiutiamo a sistemarla e la mettiamo in un angolo dove
non si vede.»
La piccola aveva già sistemato la Disperata vicino a un pastorello
bambino che portava il suo piccolo gregge giù da una montagnola di
cartapesta innevata, ripidissima. Era tutto solo. Ogni anno, ogni
Natale quel piccoletto scendeva giù dalla montagna con un gruppo
di pecorelle e il suo piccolo bastone come difesa. La piccola li
sistemò in modo che si guardassero e si compiacque della sua opera,
«da adesso sarete insieme, non siete più soli.»
Lui e lei camminavano insieme tra le bancarelle, non parlavano e
anche i loro occhi erano muti e distanti. Tre ragazzini sguaiati
correvano in mezzo alla folla scambiandosi improperi, ridevano
elettrizzandosi vicendevolmente con l’energia della gioia
inconsapevole tipica dei piccoli. Uno di questi urtò la coppia senza
neanche accorgersene, l’uomo reagì urlandogli dietro qualcosa e poi
cominciò a sfogare la propria frustrazione con la moglie che gli
camminava accanto reggendosi mollemente al suo braccio. Era
ancora lontano dal terminare una lunga disamina sulla
maleducazione dei bambini e la necessità di azioni dure e decise per
impartire loro un’educazione appena sufficiente, quando avvertì una
resistenza e fu obbligato a fermarsi davanti alla bancarella. Lei si era
interessata alle statuine esposte, una cosa inedita che venne
registrata dal cervello del marito come una sorta di bizzarria. Dopo
pochi istanti ella stava già contrattando il prezzo con un signore
sulla settantina, una calvizie incipiente e la schiena innaturalmente
curva. Si avvicinò a lei e le sussurrò «davvero stai cercando di
comprare quei cosi? Cosa ne vorresti fare?»
Lei lo guardò con l’impazienza di chi è costretto a spiegare l’ovvio e
rispose ad alta voce «ci devo fare il presepe, cosa altrimenti?»
Lui si sentì a disagio e pur potendo scegliere di far finta di nulla
(dopotutto si trattava di due oggetti di poco valore), si impuntò e
gustando ogni nota di disprezzo nella propria voce le rispose «ma
noi non abbiamo un presepe e non facciamo neanche l’albero di
natale.» La donna decise di ignorarlo, forse non udì neanche le
parole sibilate dal marito, si fece incartare i due Pezzenti e li ripose
accuratamente in borsa. Ripresero a camminare, lei era sempre
appoggiata al braccio di lui, più per abitudine che per affetto e con
una mano rigida e ferma proteggeva la borsa da eventuali urti
accidentali.
Quando furono a casa, lei estrasse il pacchetto e cominciò a
ispezionare il salotto piccolo e ben ordinato, in cerca di un posto
adatto. Si muoveva con aria perplessa, si fermava per un istante
davanti al pesante mobile che conteneva le stoviglie della festa,
arricciava le labbra e riprendeva l’esplorazione. La mensola con la
piccola collezione di pupazzi a forma di animale, il tavolino accanto
alla poltrona, tutto troppo piccolo, male esposto. Si fermò titubante
nei pressi del tavolino posto dietro lo schienale del divano a due
posti, usato per guardare la tv dopo cena. Era leggero e sopra di
esso, in bella vista, c’erano le foto di famiglia: in quella grande con la
cornice dorata lei posava in abito da sposa, un sorriso pieno di
speranza rivolto al marito, un giovanotto dall’aria simpatica che mai
avrebbe pensato di rivolgersi a lei con parole cattive. La donna
scansò le altre cornici che raffiguravano genitori e suoceri, un
nonno morto in guerra, una guerra qualsiasi, due avi che erano già
vecchi prima della maggiore età e la figliola di una sorella di lui.
Appoggiò nel mezzo i due Pezzenti, figurine di giovincelli dall’aria
spavalda sotto la quale si poteva intravedere l’incrostazione di un
terrore profondo. Le piccole sopracciglia erano state dipinte su
minuscole increspature come a sottolineare la sofferenza di quello
sguardo, gli occhi erano spalancati, pupille enormi su un bianco
innaturale. Talmente esili che la donna ebbe paura che potessero
cadere dal tavolo una volta sistemati, forse il vecchio della bancarella
aveva sbagliato le proporzioni. Invece si stabilizzarono subito e
rimasero nella posa che lei scelse per loro. Si guardavano l’un l’altro
come per farsi coraggio ma sembravano anche comunicarsi
vicendevolmente una sorta di ansia. La donna ci ripensò e li voltò
entrambi verso chi osservava. Lui sopraggiunse alle spalle della
moglie e riprese a parlare con un tono di derisione e dispetto, gli fu
chiaro in quel momento che umiliarla gli procurava un certo piacere,
«si può sapere cosa ci devi fare con quelle due schifezze? Sono i
pastorelli più brutti che abbia mai visto»,
«ci faccio il presepe»,
rispose lei decisa.
Lui non capiva, non c’erano presepi in quella casa e avevano
coltivato la speranza che un albero di natale potesse allietare i sogni
di un futuro figlio per almeno cinque anni, ma poi si erano fermati,
avevano ucciso l’attesa, avevano spento le lucine e tutto era rimasto
immobile, fino ad allora. L’idea di un presepe lo atterriva.
L’immagine di lei che si dava da fare per tenergli testa, si animava
come non faceva da anni e stabiliva le sue regole era semplicemente
nauseante. Tutto questo per un’idea, un embrione di presepe?
Bruttissimo, per giunta.
«Sei impazzita a poggiare questi cosi orrendi dove tutti possono
vederli? Se qualcuno viene a trovarci per prima cosa vede quei
pastorelli tremendi, ti rendi conto?»
«Non sono tremendi, sono soli. Direi che questo è proprio il loro
posto. Magari, col tempo, aggiungerò dei personaggi, non so. Per
adesso va bene così, mi piace sapere che sono al sicuro.»
Il giorno dopo, i due piccoli pezzenti giacevano a terra dopo aver
subito un urto violento. La donna tornò a casa e li trovò
irrimediabilmente disfatti in una miriade di briciole.
Devono essere caduti, disse lui.

©Ale Ortica

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