Viandanti e viaggiatori [1] con Maurizio De Giovanni

© foto di Marina Scarpa

Chi difende Margherita

Margherita si sveglia di botto, col tonfo della porta d’ingresso che si chiude. Sbatte le palpebre nella luce azzurrina che viene dal televisore, consapevole della bocca impastata e del divano. Capisce e si alza, avvertendo una fitta alla schiena per la posizione scomoda, ma è tardi: lui è in piedi, di fronte a lei.
Guardati, fa dopo un attimo di silenzio. Ma guardati. Fai schifo.
Margherita cerca di parlare, ma lui si è già girato e sta andando verso la cucina. Guarda l’ora: mezzanotte. Non ricorda di essersi raggomitolata sul divano, non ricorda quale programma stava guardando, non ricorda a che cosa pensava. Si è addormentata di schianto, come al solito di un sonno buio e senza sogni; un sonno colpevole.
Lo raggiunge mentre lui sta riempiendo un piatto di roba verdastra, da una busta presa dal congelatore. Non la guarda. Fischietta a fior di labbra, fa sempre così quando è imbestialito. Scusami, gli dice. Mi sono addormentata.
Mette il piatto nel microonde. Non le risponde.
Com’è andata?, gli chiede. E a te che te ne frega, le fa lui. A te non frega niente di niente e di nessuno. Né di me, né dei tuoi figli. Niente.
No, fa lei, questo non lo puoi dire. Io mi spezzo la schiena…
Lo schiaffo le arriva improvviso, sul volto. Le lascia una scia bruciante, gli occhi pieni di lacrime. La testa fa uno scatto all’indietro, la mano le sale alla guancia.
Zitta, le dice. Almeno abbi il pudore di stare zitta. Tu e il lavoro, tu e il tuo mondo. Tieniti questo, e non rompermi i coglioni. Non mi venire a chiedere come sto, com’è andata la mia giornata. Dimmi piuttosto com’era vestita tua figlia stamattina, quando l’ho portata all’asilo. O com’è andato il colloquio con i professori di tuo figlio, giacché come al solito non c’eri. Chiedimi questo. Anzi, non chiedermelo, che non te ne fotte minimamente. Lasciami in pace, lasciami mangiare.
Al naso di Margherita, insieme all’odore del minestrone che si riscalda, arriva il retrogusto di un profumo che le sembra di conoscere; un profumo di donna, che viene dal bavero della giacca di lui. Per un attimo vorrebbe chiedergli come mai rientra a mezzanotte, se chiude lo studio alle nove. Ma poi sente la guancia che le bolle, e lascia perdere.
Porta a tavola posate e bicchieri. Io con te a tavola non mi siedo, dice lui. Piuttosto mangio in piedi. E allora Margherita toglie un coperto, e pensa che mangerà un po’ di pane più tardi, se le tornerà la fame: ma ora le si è chiuso lo stomaco.
Va nella stanza della figlia: la bambina dorme, abbracciata a un leoncino di peluche. E’ bella, dolcissima. La vede già grande, le prende l’ansia: sto perdendo qualcosa, forse l’ho già persa. Forse ha ragione lui.
Toglie le scarpe per non far rumore, il cuore in gola. Vuole vedere dormire suo figlio, sentirsi rassicurata dal respiro profondo, dai sogni che le piaceva immaginare dietro i suoi sorrisi, quand’era neonato e si addormentava mentre succhiava la vita dal suo seno.
La luce accesa sullo scrittoio, sta chattando al computer. Sei ancora sveglio?, gli chiede. Lui le lancia un’occhiata distratta e riprende a digitare. Tu pure, sei ancora sveglia. E un’ora fa russavi sul divano. Io ho lavorato, gli dice: ho lavorato tutta la giornata. Ecco, brava, risponde lui. E tornaci, al lavoro. Non rompere le scatole a me.
D’impulso prende il filo e toglie la spina. Il computer si spegne con un ronzio. Il ragazzo la fissa, poi sorride solo con la bocca, e ironicamente applaude. Chi sei? Ma chi sei, tu? Guardati: il trucco sbavato, la giacca spiegazzata. Una povera vecchia. Mia madre è una povera vecchia. Che si leva la piccola soddisfazione di spegnere il mio computer. Ma a te, mia cara povera mammina, la spina chi l’ha tolta? Vai a lavorare, vai. Solo questo sai fare: se lo sai fare.
Margherita esce dalla stanza retrocedendo, terrorizzata. Quando era successo, che il suo bambino era diventato questo mostro così simile al padre?
Non dorme, stanotte, Margherita. Forse per l’ora di sonno che ha fatto, stremata, sul divano. Forse per la guancia che bolle, forse per le parole del figlio. Il lavoro, pensa. Tutta colpa del lavoro. Ma che faccio, di male? Sono meno mamma, meno moglie, meno figlia, meno amica, se lavoro? E’ vero, ci sono poco. Ma non è per divertirmi.
E allora, perché? Per seguire un vecchio sogno che nemmeno ricordo, adesso? Per l’orgoglio che brillava negli occhi di mio padre, il giorno che mi vide lavorare per la prima volta? Per avere in tasca due soldi in più che non ho il tempo di spendere?
Lo sente russare. Si avvicina alla sua giacca, l’annusa. Non si era sbagliata, il profumo che lei stessa usava un paio d’anni fa e che non usa più. Assurdamente si sente in colpa, forse cerca in un’altra un po’ della lei che era stata. Va ad affacciarsi alla porta del figlio: adesso dorme, e sembra di nuovo il suo bambino.
Va in bagno a piangere, Margherita. Sui cocci della sua vita, che le sono ancora cari. E poi si accoccola sul divano, per rubare un altro po’ di sonno alla notte.

La mattina dopo Margherita siede al suo posto, col solito sorriso: ha cacciato i cattivi pensieri, chi va da lei ha diritto a una mente lucida e sgombra. Si accomodi, dice alla donna.
Quella si toglie gli occhiali da sole e scopre un occhio gonfio e bluastro. Mi aiuti, avvocato, dice a Margherita. E scoppia a piangere.

© Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni è nato il 31 marzo 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2006 ha iniziato a scrivere, pubblicando con Graus Editore Le lacrime del pagliaccio. Il romanzo ha riscosso un immediato successo, a seguito del quale è stato acquistato dalla Fandango Libri che lo ha pubblicato nel 2007 col titolo Il senso del dolore – l’inverno del commissario Ricciardi dando inizio a una saga ambientata a Napoli agli inizi degli anni Trenta: al primo libro hanno fatto seguito La condanna del sangue (2008), Il posto di ognuno (2009), Il giorno dei morti (2010), Per mano mia (2011), Vipera (2012), Il metodo del Coccodrillo (2012, l’unico per Mondadori, vincitore del prestigioso premio Scerbanenco 2012) e da ultimo I Bastardi di Pizzofalcone, tutti per Einaudi, con crescente successo, tanto da vedere i titoli stabilmente inseriti nella classifica dei libri più venduti a livello nazionale per la narrativa italiana. I testi sono stati acquistati e pubblicati con rilevanti risultati in termini di vendite in Germania (ed. Suhrkamp), in Francia (Payot Rivage) in Spagna (ed. Lumen per il castigliano e La Campana per il catalano), in America (Europa Editions) e sono in corso ulteriori traduzioni in lingua danese e russa. Collateralmente l’autore ha scritto alcuni racconti a sfondo calcistico, che, singolarmente e in raccolta, hanno stabilmente occupato per tre anni i primi posti nelle classifiche di vendita cittadine; dal primo di essi, Juve – Napoli 1 a 3. La presa di Torinosono state tratte tre versioni teatrali ed è in preparazione un film, il secondo, Ti racconto il 10 maggio, è stato rappresentato al Teatro Bellini di Napoli. Altri scritti per il teatro sono stati recitati da Gino Rivieccio e Toni Servillo. Collabora con testate giornalistiche nazionali, scrivendo di costume, letteratura e sport.

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