Condominio

Abitavo in un piccolo condominio con quattro proprietari. Era
un’autogestione, come a scuola, ma senza genitori disperati che
attendono il tuo ritorno e l’inebriante sensazione di mutande
sporche addosso da due giorni. Era un mondo bellissimo. Secondo
la legge non eravamo obbligati ad avere un amministratore di
condominio e non se ne sentiva il bisogno. C’era Gianni al secondo
piano, un contabile in pensione che sognava di fare regate tra Gaeta
e Terracina, una bandana sulla fronte e birra fresca vicino al timone,
completo bianco stile viveur. Un giorno lascerò questo
appartamento e vivrò in barca, amava ripetere assumendo
un’espressione malinconica, essendo quello un sogno che
contrastava con certi reumatismi cronici e una pigrizia che tendeva
ad aumentare con l’età. Gianni, era detto “il professore” e si
prestava da sempre a fare tutti i calcoli necessari alla distribuzione
delle spese condominiali. Inoltre era il depositario di tutta la
cronologia del palazzo, chi aveva vissuto in quale appartamento –
quando – a chi aveva affittato: era la nostra memoria storica. Poi
c’era la famiglia del terzo, un guazzabuglio di individui talmente
chiassosi che quando erano in casa lo capiva pure il passante e
l’avventore del bar di fronte. Laurenzio e Samuela avevano un
rapporto vivace e cacofonico fatto della stessa sostanza del
wrestling, presumibilmente culminante in appassionate prese al
tappeto notturne, visto che al mattino uscivano di casa in perfetta
armonia. Laurenzio accompagnava a scuola i tre figli della tempesta,
poi andava a lavorare in una fabbrica provvidenzialmente vicina alla
casa materna, dove pranzava per poi tornare a casa a ora di cena.
Samuela lavorava alle Poste, aveva orari e umori da statale, tornava
nel primo pomeriggio con i bambini e attendeva il marito per il
consueto rito serale del pacato e affettuoso scambio di opinioni,
risate, affetto, piatti e piccoli elettrodomestici.
Il primo piano era un porto di mare, diviso in appartamenti
lillipuziani che perfino un arredatore Ikea avrebbe alzato le mani,
ragazzi, qui si arredano sgabuzzini ma così è troppo. I due
proprietari non vivevano nel palazzo e affittavano a anni, mesi,
settimane e forse pure a rapporto sessuale.
La nostra piccola comunità aveva raggiunto un equilibrio, ci si
trovava per decidere come risolvere i piccoli problemi di ordinaria
manutenzione, si dividevano le spese calcolate in maniera perfetta
da Gianni, poi c’era quel terrazzo comune che prima o poi andava
ricoperto ma erano spese grosse, poi ci pensiamo. Intanto i
proprietari del primo piano si davano spesso alla macchia
suscitando sospetti e preventive antipatie, chiacchiericci sulla
puntualità dei pagamenti delle bollette, li si doveva sempre
sollecitare via WhatsApp perché vivevano fuori paese e dovevano
venire appositamente per lasciare la quota nella casella di posta del
palazzo. Erano “forestieri” e non vivevano i problemi del
quotidiano, del tutto disinteressati all’estetica delle scale, alla pulizia,
al profumo dell’ambiente comune, all’atmosfera, alla delicatezza
della tinteggiatura dei muri, non avevano il senso della comunità.
Un giorno il seme della discordia cominciò a germogliare dopo una
riunione a casa di Gianni indetta per parlare della necessaria
riparazione della caldaia, consultarci sugli artigiani conosciuti,
preventivi, normale amministrazione da caffè e biscottini. Mentre ci
salutavamo Samuela buttò giù la carta della luna nera, tra un bacetto
a mezza bocca e un abbraccio flaccido se uscì con un letale “ci
vorrebbe un amministratore”, al quale Gianni rispose senza indugio
“è vero, sarebbe ora”. Ma in che senso? Abbiamo sempre vissuto
bene senza, non capivo questa esigenza, all’improvviso, buttata lì
così. «Ragazzi ma non abbiamo bisogno di una spesa fissa del
genere, siamo un piccolo condominio», rispose uno dei proprietari
del primo piano che aveva appena ristrutturato uno dei suoi
gabbiotti, nobilitati dalla denominazione di appartamento.
«Ma sì, la legge è cambiata, adesso anche i piccoli condomini sono
costretti ad avere l’amministratore», rispose con fermezza Gianni,
mentre all’altro non risultava nulla del genere, «comunque» si inserì
Samuela «è molto più comodo con l’amministratore, fa tutto lui e ci
toglie ogni preoccupazione.» Fa tutto cosa? pensavo, non abbiamo
mai avuto bisogno di nulla.
Era così insensata ed estemporanea quell’uscita che non me ne
preoccupai più di tanto, anche se, la risposta immediata di Gianni
mi tormentava, era possibile che lui e Samuela ne avessero parlato
privatamente? E se sì, da chi era partita l’idea? Dall’umorale postina
del terzo piano o dall’attempato notabile del secondo che
rappresentava per tutti certezza e stabilità?
Passarono i mesi e le riparazioni, certo quel terrazzo era da
affrontare prima o poi, secondo Gianni potevano aprirsi delle
piccole crepe che avrebbero lasciato entrare la pioggia e creato
macchie di umidità ma ci saremmo organizzati con calma, avremmo
visionato preventivi, sono spese grosse.
Un pomeriggio io e Federico, il mio fidanzato, ci trovavamo a casa
di Gianni per una lettera indirizzata a lui che era stata erroneamente
infilata nella mia casella. Solite chiacchiere gioviali, pensava di
adottare un cane che sarebbe stato benissimo all’interno di quella
cornice di lupo di mare che si era costruito in testa, in navigazione
perenne sul litorale laziale, selvaggio e felice con la sola compagnia
di un quadrupede a bordo. Amabili risate, battute sull’età che lui si
portava benissimo, eh ma l’età c’è, vedremo, intanto qui ci vorrebbe
un amministratore. Ancora? Probabilmente di quell’argomento se
ne parlava in qualche segreta stanza.
«Gianni ti assicuro che la legge non ci obbliga affatto ad avere un
amministratore», rispose Fede con sicurezza, perché quel controllo
lo aveva fatto. «Ti dico di sì, io faccio consulenze in Regione e so
che è così. E poi lo sapevate che non si possono stipulare
assicurazioni senza aver costituito un condominio? Siamo obbligati,
purtroppo.» Quel “purtroppo” era chiaramente una presa in giro,
erano mesi che si complottava alle nostre spalle per imporci una
spesa inutile. Quel giorno ci lasciammo ognuno sulla propria
posizione, ma poi figuriamoci se quelli del primo piano accetteranno
il peso assurdo di un’inutile spesa fissa.
Arrivò la temuta convocazione di Gianni, insolitamente via mail,
scritta con un tono da burocrate che addirittura ci invitava a inviare
un nostro “delegato” nel caso non avessimo potuto essere presenti
di persona, l’oggetto della riunione era la discussione per decidere se
affidarci a un amministratore di condominio. Andammo decisi a
dire semplicemente no, sperando che l’amicizia e la simpatia
potessero restare immutate. Samuela poteva stare tranquilla, ci
saremmo incaricati personalmente di sollecitare i proprietari del
primo piano, piuttosto avremmo anticipato noi le spese
condominiali, sarebbe andato tutto bene. Del resto, nonostante
l’atteggiamento reverenziale che negli anni tutti avevamo adottato
nei confronti del contabile, io e Federico eravamo certi che neanche
Godzilla abbarbicato all’antenna centralizzata del palazzo avrebbe
annientato la capacità dei proprietari del primo piano di opporsi a
una spesa folle e ingiustificata, ci sentivamo al sicuro.
Al nostro arrivo ritrovammo l’accogliente salottino da maestro di
Gianni trasformato in un’aula di tribunale, il tavolo spostato in
modo da sembrare una cattedra, lui incombeva come un sacerdote e
insieme a Samuela circondavano un losco figuro che interpretava il
giudice supremo, mentre le sedie frontali erano quelle destinate agli
alunni: primo paino e piano terra, i dissidenti, noi quattro.
«Apriamo la seduta, oggi decidiamo se questo signore che vi
presento, Tal dei Tali, sarà il nostro amministratore di condominio.
È un bravo professionista, lo conosco da tempo e credetemi, non
potremmo trovare di meglio. Siamo tutti d’accordo? Possiamo
passare a firmare il contratto?», porgendo dei fogli già pronti.
Eravamo passati da “dovremmo parlare dell’eventualità di avere un
amministratore” a “eccovi la persona che io ho scelto, dichiaratevi
d’accordo e firmate”, con quello sconosciuto davanti che ci fissava e
aveva già pronto un regolamento da sottoporci: se avessimo detto
“non sono d’accordo” sarebbe stato come dire “non ti vogliamo”. E
sarei stata pronta a quell’atto di guerriglia se solo i due del primo
piano avessero opposto la resistenza che mi aspettavo e invece i
deficienti: «se lo dici tu Gianni, va bene». Quei due falsari, per anni
si erano spacciati come irremovibili risparmiatori col braccino Luigi
XVI e all’improvviso si lasciano soggiogare dal piglio autoritario del
contabile che calcolava le ripartizioni, facendoci pesare ogni voltura
a suon di sospiri, manco avesse dovuto misurare la cazzo di Trump
Tower. Non c’era possibilità di fermare la valanga, se pure ci
fossimo opposti saremmo andati al voto e ci saremmo trovati soli e
in una posizione antipatica davanti al bipartito dei prepotenti e al
nuovo amministratore. E poi parleremo anche di quel famoso
terrazzo comune che prima o poi bisognerà affrontare, adesso che
abbiamo anche l’amministratore, un avvocato che arrotonda coi
condomini e per inviarci una mail annuale con il consuntivo delle
spese prende uno stipendio esagerato, giustificato come “spese di
cancelleria”. Evidentemente le mail sono scritte di suo pugno con
una stilografica a sangue umano, su pergamena in pelle umana.
Qualunque lavoro straordinario come la ritinteggiatura delle scale,
rigate dal tempo e dai traslochi dai vari inquilini del primo piano, è
per me motivo di sospetto e cattivo umore. Sarà tutto necessario
come lo era l’amministratore? Cosa c’è sotto? La caldaia ha
cominciato ad avere troppi problemi, il giardino all’improvviso non
è più decoroso e arriva il conto di un giardiniere Talaltro, inoltre si
era detto che l’amministratore avrebbe pensato a tutto e invece c’è
un inquilino al primo piano che pianta grane ed è pure un incivile.
L’energumeno minaccia fisicamente chi gli chiede di abbassare il
volume del televisore di notte e dobbiamo vedercela da soli perché
l’amministratore non è mica uno sceriffo! Ma quindi questo Tal dei
Tali che paghiamo a chilate di cartoleria a cosa serve? Dopo
quell’atto di prepotenza è cambiato tutto, ogni riparazione costa di
più e non dura, ci guardiamo vicendevolmente in cagnesco e c’è
sempre la questione del terrazzo comune che incombe. Quando
eravamo una piccola comunità in cui ci si vedeva e si decidevano le
cose insieme, anche discutendo ma tra persone che si fidavano gli
uni degli altri, avremmo potuto dirimere anche questo problema, ma
oggi no. Riconosco che la questione va risolta, ne comprendo
l’importanza, ma proprio per questo non voglio che venga trattata
da persone di cui non mi fido, quindi farò quello che avrei dovuto
fare quel giorno: farò ostruzionismo, mi opporrò, chiederò consiglio
al nipote del cugino della nuora di una mia cara amica della quale
non ricordo il nome, che è avvocato. La ristrutturazione del terrazzo
comune è troppo importante e delicata, ne riparleremo quando il
mio condominio verrà gestito da persone qualificate e affidabili.
Gianni non è ancora salpato, quelli del terzo piano non hanno
divorziato e la riforma della Giustizia dovrebbe essere fatta da un
governo responsabile che non gestisce la cosa pubblica come una
proprietà da spartire tra parenti e amici.

©Ale Ortica

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