
Seduta al posto del passeggero, le dita sul cellulare scorrevano alla
ricerca della canzone buona, quella divertente, allegra, senza
impegno, da ripescare nella sua playlist “in auto” e sparare in
diffusione. Era immersa in quella noia che facilmente può sfociare
in tristezza e malinconia, bisogna stare attenti, bisogna vigilare. Le
emozioni non sono mai spontanee e imprevedibili, gli stati d’animo
seguono regole matematiche, nascono in risposta all’azione
ormonale che può essere aumentata o smorzata dai farmaci e dalle
terapie, lei lo sapeva. Cercava sempre la canzone perfetta. Doveva
tirarsi su o calmarsi un po’, eccitare i nervi quando sentiva che stava
entrando nel sonno delle idee e allora chiunque le parlasse non
riusciva più ad attirare la sua attenzione, pericolo, devi svegliarti,
altre volte era necessario frenare gli istinti per non rischiare di essere
avventata. Trovata la canzone adatta ella prese a guardare fuori dal
finestrino lagnandosi interiormente della bruttezza che la
circondava. Non era un viaggio, era solo andare da là a qua. Stavano
tornando a casa, lui guidava, durante il tragitto avevano scambiato
molte opinioni su politica e cose da comprare e la visita dallo
specialista che era andata molto bene, sciocchezze captate in sala
d’aspetto, pazienti che dovevano proprio chiarirti alcuni concetti
sulla propria visione della Sanità, un’anziana donna barbuta che
appariva molto strana ma non se ne curava affatto.
Stava lasciando che la musica facesse il suo lavoro, affondava in uno
stato di rilassamento. Lui aveva intuito che era un momento di
vuoto e qualunque cosa le avesse detto non sarebbe stata registrata
dal cervello della moglie. All’improvviso qualcosa nello stomaco di
lei si contrasse, una morsa impercettibile ma deflagrante, le pupille si
strinsero, un tunnel di melma la avvolse, quasi le colò addosso.
Attraversò un muro di patetici stati d’animo nei quali aveva
l’abitudine di sguazzare pochi anni prima, la sua risposta emotiva al
senso di inadeguatezza, solitudine, disprezzo autoinflitto. Il fatto di
ripetere a sé stessa che non era colpa sua, la carogna era l’altra, la
continua lamentazione era seducente all’epoca ma sapeva di merda
adesso. Era perfettamente consapevole di aver nuotato nella polpa
di cacca per decine di anni, immergendovi la propria persona con
l’intenzione di farlo e non importa se questo impulso derivasse da
una serie di maltrattamenti che forse oggi chiameremmo abusi. No.
La psicanalisi e la genesi del comportamento deviante, il serial killer
che se guardavi bene tra le pieghe del suo essere riservato lo potevi
capire, tutte stronzate che a lei non interessavano. Il senso di
ripugnanza verso sé stessa era sempre in sottofondo, un seme
pronto a germogliare se lo accudisci bene. Bisognava stare attenti,
scegliere bene la canzone.
Il fatto è che diventa difficile essere sempre un passo avanti, tenere
tutto sotto controllo, evitare situazioni che potrebbero far
riemergere la tentazione di rituffarsi nei pensieri distruttivi.
Metti quel giorno, ad esempio. Stava tornando a casa, si stava solo
muovendo da là a qua ascoltando una canzone mentre guardava
fuori dal finestrino. Davanti agli occhi le si parò l’immagine di
quella. Camminava curva contro una destinazione che doveva
esserle invisa come ogni altra cosa sulla faccia della terra. A quella
donna non piaceva nessuno. Aveva tanti amici e li disprezzava tutti,
eppure li frequentava con metodo perché secondo la sua filosofia
sarebbe stato da lunatici non avere impegni da ostentare, inviti,
pranzi, cene alle quali rispondere con sussiego “dai Tali bisogna
proprio andare, dai Quali ci siamo stati la settimana scorsa e
toccherà invitarli noi stavolta”. Sta di fatto che apriva bocca solo per
parlar male di qualcuno, spiegare perché quella cosa era
semplicemente ridicola, fare l’imitazione cattiva di una persona che
le aveva confidato qualcosa di intimo. Gesticolava urlacchiando per
rendere più efficace la sua critica contro amici, conoscenti e clienti
del negozio, nessuno escluso. Era la sorella più indesiderabile che si
potesse immaginare e la loro mamma, naturalmente, ne era
totalmente affascinata. Se quella decideva di fare a pezzi la sorella, lo
faceva in due tempi: la tempestava di accuse farcite di spiegazioni
sul modo esatto di fare le cose, e poi riprendeva il discorso in
separata sede con la madre, in modo tale da reiterare le accuse
elargendo disgustose opinioni come fossero ostie, in solitaria
comunione con la genitrice. Quella riempiva i consueti racconti
denigratori con frasi tipo “capito che ti voglio dire? capisci? Io
invece…” perché essa era il Verbo, L’Articolo e tutta la grammatica
che dio manda in terra.
Osservando quel fotogramma dal finestrino, lei si rese conto di
quanto si sentisse sporca, come se fosse ancora vulnerabile al
richiamo dei pensieri ossessivi ai quali si abbandonava
continuamente quando ancora viveva in casa con la famiglia
d’origine. Come un malato che si disintossica da un vizio o una
sostanza: non ne è più schiavo ma ogni tanto si chiede se sia
diventato immune o in certe situazioni potrebbe ricaderci. Si vive in
equilibrio precario.
Per un tempo indefinibile immaginò sé stessa come la sorella la
dipingeva: ridicola, infima, buona a nulla e si crogiolò in quella
melma autoinflitta. Poi però vide altro, oltre alla malvagità insita nel
carattere di quella, individuò un sottotono inedito: la solitudine.
Lo sguardo lontano: fuori dal fuoco di un nemico da abbattere i
suoi occhi erano un’arma incrostata e inutile. Piegata in avanti,
sembrava volesse aggredire il futuro che l’attendeva con la
stanchezza di un vecchio cane abbacinato dai dolori dell’età, pronto
a mordere ma senza più denti in bocca. Il passo non era quello di
una donna decisa ma solo di una persona in ritardo, stizzita, che
avanzava stanca su una strada in salita. I capelli appena messi in
piega da una mano esperta che le sbattevano sul viso, una ciocca si
era incrostata sul rossetto e per quanto le desse fastidio, rimuoverla
avrebbe comportato un disastro sul make-up accuratamente
costruito. Quella sopportava e avanzava curva. Torva.
Dall’interno dell’abitacolo, dopo anni di terapie per guarire una
malattia mortale originata (lei lo sapeva) dall’infusione di odio della
sorella, si sorprese a provare pietà e questo non le piacque affatto.
Avrebbe voluto sottrarsi da quella stretta perché la compassione
genera un contatto. Provare nuovamente una sensazione spiacevole,
di afflizione, a causa di quella, era veramente irritante. Voleva
cancellare dalla memoria l’istantanea del decadimento dell’aguzzina
perché, se non ci fosse riuscita, quel fotogramma avrebbe potuto
diventare l’innesco di pensieri ossessivi, frasi trattenute, tutto il
copione del “non detto” che aveva continuato per anni a ripetere a
sé stessa in caso le fosse stata data l’opportunità di parlare. Ma lei
non poteva parlare, mai, quindi ogni sillaba andava a formare una
cellula impazzita, strati interi di tessuti fuori controllo in un corpo
che si ammalava. Ora basta. Sono i farmaci a pensare, riprendi il
controllo, si disse.
È così che si era salvata: riconoscendo il male.
Aveva capito come affrontarlo da quando lo aveva visto impresso
su una radiografia, l’aspetto era quello di notti insonni passate a
ossessionarsi con pensieri distruttivi, frustrazioni, autoflagellazione.
A volte tornava a tormentarla sotto forma di ricordo o riferimento
al passato che si rifugiava in un angolo della sua mente in attesa di
scatenarle l’istinto di richiamare a sé pensieri maniacali. La terapia
che stava assumendo la rendeva vulnerabile in alcuni periodi, le
alterava i ritmi ormonali agendo come un coltello che ti sfilaccia la
cute e ti rende esposto. Aveva imparato che in tali circostanze era
possibile fermare immediatamente i pensieri molesti riconoscendoli
come agenti esterni generati dai farmaci. Poteva opporre un muro,
sbatterli fuori dalla sua testa e impedire che la colonizzassero,
bastava restare lucida, pronta, scegliere la canzone giusta.
«Hai detto qualcosa?» disse lui mentre ingranava la quarta,
finalmente il traffico si stava diradando.
«No, nulla.»
Lui le lanciò un’occhiata veloce e le accarezzò la mano appoggiata
sulle gambe, «non hai parlato? Devo aver sentito i tuoi pensieri.»
«Non credo. Di sicuro non ero io.»
©Ale Ortica