Viandanti e viaggiatori [3] con Simona Lo Iacono

© foto di Gaia De Luca

TRE LETTERE

Prima lettera

Monastero delle Agostiniane di Siracusa, l’otto di Dicembre 1650.

Sua ‘Ccillenza Illustrissima, Barone Francesco Maria Raiti,

sugnu una serva indegna a baciarci le mani a Vossia, una serva che non sape di lettere e non se la fida nemmanco a fare ‘u signu di cruci, e che si prende troppa confidenza a importunare Vossignoria con le cose tinte della sua mente di babba.
Ma a dittare alla novizia sugnu ancora bona, prima che la morte, a Diu piacennu, s’arrubi la mia anima bastarda, chè padre Mariano mi diede l’unzione e le monache già mi cantano le requie.
Certo, non vi potete arricordare. Sa quante ne avete avute com’ a mia, Voi che siete Barone e che in gioventù ve la scialavate giù, in cucina , colle caruse che vi mangiavano cogli occhi.
Beddu, beddu comu ‘u suli eravate, Sua Ccillenza Illustrissima, e sapevate di poesia e di musica, e a Palazzo Raiti non c’era fimmina che non si sarebbe fatta vostra, per una notte o pi’ sempre.
E iu chi ero per dirici di no a Vossignoria che mi faciva l’onuri di taliarmi mentre ci servivo i crastunedda e i biancomaciari e l’occhi vostra parevano stidde, stidde che promettevano baci?
Di no, non ce lo dissi.
Na’ semanata durò, forse due, la notte, nelle stanze di Vossignoria , e a iornu fatto, macari, nelle cucine e nelle stalle.
Poi partiste, che fu? Al Vostro ritorno, che passarono cinco anni, mi scangiavate colla cuoca e mi tiravate calci se vi taliavo dintra l’occhi.
Ero cangiata assai, Sua Ccillenza.
‘U partu mi fici i fianchi e ‘u latti mi gonfiò ‘u pettu.
Ma mascolo lo partorii , e ci diedi il nome vostro, Francesco Maria.
Sì, Illustrissimo, capiste bono: Cicciu Maria ‘ u sciancatu , che vi servì in tutto, e chi vi fici ‘u lacchè, è figghiu vostro e mio.
Ve lo dissi per amuri, Vossignoria, chè vi faciste vecchiu e tintu e vostra mugghieri non vi diede manco un figghiu.
Si vuliti, Cicciu è vostro. Si non vuliti, è di Diu.

 Donna Angilina Basilicò, Servitrice vostra fedelissima (*)

PS

Sua Eccellenza Illustrissima,

poche ore dopo avermi dettato questa missiva, Donna Angelina Basilicò, mia balia e serva personale, ha reso l’anima a Dio.
Poiché le avevo fatto voto di adempiere un suo desiderio per i numerosi servigi che mi ha reso sia nel mondo che qui, in convento, dove mi ha seguita, ho trascritto fedelmente tutto ciò che mi ha dettato.
Con questo atto il mio voto è compiuto e non ho che da rendervi i miei omaggi.

 Suor Annunziata dell’Angelo,
Novizia del Monastero delle Agostiniane di Siracusa

(*)Sua Eccellenza Illustrissima, Barone Francesco Maria Raiti,

sono una serva indegna di baciaLe le mani, una serva che non sa scrivere e non riesce neanche a fare un segno di croce, e che si prende troppa confidenza a importunare Vossignoria con le cose strambe della sua mente di sciocca.
Ma a dettare alla novizia riesco ancora, prima che la morte, a Dio piacendo, si appropri della mia anima bastarda, tant’è che padre Mariano mi diede l’unzione e le monache già mi cantano le requie.
Certo, non vi potete ricordare. Chissà quante ne avete avute come me, Voi che siete Barone e che in gioventù ve la spassavate giù, in cucina , colle giovinette che vi mangiavano cogli occhi.
Bello, bello come il sole eravate, Sua Eccellenza Illustrissima, e sapevate di poesia e di musica, e a Palazzo Raiti non c’era donna che non si sarebbe fatta vostra, per una notte o per sempre.
E io chi ero per dire di no a Vossignoria che mi faciva l’onore di guardarmi mentre servivo i dolci e i vostri occhi parevano stelle, stelle che promettevano baci?
Di no, non lo dissi.
Una settimana durò, forse due, la notte, nelle stanze di Vossignoria , e a giorno fatto, a volte, nelle cucine e nelle stalle.
Poi partiste, e che fu? Al Vostro ritorno, dopo cinque anni, mi scambiavate colla cuoca e mi tiravate calci se vi guardavo negli occhi.
Ero cambiata molto, Sua Eccellenza.
Il parto ha allargato i miei fianchi e il latte mi ha gonfiato il petto.
Ma ho partorito un maschio, e gli ho dato il vostro nome, Francesco Maria.
Sì, Illustrissimo, avete capito bene: Cicciu Maria lo zoppo, che vi servì in tutto, e che vi fece anche da lacchè, è figlio vostro e mio.
Ve l’ho detto per amore, Vossignoria, chè vi siete fatto vecchio e rabbioso e vostra moglie non vi diede neanche un figlio.
Se volete, Cicciu è vostro. Se non volete, è di Dio.

 Donna Angilina Basilicò, Servitrice vostra fedelissima

Seconda lettera

Palazzo Raiti, Siracusa, il 13 Dicembre 1650

Alla Baronessa Usberta Raiti, presso el castillo Alvaro Cienfuegos, Madrid.

Moglie mia,

son passati due lustri da quando vi scrissi la mia ultima lettera, che bagnai di lacrime e baci.
Ora il mio animo s’è chetato e sui miei anni lunghi come inverni è sceso il silenzio, e la pace.
Conosco bene, ormai, la vostra decisione di vivere, per sempre, lontano da me.
Una volta tornato da Capo Corvo dove sedai la flottiglia turca, vi siete ritirata in Spagna , e non avete più voluto vedermi.
Non comprendo il perché, Usberta, né l’ho mai compreso, ma ho imparato con l’esperienza che esistono cose a questo mondo che nemmeno un siciliano può cambiare. Neanche se è barone come me.
E tuttavia torno a scrivervi colla speranza di ripercorrere, ancora una volta, il filo della memoria.
Ho infatti da comunicarvi una buona nuova che ho appreso di recente.
Ho un figlio.
La notizia non dovrebbe turbarvi dato che, tranne nei primi anni del nostro matrimonio, e prima della mia partenza, non avete più voluto unirvi a me. E dicevate che se un figlio non era arrivato subito in quei tempi, non sarebbe più nato dalle vostre carni che, pure, erano fertilissime, per essere voi l’ultima nata da una progenie di fecondissime dame.
La colpa, dunque, era mia.
Ora vedete che così non è, poiché questo figlio è un Raiti in tutto e per tutto. Nello sguardo, azzurro come il mio, nei colori, arabi a dispetto degli occhi svevi, e persino nell’andatura claudicante come quella di mio fratello, Ferdinando Raiti, Conte di Modica e di Ravanusa.
Devo dunque dirvi che il mio seme non era sterile e che quest’infermità, che ha pesato su di me come un’onta , non è la mia, ma la vostra.
E tuttavia, non vi scrivo queste parole con risentimento, ma con pietà. Perché, se voleste abbandonare il vostro esilio e godervi questo figlio come se fosse nostro per il poco che ci rimane da vivere su questa terra, sarei il più felice degli uomini.
Tornate, dunque.

 Barone Francesco Maria Raiti , Vostro devotissimo sposo.

Terza lettera

Castillo Alvaro Cienfuegos , Madrid, il primo marzo 1651

 Al Vescovo Rosmundo di Bascapè, presso l’Arcivescovato di Siracusa.

Sua Eccellenza Reverendissima , Vescovo Rosmundo di Bascapè,

mai avrei pensato di scrivervi per riprendere quella storia che voi sapete e che vi confessai tra le lacrime tanti anni or sono.
Ma ora mio marito Francesco Maria mi scrive chiedendomi di tornare a Siracusa e, per di più, mi confida di aver scoperto, non so come né da chi, di avere un erede maschio da dare ai Raiti.
Sua Eccellenza comprende bene che in tal modo suo fratello Ferdinando Raiti, Conte di Modica e di Ravanusa, perderebbe, alla morte di Francesco Maria, la primogenitura e che inutilmente, tanti anni fa, ci liberammo di un possibile erede.
Non posso permetterlo, Sua Eccellenza, voi conoscete l’amore che mi lega a Ferdinando.
Quando diedi alla luce suo figlio, durante il viaggio di Francesco Maria a Capo Corvo, decidemmo subito di disfarcene perché non era improbabile che il mio consorte non sarebbe mai tornato vivo da quella guerra e che Ferdinando avrebbe subito goduto della primogenitura.
Al contrario, un bambino che, per i tempi ancor brevi del viaggio in Turchia, tutti avrebbero potuto pensare primogenito di mio marito, avrebbe guastato i nostri piani ereditando il titolo.
Ricordate? A quei tempi c’era una serva babba a palazzo, una certa Angelina Basilicò, se mal non ricordo, che badava alle cucine e al guardaroba di mio marito.
Partorì qualche giorno dopo di me un neonato malnutrito che non sopravvisse che poche ore.
La Vostra idea di sostituire al cadavere della sua creatura mio figlio , ci salvò, Sua Eccellenza. E, per di più, Angelina non si accorse di niente ma, anzi, ringraziò Dio che quel bambino le fosse sopravvissuto mentre alla nascita, per lui, sembrava non vi fossero speranze.
Ma ora questo erede saltato fuori da chissà dove rovina tutto.
E invano ho allontanato mio marito con la scusa di ritenerlo sterile e son fuggita qui, a Madrid, dove posso amare liberamente Ferdinando.
La verità è, Sua Eccellenza Reverendissima, che non ho avuto fortuna, dal giorno in cui mi costrinsero a sposare il primogenito dei Raiti, mentre io avrei voluto suo fratello.
E allora, beneditemi, Padre, o assolvetemi, se potete, perché ho peccato. Perché tutti abbiamo peccato.

 Vostra figlia spirituale, Donna Usberta , Baronessa Raiti.

© Simona Lo Iacono

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato da 16 anni presso il tribunale di Siracusa, ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria un salotto letterario ospitando scrittori e artisti. Cura circoli di lettura e convegni letterario/giuridici. Fa parte dell’EUGIUS, l’associazione europea dei “giudici-scrittori” e della Società Italiana di Diritto e Letteratura (SIDL) istituita presso l’Università di Bologna. Cura sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri, una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto.
Ha pubblicato il racconto I semi delle fave, con cui ha vinto il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006”
Il suo primo romanzo Tu non dici parole (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima.
Nel 2010 le sono stati conferiti: il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa.
Nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo scritto a quattro mani con Massimo Maugeri La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro & Pupi, 2010 – Premio “Più a Sud di Tunisi”). 
Nel 2011 ha pubblicato il romanzo intitolato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea (ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande). Nel 2012 ha pubblicato il racconto storico Il cancello.
Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà.

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