Castiga mamme

Nessuno ti prepara all’esperienza della chat delle mamme, così come nessuno ti chiede il permesso prima di inserirti in quel ginepraio litigioso e passivo-aggressivo mascherato da “utile strumento per restare aggiornati sulle attività scolastiche dei nostri bimbi” che una volenterosa genitrice si premura di creare su WhatsApp. I numeri vengono reperiti corrompendo una segretaria scolastica compiacente, credo, o forse tramite un’agenzia segretissima di investigatori che si occupano specificamente di fornire informazioni alla Prima Mamma, la progenitrice della chat, quella che molto probabilmente riuscirà a guadagnarsi anche l’ambito titolo di Mega Rappresentate Galattica dei genitori, acquisendo così poteri quasi illimitati
in quanto presiederà alla mitologica “interclasse” e avrà accesso a informazioni su tutti gli alunni della classe.

L’interclasse io la immagino come una riunione di grandi saggi in un’aula appositamente creata nel seminterrato di ogni istituto scolastico a forma di arena, con i maestri barbuti (barbute pure le maestre) in sfolgoranti tonache di un bianco accecante e un libro di profezie in mano (probabilmente il registro personale), assisi su enormi sedute di legno intarsiato con schienali enormi e braccioli Luigi XV. Di fronte siedono i rappresentati di classe, un po’ intimoriti ma pur sempre fieri nel loro ruolo di ambasciatori che si sa, non portan pena, posizionati su gradinate frontali, in posizione di ascolto e religiosa attenzione. Essi potranno persino portare all’attenzione dei docenti le istanze degli altri genitori, richieste particolari, problemi di ogni genere e terranno successivamente dei simposi informativi all’interno della chat, sotto forma di messaggi vocali di una lunghezza allarmante.
Ho visto liti furibonde per accaparrarsi il ruolo di rappresentante, ho visto gente mentire e crearsi una propria ghenga a scopo intimidatorio, ho visto donne adulte e nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali prodursi in pietose disamine sulle proprie capacità e offrendosi persino come vice, o autista o portaborse o vi prego fatemi partecipare, datemi un ruolo, concedetemi un po’ di fiducia, non ve ne pentirete.
La parola chiave nelle chat delle mamme è “i nostri bimbi”, appellativo abusato in questo contesto, che vorrebbe suggerire l’idea tenera e mammosa del condiviso interesse primario rivolto sempre al benessere di tutti i bambini della classe. Naturalmente sul ring della chat si sale per far valere gli indiscutibili diritti dinastici del proprio fagiolino e non certo per il benessere della collettività. La chat non è una democrazia ma l’espressione più alta e sublime dell’anarchia dove ogni mattina si combatte per stabilire quale mamma avrà ragione sulle altre, chi sarà la Tina Turner di Mad Max e per quanto riuscirà a mantenere la supremazia sulle altre. Anche i papà a volte vengono inseriti nell’arena della chat ma solitamente restano silenti, leggono e basta, mai oserebbero avere un’opinione e si limitano a fare da auguratori.
Già, gli auguri. Sono essenziali, non è una gara a tempo ma bisogna segnalare la propria vicinanza emotiva entro la giornata, altrimenti si dovrà giustificare il ritardo con una convincente motivazione (furto del telefono, grave malattia, mancanza prolungata del segnale). Le ricorrenze sono varie ma per fortuna il primo augurio verrà prontamente sempre postato dalla rappresentante in orari che solo un contadino potrebbe anticipare: compleanni (del genitore se noto e dei bambini), ricorrenze laiche e religiose (qualora si fosse in reali buoni rapporti si festeggeranno anche le ricorrenze delle religioni minoritarie), onomastici (gettonatissimi) e pronta guarigione del figlio malato che per carità di Dio tienilo a casa a
scatarrare nell’aria che respiri tu finché non sarà dichiarato guarito da una giuria di venticinque medici specializzati. Saranno particolarmente graditi le gif animate che fanno tanta allegria soprattutto per festeggiare Natale e Pasqua, di regola devono essere pesanti e chiassose, altrimenti si consiglia
di attenersi alla povera e sobria augurazione in lettere e emoticon. Le informazioni realmente utili si perderanno regolarmente tra le discussioni fintamente cordiali per stabilire le quote da versare per ogni
tipo di acquisto, dai sacri paramenti per le recite alle tendine per le finestre, ma soprattutto la quota da raccogliere per il regalo del bambino che celebrerà il compleanno con una festa. Si fa tutto davanti agli occhi della mamma che offre il ricevimento, si litiga per la quota, si stabilisce chi raccoglie i soldi e si fa la conta di chi non ha versato: Giovanna, cara, ti sei dimenticata? Ma figurati, hai ancora tempo domani, tuo figlio è malato? Passa nel mio negozio, raccolgo io la tua parte, ma figurati, è un piacere.
La cosa fantastica è che diventa una specie di “ti abbiamo fatto la busta di soldi”, avete presente? Così che il bimbo festeggiato non avrà più il piacere di aprire dei pacchetti, esultando per la sorpresa, ma sarà la sua mamma a usare il denaro della colletta per comprargli una tuta nuova, che gioia, yeppaaaa yeeeee!

Nella classe di mio figlio o del “mio bimbo”, come preferite, c’era questo cristone dall’umore piatto perennemente posizionato sull’incazzatura e con una certa propensione alla minaccia fisica. Dopo cinque anni di scuola insieme, periodicamente gli si risvegliava nella testa il fantasma di un oltraggio arrecatogli da mio figlio quando frequentavano la prima elementare e lo avvisava che non gli era ancora passata. Qualunque tipo di dialogo, di gioco o di attività da svolgere insieme, tutto veniva pregiudicato da quel peccato originale del quale mio figlio non si ricordava affatto ma che non si sentiva di mettere in dubbio. Certo, poteva essere.
Sembra che Alessandro si fosse appropriato di un pastello di Armando. Posso ipotizzare che l’oggetto sia stato preso per sbaglio piuttosto che sottratto con l’inganno dopo aver stordito la vittima con una botta dietro la nuca, tramite manico di pistola. La situazione era ormai degenerata in una serie di dispetti e antipatici alterchi in classe e ogni volta che Alessandro chiedeva spiegazioni al compagno sul motivo di tanta rabbia nei suoi confronti, la risposta era sempre quella: mi hai rubato un pastello in prima elementare.
Io e mio marito abbiamo provato inutilmente a suggerire possibili soluzioni per un riavvicinamento pacifico tra i due ragazzini ma Armando rifiutava qualunque tipo di gentilezza da parte di mio figlio. Non ricordava quale colore gli fosse stato sottratto e riteneva che non sarebbe stata la stessa cosa riavere indietro un pastello qualunque, era altresì determinato a non dimenticare e a non accettare scuse, non voleva superare l’accaduto e andare oltre, non proponeva soluzioni di alcun tipo, insomma sembrava non esistere una via d’uscita. Decisi così di affrontare di petto la situazione.
Tramite WhatsApp.
Mi ero sempre rifiutata di scendere in quell’arena perché riconoscevo la mia oggettiva inferiorità muscolare rispetto alle altre mamme che definire battagliere è un eufemismo. Non volevo ritrovarmi a terra con le mani a protezione della testa mentre una ventina di energumene mi prendevano
a pedate “la quota per i fiori alle maestre! Il regalino di fine anno! Il vestito della recita deve essere dello stesso colore per tutti! Il cappellino della gita lo devi comprare anche se gli va piccolo!”, no, vi prego,
lasciatemi stare, farò tutto, pagherò, sarò d’accordo con tutte, non mi fate del male!
Pur tuttavia era necessario che mostrassi un minimo di orgoglio materno e mi palesassi per sollevare mio figlio dal giogo del compagno rancoroso.
Che sarà mai? Magari la mamma non sapeva nulla e sarà contenta di aiutare suo figlio a fare amicizia col mio. Che poi scusate, sono una scrittrice, avrò pure la capacità di usare le parole in maniera convincente.
Anzi, cazzo, sono una scrittrice, scrivo in maniera precisa e autorevole anche quando posto sui social e se lo volete sapere uso la punteggiatura anche su Twitter nonostante i caratteri siano limitati, perché lo so fare, ok? La maggior parte della gente scrive su WhatsApp stuprando il correttore che cerca di impedire l’errore grammaticale proteggendo l’italiano con la vita, perché quando le persone si incaponiscono su un
certo errore, si affezionano, lo vogliono scrivere esattamente come lo hanno concepito e non permettono a nessuno di correggere lo splendido aborto delle proprie meningi. Io sto attenta, rileggo il messaggio e se proprio mi sfugge una concordanza lo cancello per tutti e lo riscrivo da brava e orgogliosa mamma di frasi gradevoli, musicali e corrette.
Gliel’avrei fatta vedere, mi sarei fatta valere perché Santo Grisù, non sono una persona aggressiva e le altre mamme mi fanno anche un po’ paura, ma la mia lingua la conosco e se comincio a farne sfoggio posso intimidire un’intera classe di orchette dotate di asce e cucchiarelle.
Mi concentrai, valutai attentamente cosa voleva davvero comunicare, scrissi un paio di righe e cancellai, volevo essere concisa, arrivare al punto, essere comprensibile ma usare qualche parola preziosa, obsoleta magari?
Desueta. Che splendido suono la parola “desueta”, che meraviglia, però non c’entra un cazzo quindi via, cancella. Una mamma che si fosse trovata dover chiedere qualcosa nella chat avrebbe letto “il numero … sta scrivendo” per dieci di fila, venti minuti, forse mezz’ora, poi cancella, riscrivi, e WhatsApp che ne sa del mio travaglio interiore? Quello fa sapere che scrivo e creo e cancello e lavoro sulle frasi, a capo, punto e
casomai pure “punto e virgola”, giusto per far capire chi comanda.
Gentile mamma di Armando, mi urge comunicarti che i nostri bambini stanno avendo uno spiacevole alterco che si basa su presupposti antichi, risalenti addirittura ai tempi della prima elementare. Par di capire che mio figlio si fosse appropriato di un pastello al quale tuo figlio si dichiara davvero affezionato, nonostante non ricordi esattamente quale fosse il colore. Egli comunque non riesce proprio a dimenticare tale torto, sebbene siano passati quattro anni. Pregandoti di concedere a mio figlio il beneficio del dubbio e di poter accettare l’ipotesi che egli non volle recare alcuna offesa al caro Armando, mi farebbe davvero molto piacere poter contribuire a una loro riconciliazione offrendo al tuo bimbo un piccolo omaggio, una scatola di pastelli nuovi dentro la quale potrà ritrovare sicuramente il caro oggetto del quale fu privato da Alessandro. Mi permetti dunque di omaggiarlo con questo piccolo presente che spero possa aiutare i nostri bimbi a ritrovare l’armonia di un tempo? Spero che tu mi conceda questa piccolo piacere perché sembra che tuo figlio stia avendo un atteggiamento comprensibilmente astioso nei confronti del mio
e ciò mi rattrista.

Passò parecchio tempo, forse ore e tutta la chat si era cristallizzata. Le altre mamme erano piazzate sugli spalti, avevano comprato birra, hot dog e patatine, capite? Sedevano ordinate al loro posto e attendevano la risposta della mia interlocutrice.

Finalmente ella si palesò: no grazie, non serve.
“Non serve” vuol dire che hai capito, che cedi le armi, che ti dichiari vinta dall’ineffabile bellezza di quel messaggio accurato, farcito di una splendida punteggiatura, orpello ormai caduto in disuso ma mai
dimenticato, ti prostri davanti all’evidenza che tuo figlio è un rompicoglioni di dimensioni monumentali, che la deve finire qui e adesso con questa stracazzo di guerra a mio figlio, giusto?
Il giorno seguente attendevo con gioia il ritorno di Ale da scuola, crogiolandomi nella soddisfazione di aver usato i miei strumenti di lavoro, nonché amatissimi balocchi, per difendere la causa del mio ragazzo e affermare la superiorità della parola sulla barbarie della prepotenza, mi cullavo felicemente nell’idea di aver assestato due calci nel culo borioso della mamma di quel ragazzino rancoroso.
Alessandro tornò a casa e io cominciai a chiedere come fosse andata a scuola, tutto bene, qualche bel voto, tanti compiti a scuola, con gli amichetti tutto a posto?
Sì, bene, tutto liscio, qualche operazione svolta alla lavagna, tanti compiti come sempre, una fame da lupo.
E Armando? Avete giocato insieme? Nessuna novità nuova nuova?
«Niente ma’, di Armando che ti devo dire?», ma come? Le scuse? Ci siamo capiti male, non fa nulla per quel pastello, mamma dice che dovremmo fare pace? Perché nascondere una cosa bella, una soddisfazione, il regalo che la mamma ti ha fatto con tanto impegno, santo zio?!
«Quello è strano, sono dovuto andare vicino alla maestra a ricreazione. Non so perché si è inventato una cosa che non ho capito, mi ha detto ‘se tua madre scrive ancora nella chat delle mamme ti picchio ’, ma che vuole? Ma chi lo pensa? Tu ci capisci qualcosa, ma’?»

©Ale Ortica

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