
“Sono molto preoccupata per i social. Mia figlia non sa cosa sia
lo smartphone; piuttosto che darle l’iPad per farla stare buona a
tavola, rinuncio a andare a cena fuori. Gli studi confermano che il
precoce utilizzo dei supporti digitali mette a repentaglio la
capacità conoscitiva del soggetto; si parla di farli vietare fino a 16
anni.”
Cristiana Capotondi
Perché questo terrore nei confronti dei propri figli? Cosa pensate
che possano ordire ai vostri danni se solo osate portarli al ristorante
con voi? Dire “piuttosto che sedare mio figlio con un telefonino
resto a casa” equivale a una dichiarazione di guerra preventiva: se
non posso tenerlo a bada con un dispositivo non oso presentarmi in
pubblico con lui. Questi tablet usati come ombrello atomico, una
posizione che presuppone la convinzione che la propria creatura sia
un nemico da contenere e non una persona con la quale è bello
stare insieme.
Tutte le volte che sono stata disturbata, in un locale pubblico, da
ragazzini allo stato brado, è accaduto perché i genitori li stavano
ignorando e questo è il nocciolo della questione.
Ci sono adulti che escono di casa come fosse una vendetta contro il
destino baro e meschino, l’atteggiamento di chi vorrebbe farla
pagare a me che non c’entro un cazzo e scusate se sono entrata
nello stesso locale scelto da voi.
“Siccome il lavoro mi logora, il partner mi stressa, mi girano le palle
a duemila, adesso voglio solo rilassarmi e non pensare a niente, figli
inclusi, quindi se questi cominciano a fare i capricci io fingo di non
sentirli e voi vi arrangiate, perché oggi, solo oggi, proprio oggi,
decido di fregarmene, quindi non osate farmi occhiatacce ‘che non è
giornata”, questo è l’atteggiamento tipico del genitore coi figli che
disturbano nei ristoranti. Eh ma tu che ne sai, quando cominciano a
rompere le scatole non c’è modo di farli stare zitti e buoni.
Innanzitutto “zitti e buoni” solo se sei una canzone dei Måneskin
perché se si parla di esseri umani, per quanto siano giovani, è
oltremodo offensivo rivolgersi a loro come fossero degli animali da
compagnia ai quali imporre le tue regole e una certa postura, se
smetti di abbaiare ti do un crocchino e tutti felici.
I bambini vogliono comunicare e lo fanno attraverso le proprie
competenze: quelli molto piccoli sono in grado di produrre solo dei
versi, ma per loro equivalgono a interi discorsi che neanche ci
sogniamo. Perché un genitore non si sente in obbligo morale di
rispondere in maniera civile a una cortese richiesta di attenzione?
Basterebbe quello, girare fisicamente il viso verso la creatura che
non è stata partorita dall’intera clientela del locale, collettività
esonerata dall’obbligo di accudirla. No perché se il bambino è
“anche un po’ mio” allora posso raggiungere il tuo tavolo,
prelevarlo e gestire a modo mio la situazione, capisci genitore? Gli
racconterò che l’uomo nero non è un mostro che viene a rapirlo se
non mangia i broccoletti e gli insegnerò pure che lo ritengo uno
stereotipo piuttosto razzista e lesivo della dignità di chi viene
circuito da tali fandonie, inoltre, se non gli piacciono i broccoletti i
genitori se ne dovranno fare una ragione, o imparare a cucinarli
sotto forma di hamburger, capito figliolo? Quello se ne starà seduto
sulle mie gambe e mi guarderà rapito, sì mio Signore, voglia Tu
deliziarmi con un’altra parabola. Per me va bene, io continuerò a
mangiare e intanto dedicherò alla creatura le attenzioni che avrebbe
desiderato ricevere da mamma e papà, ma il mondo è ingiusto e ce
ne faremo una ragione, io e il mio nuovo discepolo che libererò dai
malefici della superstizione e dagli inganni usati per renderlo
accondiscendente.
Se invece restiamo che il bambino è solo tuo, genitore, allora è una
tua responsabilità fare in modo che esso non si senta ignorato tanto
da dover invadere il mio spazio vitale con urla e pianti. Non ti viene
richiesto di dipingere la Cappella Sistina a testa in già con i pennelli
tra le dita dei piedi, basta solo rispondere alle sollecitazioni dei tuoi
figli, sorridere loro, muovere la saliera sul tavolo come fosse un
vascello, la vedi la barchetta? Dove va barchetta, su un’isola fatata?
E arriva il pepe, un grande mago… Perché vedi, seduto a tavola con
te c’è anche lui e potrebbe avere delle necessità che non sono piani
orditi nottetempo al solo scopo di ferirti e rovinare la tua serata. Ve
lo immaginate Pisellino, col suo ciucciotto in bocca che finge di
dormire nel lettino ma in realtà visualizza sé stesso in un ristorante,
fa calcoli complicati che manco l’AI per trovare il momento giusto,
quel varco spazio-temporale in cui infilare una bella cacca fumante
in modo che la sua mamma debba smettere di assaporare la pietanza
degli dei, smettila GianMariaMichele! Mamma si sta rilassando, non
rompere, non frignare, non urlare, non sbattere a terra la forchetta,
non puzzare di merda… un momento… non te la sarai mica fatta
addosso? Ecco, vedi (si rivolge al marito, GianMariaFiliberto) te lo
dicevo che ci avrebbe rovinato la serata, non ce la faccio più, fallo
smettere di scorreggiare, santiddio! Ci guardano tutti, ma che
vogliono questi, Filly passami il telefono e mettiamo “Peppa, un’ora
e mezza di cartoni per sedare tuo figlio al ristorante”, così si calma e
lo cambio quando siamo a casa.
Perché fuori dal perimetro dell’ambiente domestico, mamma e papà
si considerano in acque internazionali, le regole del normale vivere
civile non valgono più e soprattutto quel dolce fagiolino di cui si
vantano nella chat dell’asilo diventa un nemico da abbattere. Non
parlare, non ti muovere, non cosare. Intanto il tempo passa e vi
trovate davanti un giovanotto che continua a mangiare con gli occhi
puntati su un monitor quando siete al ristorante: lo fa perché non vi
conosce, è abituato a considerarvi un mondo a parte, figli di qua e
genitori di là. In sostanza, lo annoiate profondamente e alla fine
quel monitor che lo ha zittito per tanti anni diventa il dispositivo
che lui userà per non ascoltare voi, che siete solo dei gran
rompicoglioni.
©Ale Ortica