Viandanti e viaggiatori [4] con Eraldo Baldini

BREVE LA VITA LIBERA DI GIOVANNI IL BIANCO

Da tre giorni non si vede il sole. Branchi di nuvole scure si accavallano e si spingono, a tratti veloci e disordinate, a tratti lente e gonfie come se si prendessero un pausa nel loro correre sulle montagne.
A Giovanni non dispiace che non ci sia uno spiraglio di luce, che predomini quel tono cupo e spento. Lui la luce del sole non la sopporta. Non può. Gli ferisce gli occhi, gli brucia la pelle, gli abbaglia i pensieri. È albino. I suoi capelli sono bianchi, come il suo corpo.
Il vento irrompe nella valle e viene a scuotere le assi della casa. La ruota corre, si tuffa sempre più veloce nell’acqua della roggia e trasmette i suoi sussulti al meccanismo che fa andare la biella e il carrello, sotto i pavimenti, in cui avanzano i tronchi tra stridori e rombi.
L’abitazione è tutt’uno con la segheria ad acqua, e non c’è momento in cui il lavoro di suo padre e dei due operai che l’aiutano non faccia tremare e gemere tutto: le pareti, il soffitto, il piancito.
Poi quel frastuono si spegne, rimane solo lo scrosciare del torrente. Giovanni sente un armeggiare, un chiudersi di porte, voci che si salutano. Se ne sono andati, in casa è rimasto solo Lui, suo padre: non riesce più a chiamarlo papà come (forse) faceva un tempo. Del resto è ricambiato allo stesso modo, le rare volte che l’uomo gli rivolge la parola: poche sillabe, giorni interi senza fiatare, quasi senza vedersi.
Perché Giovanni non vede mai nessuno, e nessuno deve vedere lui. Per tutti è morto cinque anni fa, quando di anni ne aveva sei e sarebbe dovuto andare a scuola. Non esiste più. Forse non c’è neppure chi se ne ricordi, di quel bambino bianco e dagli occhi rossi come i conigli.
Da piccolo a volte lo lasciavano uscire. Si rammenta di qualche messa nella chiesa del paese, in domeniche d’inverno in cui faceva così scuro che poteva tollerare di vedere il cielo. Di qualche camminata nella neve con la mamma. Di visite dei vicini e dei clienti della segheria. Poi il mondo è crollato, si è accartocciato su se stesso come un fienile a cui crolli il tetto, come una ripa che frani. C’è stata la guerra, gli austriaci sono arrivati a occupare le terre, hanno ucciso e portato via gente. Poco dopo è comparsa la malattia, la spagnola. Mamma è morta di quella. Tanti altri l’hanno seguita, falciati come steli d’erba in un prato.

Da allora, tutto è finito. Da allora non ha dovuto più sentire suo padre litigare con la mamma per convincerla che era meglio tenerlo nascosto, quel figlio così strano e diverso, perché alla gente faceva impressione. Anzi, paura. «Lo sai cosa dicono?» lo aveva sentito urlare. «Che è il figlio del diavolo, che i segnati da Dio puzzano di zolfo! Che porta male!»

Giovanni non sa come sia successo, cosa Lui abbia inventato o raccontato. Forse ha detto di averlo sepolto con mamma perché ugualmente morto di spagnola, o che è scappato e non se n’è saputo più niente. Fatto sta che da quel momento, da quel funerale a cui non ha neppure potuto partecipare, le porte si sono chiuse come quelle di una prigione. Niente più uscite, neppure nei giorni senza sole, neppure di notte. Niente più incontri, neanche con gli operai della segheria. Niente di niente. Solo una solitudine sempre uguale a se stessa.
Dalle finestre, quando il sole non accende i vetri e riesce a guardare fuori, Giovanni vede a volte passare gente. Arrivano carri a portare tronchi o a prendere assi, qualcuno cammina sulla riva del torrente. Gli capita anche di vedere bambini che vanno in giro, da soli o in gruppetti. Gli piacerebbe incontrarne uno, parlargli, giocarci. Gli piacerebbe, ma non gli è permesso. Quasi, insomma, non gli è permesso vivere, a meno che non sia vita quella di starsene tutto il giorno chiuso nel magazzino al piano più basso, là dove ci sono assi e vecchi attrezzi; che non lo sia il mangiare da solo qualcosa che Lui gli lascia oltre la porta di quel rifugio; che non lo sia lo struggersi per il desiderio di evadere anche solo per un’ora da quell’ambiente in cui si respirano sempre segatura e noia.

Qualche anno prima c’era un operaio, Silvio, a cui Giovanni voleva bene. Quell’uomo gli faceva carezze e lo chiamava affettuosamente “il Bianco”. Silvio e la mamma erano uguali nell’essere gentili e nel sorridergli, e lo erano stati anche nel modo di andarsene, entrambi uccisi dalla malattia. Due fra i tanti. Aveva sentito dire che in una fattoria vicina erano morti tutti, e che non li avevano neppure sepolti: avevano preferito dar fuoco a quella catapecchia ormai infetta risparmiando sui funerali ed evitando il contagio.
Per quello, forse, nel magazzino ci sono cinque o sei bare. Papà fa anche lavori di falegnameria, e al tempo della spagnola di bare ne aveva costruite diverse; per un po’ se n’erano vendute, poi il fuoco purificatore o la paura dei corpi avvelenati dal morbo avevano fatto sì che rimanessero lì sotto, inutilizzate e ormai inutilizzabili, perché il legno povero con cui erano state fatte si era intriso d’acqua, iscurito, deformato.
Fra quelle bare ce n’è una in condizioni ancora accettabili: le assi non si sono piegate o ammuffite troppo, il coperchio si può ancora chiudere. Quella, per Giovanni, è il rifugio dentro il rifugio del magazzino: in quella cassa si possono trovare ancora più buio, silenzio e pace. È lì che si chiude quando il mondo gli è insopportabile, quando il rumore delle seghe e delle voci gli pare troppo forte, quando la luce di cieli spazzati dal vento fa entrare il sole anche là dove di solito non batte mai.
Nel coperchio, con un trapano, ha fatto buchi per poter respirare; quando c’è un po’ di luce, o se accende il lume a petrolio, quei fori sembrano un firmamento. Le stelle vere non le vede da tanto tempo, se non a fatica attraverso i vetri opachi di sporco. Sul fondo della bara ha messo una vecchia coperta infeltrita, poi, a rendere inespugnabile quella cittadella, sulle assi laterali ha infilato due viti a occhiello e in loro corrispondenza, all’interno del coperchio, ha applicato due ganci. Se si sistema nella bara e la chiude, può farlo in modo che nessuno possa aprila. Lì dentro il mondo non può entrare.
Quel mondo che tanto gli manca, ma a cui si è così disabituato da sentirsene intimorito. Verrà il momento, si dice Giovanni, in cui potrò andare fuori, ma non voglio che sia il fuori a venire da me all’improvviso.

Il buio è arrivato prima del solito, livido, elettrico. Il vento che per tutto il giorno ha frustato ogni cosa si è placato in un’attesa carica di minacce. Il tuono ha cominciato a rotolare sui monti, poi a scoppiare sempre più vicino, e quelli che erano baleni lontani sono divenuti lampi sempre più frequenti e forti.
Lui gli ha appena lasciato un piatto di polenta oltre l’uscio ed è scivolato via. Lo sente trafficare, forse sta mettendo in sicurezza la ruota nel timore che la roggia ingrossi, perché con i tuoni e i fulmini è arrivata anche una pioggia così violenta che fa risuonare la casa e la segheria come se le macchine fossero ancora in funzione.
Giovanni ode il rombo dell’acqua, di quella che scroscia sul tetto e di quella della canaletta che corre sempre più forte sotto il piancito. La luce delle folgori irrompe dalle fessure nelle pareti e gli ferisce gli occhi. Se li copre, si tappa le orecchie per non sentire il cielo che si squarcia. Uggiolando come un cane spaventato va alla bara, vi si adagia, tira su il coperchio e infine serra i ganci. Si sente al sicuro lì dentro, e il frastuono del temporale diventa nient’altro che un rumore di fondo che lo culla fino a farlo appisolare.

Non sa quanto ha dormito, ma sa che a svegliarlo è stato un boato improvviso, una cosa mai sentita prima. Comincia ad ansimare e nella mente gli corrono, veloci come lampi, alcune immagini: la pioggia battente, il terrapieno che delimita il bacino idrico più in alto, la roggia che si incanala nella valle stretta, passa sotto l’abitazione e corre giù a infilarsi in un crepaccio non lontano dal paese.
Ha solo il tempo per quei pensieri, poi, in un momento assordante come un’esplosione, si sente sollevare, sbatacchiare, trascinare via tra urti, frastuono di cose divelte e spezzate, gorgogliare di corrente.
Anche se non ha potuto vederlo, anche se mai era successo prima, con un istinto animale capisce: il terrapieno ha ceduto, la cascata che ne è scaturita ha travolto tutto e lui, come un povero Noè solo in una minuscola arca, sta correndo a valle su onde spumose di fango. Chiude gli occhi e la vertigine mulinante lo rende incosciente, immerso in un inferno freddo e buio.
Quando ne riemerge è fermo, il mondo intorno ha smesso di urlare e di scuotersi. Dai buchi nel coperchio della bara filtra una luce tenue che potrebbe essere quella dell’alba. Il legno della sua imbarcazione di fortuna è inzuppato, la coperta che ha sotto la schiena è fradicia, ma la bara ha galleggiato e l’ha salvato.
Il suo pensiero corre alla casa e a suo padre, che forse non ci sono più. Non se ne dispiace molto. A fatica apre i ganci e sposta il coperchio. Albeggia davvero.
Si guarda intorno: è in un prato allagato e pieno di detriti, sul limitare del bosco oltre il quale, punta di pietra fra quelle degli alberi, vede la cima del campanile. La spinta della corrente l’ha portato vicino al paese, per fortuna non l’ha trascinato nel crepaccio. Una corsa alla quale è sopravvissuto chissà come.
Esce dalla bara, mette i piedi scalzi sull’erba sommersa da un velo d’acqua gelata. L’aria è pulita, la bufera è passata. In alto, tra le nuvole, occhieggiano le ultime stelle. Quelle vere. Respira a pieni polmoni e fa qualche passo intorno; sorride, si nutre e si ubriaca di quell’improvvisa libertà.
Poi sente le voci. Arrivano dal bosco e sono di bambini.
Va nella loro direzione e li scorge sbucare dal fitto degli alberi. Sono tre, due maschietti e una femminuccia; forse si sono alzati prestissimo per andare a vedere i danni della piena, o forse il temporale li ha tenuti svegli tutta la notte.
Si ferma e anche loro si bloccano, fissandolo. Giovanni fa un cenno con un braccio; è allora che i tre si girano e scappano urlando. Anche lui urla, chissà perché, e non sa fare altro che tornare alla bara e sedersi sul suo bordo.
Torneranno, pensa, ma è inquieto. Sa, perché Lui l’ha detto tante volte, di non essere come gli altri. Lo sa, e sopraffatto da una tristezza densa come melassa si accinge ad andarsene, a tornare verso la casa e la segheria, se mai esistono ancora. Ma non fa in tempo a muovere un passo che le voci si sentono di nuovo, tante stavolta, e non sono solo di bambini.
Guarda verso il bosco e riesce a distinguere un gruppo di persone che viene verso di lui. Saranno una ventina, alcuni portano fiaccole accese, altri i fucili. Allora si infila nella bara più in fretta che può, tira su il coperchio, chiude i ganci e rimane immobile, col cuore che gli galoppa nel petto. Li sente, li sente arrivare e parlare.
«L’avete visto? L’avete visto?» grida la voce di una bambina.
«Sì», risponde un uomo. «È davvero il diavolo, quello! Oppure è lo spirito di un morto. L’acqua deve averlo dissotterrato, non vedete che c’è pure la bara?»
«È vero», dice qualcun altro. «Che facciamo, chiamiamo il prete?»
«Dopo, lo chiamiamo, perché benedica il luogo. Intanto ricacciamo all’inferno quella creatura del demonio. Francesco, corri in paese a prendere una latta di petrolio o di acetilene!»
Ma che vogliono fare? si chiede Giovanni. Libera i ganci, fa per sollevare il coperchio ma qualcuno vi spinge sopra e glielo impedisce. Comincia a dibattersi e a urlare, e da fuori, in risposta, gli arrivano grida ancora più forti.
Poi, dopo una lunga lotta inutile, sente un liquido dall’odore pungente scrosciare sulla bara, penetrare dai buchi sul coperchio.
Infine è il fuoco.
Solo allora può aprire la bara e alzarsi a sedere, torcia umana incapace di muoversi oltre e di respirare.
L’ultima cosa che vede è la faccia di una bambina che lo fissa con gli occhi pieni di meraviglia, di terrore e di una selvaggia luce di vittoria.

© Eraldo Baldini

Eraldo Baldini è nato e vive in provincia di Ravenna. E’ scrittore, saggista e sceneggiatore, oltre che studioso di antropologia culturale.
In campo narrativo ha pubblicato, per Frassinelli, nel 1998 Mal’aria (Premio «Fregene»), nel 1999 Faccia di sale (Premio «Serantini»), nel 2000 Gotico rurale (Premio «Settembrini – Regione del Veneto»), nel 2001 Tre mani nel buio, nel 2002 Bambine. Per Aliberti, nel 2007, insieme a Massimo Cotto, Le notti gotiche. Per Edizioni Ambiente, nel 2007, Melma. Per Einaudi, nel 2002 (insieme a Carlo Lucarelli e a Giampero Rigosi) ha publicato Medical thriller, nel 2003 Bambini, ragni e altri predatori, nel 2004 Nebbia e cenere, nel 2006 Come il lupo (Premio «Predazzo»), nel 2008 (con Alessandro Fabbri)Quell’estate di sangue e di luna, nel 2011 L’uomo nero e la bicicletta blu (Premio internazionale «Montefiore Conca»), nel 2012 Gotico rurale 2000-2012, ed è in uscitaNevicava sangue (2013).
Suoi racconti compaiono in diverse antologie. Le sue opere sono tradotte all’estero da importanti editori. In campo saggistico ha pubblicato numerosi volumi sulle tradiizoni e le culture popolari: ricordiamo Halloween (Einaudi 2006) e Tenebroso Natale (Laterza 2012), entrambi scritti con Giuseppe Bellosi.
Ha scritto sceneggiature e soggetti per il cinema e la televisione. Dal suo romanzoMal’aria è stato tratto il film-tv omonimo trasmesso in due puntate da Rai Uno nel 2009.

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