
Essere infelici non è obbligatorio.
Dico sul serio, sai? Oh, sì, lo so a che cosa stai pensando. Che ho bevuto oppure fumato o sarcazzo cosa.
Ma sono seria.
Per una volta, sono seria.
Ma come posso fartelo sentire sotto la pelle? Non ho gli strumenti e le parole, a volte, son poca cosa.
Allora cosa?
Vivere. Viverci.
Ma sì, capisco le tue obiezioni e non credere che le tue perplessità non siano anche le mie.
Ma, cazzo, guardami.
Sono ancora qui, no? Sempre in piedi. Una roccia. Incrollabile. Armata di bestemmie e sertralina, alcool e fumo, turpiloquio e risate.
Alti e bassi. Interminabili abissi e picchi inarrivabili.
E vita da mordere e annusare e provare.
Tutta una vita a rincorrere la normalità e ritrovarsi sempre (sempre) ai margini, border line, oltre le righe, minoranza.
E sia.
Et merde, alors. Chissenefrega. Avanti popolo, no?
E godiamoci tutto quel che possiamo afferrare.
Ora, qui, subito. Senza aspettare il domani, senza delegare a nessuno.
Una volta facevo il gioco delle cose per cui vale la pena vivere (Allen docet).
Ti ricordi?
I film in bianco e nero di Allen e di Truffaut. Il primo caffé al bar, di mattina presto. La mozzarella che cola dalla pizza bollente. Il primo sorso di traminer. I neri di Manet. Gli assoli di Petrucciani. Una notte insonne passata a vedere film. Stare su un palco e incantare la gente. Un bagno in mare all’alba. Mangiare con le mani. Bere a canna. Ridere sguaiatamente. Fare bolle di sapone.
Il resto metticelo tu.
Ti aiuto io, se vuoi.
©Viviana Gabrini, 2026
© Foto Viviana Gabrini