
Stiamo per entrare nel supermercato, io che sono Pallottino e
Mammì. La mia genitrice adotta spesso dei comportamenti poco
leggibili per me che ho solo due anni, un bicchiere rotto sulla
coscienza e un vocabolario molto ridotto. Mi è venuto un caldo
atroce in macchina, sento il fuoco nelle guance ma essa mi ha
immerso in un abbondante piumino prima di uscire dall’abitacolo e
mi ha fornito una serie di raccomandazioni, non piangere, non
urlare, non prendere cose dagli scaffali e non voglio sentire un
lamento, tutto chiaro? Io non ho nessuna intenzione di fare queste
cose, certo che però mi sono appena ricordato che prendere cose mi
piace molto e quindi può darsi che lo farò perché lei mi ha messo in
testa questa cosa, voglio dire, a chi non piace prendere cose e
studiarle? Ma forse è ciò che mi piace di più assoluto, io davvero
vorrei solo prendere qualcosa e toccare e assaggiare, vorrei essere
dentro il supermercato, adesso, in questo momento e prendere,
Mammì sbrighiamoci, penso solo a questo ormai. Non mi accorgo
nemmeno che lei ha preso un carrello e sbatacchiandomi tanto da
frullarmi le idee in testa mi ci ha appena depositato dentro. Io potrei
camminare e andare fra gli scaffali a prendere cose, ma anche da qui
dentro, secondo la mia lunghissima esperienza, è possibile allungare
le mani e afferrare ogni cosa. Mammì continua a conversare con me:
non dire una parola, non toccare, ti scappa la pipì? dillo subito che
te la faccio fare dietro una macchina parcheggiata. Non mi va di fare
la pipì, cioè, dovrei pensarci, valutare, ricostruire l’idea di me stesso
che rilascio la vescica e mi sento felice, ma per adesso voglio solo
prendere cose e non ho intenzione di intavolare inutili discussioni
quindi possiamo andare.
Entriamo, io sono rilassato e tranquillo anche se ho un caldo atroce,
il viso che va a fuoco, mugugno, sono molto contrariato e quasi
dimentico il motivo per cui sono venuto qui, cioè afferrare oggetti.
Mammì non mi guarda, non vede il cambiamento cromatico sulle
mie guance e io sono veramente stizzito, emetto suoni disarticolati
di sconforto e fastidio e lei mi ripete di stare zitto altrimenti me le
suona, tipo un tamburello: lei si diverte a suonarmi e io sento
dolore, che gioco è? Il mio bisogno di disperdere il calore interno ha
assunto ormai i contorni di una cosa di primaria importanza,
dimentico cosa sono venuto a fare e mi sento così frustrato che
comincio a singhiozzare. Le lacrime rotolano sulle mie guance,
evaporano all’istante donandomi un leggero sollievo, sto diventando
un geyser e lei continua a dire che mi farà cose terribili: ciò mi
innervosisce e mi riempie di indignazione, santiddio madre! denuda
le mie carni! Dice che se non la finisco di comunicare il mio disagio,
invece di porre fine al supplizio mi darà “il resto”, cioè che farà? Mi
sparerà con un lanciafiamme? Intanto la mia mente è ottenebrata dal
caldo asfissiante e credo di aver dimenticato qualcosa di importante
che dovevo fare, ma siccome ho ben chiare le priorità della mia vita,
cerco di strapparmi via l’indumento che mi avvolge e che
chiaramente genera un calore molto intenso tale per cui sto per
colare fuori dal carrello. A tal proposito, nella concitazione dei miei
movimenti convulsi e disperati potrei aver accidentalmente spinto
fuori un piccolo spruzzo di pipì. Mammì è distratta, sta cercando
qualcosa nella borsa, ci immerge dentro le braccia fino ai gomiti,
infila la testa, le spalle, le mani riemergono stringendo oggetti
interessanti, specchietto, fogli stropicciati, portafogli, un set di
pentole, mestoli, orologio da muro, una piantana. Poi riemerge, ha
trovato il mio gioco preferito, dice “prendi e sta buono”, si
immobilizza, mi osserva, “ma non hai caldo con questo? Uff…” e
mi toglie il piumino con quel suo piglio colpevolista, come se avessi
insistito per tutto il viaggio affinché mi avvolgesse in questo sudario.
Accetto l’offerta di pace con magnanima disponibilità e comincio a
scrollare. Amo scrollare, il dito che spinge su e giù e il movimento
che genera, ciò mi ricorda che dovrei allungare una mano e afferrare
oggetti, esplorare, declamare la qualità delle cose che afferro con
espressioni sonore e facciali, gridolini di sorpresa o raccapriccio,
dico, avete mai afferrato dell’uva nel reparto frutta, stringendo con
eccessivo entusiasmo? Ma non importa, per ora scrollo, ogni tanto
mi fermo e poi ricomincio. Mi sto bagnando i pantaloni, prima non
dovevo fare pipì e adesso sì, succede. Mammì si arrabbia, urla cose
irripetibili, mi fa innervosire perché non è colpa mia se nel
parcheggio non ho valutato il rischio di non riuscire a trattenerla per
un tempo indefinibile e poi avevo caldo e se una persona mi
minaccia perdo lucidità. Anche adesso mi sta minacciando: vuole
togliermi il mio gioco, non è giusto, io voglio solo scrollare e
scrollare, lei cerca di disarmarmi ma io resisto, urlo e tiro, e alla fine
il mio dito trova un varco, vi si inserisce e io spingo forte per non
lasciarmi togliere il gioco.
Bang!
Un tamburo a sei colpi, un solo proiettile, ore di scrollate e oggi
scopro questa nuova funzione, hai visto madre? Dicevi che era un
gioco innocuo, prima si impara a usarlo e meglio è, bisogna
prendere confidenza da piccoli così poi si ha un vantaggio sugli altri.
Ho imparato. Mi sento a disagio. Ho paura.
(Fine)
Chi scrive non ha la minima idea di cosa sia successo a Madre, né se
qualcuno sia rimasto ferito o ucciso dal colpo esploso da Pallottino,
ma immagina che questo episodio si ripeta continuamente e pochi
ne siano consapevoli. Recentemente ho assistito a questa scena:
siamo al supermercato, un bambino viene trasportato dentro il
carrello della spesa da una mamma insofferente, gli occhi irrequieti
che setacciano vorticosamente ogni scaffale, sempre un metro al di
sopra del bambino. La creatura sta scrollando un tablet con aria
annoiata, prova ad allungare una mano su qualcosa di reale
all’interno del suo alloggiamento, “non toccare niente”, fa un
mugolio, “zitto, lasciami fare la spesa in pace”, sconsolato posa
nuovamente gli occhi sul monitor e continua a scrollare. Gli passo
vicino e vedo chiaramente i video che scorrono su e giù, li fa
scivolare senza alcuna intenzionalità, poi si ferma come arreso su un
contenuto che era stato richiamato più volte e osserva
un’animazione con la faccia di Trump che compie azioni scomposte
suscitando le risate fesse del video. Mi sono chiesta cosa facesse
quel Trump di tanto divertente perché dal mio punto d’osservazione
il monitor era parzialmente coperto dalla schiena del bimbo. È
possibile che stesse offrendo uno spettacolo di sesso ridicolizzato, o
massacrando un personaggio politico inviso al content creator,
qualunque cosa. Ho ripensato al bambino collettivo che tante volte
ho incontrato nei ristoranti o in tutti quei luoghi nei quali c’è da
attendere o dove gli adulti ritengono che sia normale prendere una
pausa dal ruolo di genitore, delegando la cura dei figli a un monitor.
Ho ricordato un corpicino che correva all’interno di un ristorante,
avrà avuto meno di due anni, un telefonino in mano con dei video
che scorrevano automaticamente senza alcun controllo, i genitori
seduti a un tavolo mangiavano spensierati, non si sarebbero accorti
neanche se su quello schermo fosse apparso un massacro o la
parodia scollacciata di un film horror.
Un’immagine disturbante si appropria della mente di un bambino in
un secondo, si fonde con essa, si fa cellula, base dell’adulto che
diventerà. Seppure un genitore stesse vicino al figlioletto durante
tutto il tempo di esposizione a quei video casuali potrebbe non fare
in tempo a bloccare la visione di un contenuto violento o
incomprensibile, il danno è fatto in un fotogramma, figuriamoci
cosa può succedere quando il piccolo viene lasciato solo col suo
monitor da scrollare. La sua pistola carica.
©Ale Ortica